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La Comunità di Sant'Egidio |
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Roma, 20 febbraio
2008 |
Conferenza: I cristiani in Medio Oriente tra futuro, tradizione e Islam |
Saluto del Card. Sandri in apertura della tavola rotonda a Sant’Egidio su “I cristiani in Medio Oriente” Eccellenze, cari amici, sono lieto di prendere la parola in questo Seminario organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio sui cristiani d’Oriente per esprimere come Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali il più vivo interesse ed apprezzamento. Ringrazio la Comunità, di cui conosco l’affetto e lo zelo per l’Oriente cristiano, e i relatori per gli interventi senz’altro qualificati, rammaricato come sono di essere solo ora con voi. Il mio interesse è accresciuto anche perché domenica partirò per incontrare le comunità latine e degli altri riti di Israele, Palestina e Giordania, che sono affidate alla nostra Congregazione. Saluto tutti cordialmente, cominciando, se permettete, dai confratelli vescovi e dal Custode di Terra Santa. Con quest’ultimo avrò la gioia di condividere l’ingresso al Santo Sepolcro e alla Basilica della Natività, e la preghiera in altri luoghi santi, che i figli di Francesco d’Assisi custodiscono in umile e generosa semplicità. Avvertiamo il fascino dell’Oriente cristiano. Per parte mia non dimentico al riguardo le parole di Benedetto XVI pronunciate nella visita alla Congregazione Orientale nel giugno scorso durante la quale mi ha anche affidato l’attuale compito, e particolarmente quelle che ora vi propongo: “Dalle mie labbra si leva oltremodo accorata l’invocazione di pace per la Terra Santa, per l’Iraq e per il Libano … Possano le Chiese e i discepoli del Signore rimanere là dove li ha posti per nascita la Divina Provvidenza; là dove meritano di rimanere per una presenza che risale agli inizi del cristianesimo. Nel corso dei secoli essi si sono distinti per un amore incontestabile e inscindibile alla propria fede, al proprio popolo e alla propria terra” (L’OR del 10 giugno 2008 p 1). Sono parole che costituiscono per me un mandato speciale, ma vorrei accompagnassero anche la nostra riflessione e poi nella preghiera e nell’azione per i cristiani d’Oriente che spero possa seguire. Poiché è difficile rimanere là dove la vita si fa invivibile, ci è chiesto di lavorare strenuamente secondo le convinzioni, le possibilità e le forze di ciascuno perché il Medio Oriente non sia invivibile per i cristiani. Il loro titolo di cittadinanza è indicato in termini molto efficaci da Benedetto XVI: la nascita, l’antichità di una presenza, l’amore inscindibile e incontestabile alla propria fede, al proprio popolo e alla propria terra. La presenza dei cristiani in tutta l’area medio orientale risale alla comunità apostolica e non ha mai conosciuto soluzione di continuità, anche se la storia ha modellato e segnato profondamente la fisionomia di queste presenze. Oggi, i cristiani in Medio Oriente rappresentano una minoranza complessa e articolata, all’interno della maggioranza islamica che popola l’area. La loro condizione di vita per molti aspetti è simile a quella degli altri cittadini, ma si distingue per alcuni fattori cruciali. La crescita della dimensione politica dell’islam ha rapidamente suscitato nuovi interrogativi sul ruolo e sul futuro della presenza di queste antichissime comunità. L’impressione diffusa è che, a fronte delle novità che stanno rimodellando il Medio Oriente, la componente cristiana si trovi in una situazione difficile, non disperata certamente, ma senz’altro delicata e necessita di nuove visioni. Lo conferma in modo vistoso il fenomeno inarrestabile dell’emigrazione verso i Paesi occidentali. Esso riguarda non solo i cristiani che vivono in situazioni di conflitto o di crisi permanente, ma anche comunità che vivono in contesti non particolarmente segnati da grave disagio. L’emigrazione diviene, per chi se lo può permettere, una risposta drastica e definitiva al groviglio di nodi irrisolti che tenta di soffocare la vita delle comunità cristiane in Medio Oriente. Va intensificata l’azione pastorale e sociale, volta a scongiurare l’emorragia delle forze più promettenti, che sono quelle giovanili, e contenere il problema in genrale. E’, infatti, evidente che la fine della presenza cristiana rappresenterebbe una grave perdita per il futuro e la vivibilità dell’intero Medio Oriente e del mondo. Non è un interesse di parte quello che riserviamo ad una regione che tutta l’umanità sente come il cuore religioso di buona parte del mondo. Il significato della presenza cristiana va ridefinito, senz’altro, ma non possiamo pretendere che nel contesto orientale segnato da varie forme di insicurezza e povertà, talora gravi, i pastori e i fedeli siano in grado di elaborare strategie di pensiero e di azione possibili solo in un contesto di tranquillità. Quando si deve faticare per la sopravvivenza, come pensare al futuro con una visione che non sia quella delle immediate necessità? La sfida è quella di trovare parole e valenze rinnovate, a motivo dei rapidi cambiamenti. Ma i pastori faticano a trovarsi per i sinodi e per le previste assemblee e conferenze episcopali; faticano fisicamente a individuare una località consona per distanza dalle rispettive sedi e soprattutto per sicurezza (penso soprattutto all’Iraq). Sono esempi di un disagio che incide in termini non secondari sulla stessa collegialità episcopale e la proficua frequentazione tra le comunità. La presenza cristiana rappresenta, comunque, una garanzia irrinunciabile per salvaguardare il carattere pluralista della società mediorientale. Tale garanzia, invocata come necessaria per l’edificazione di Stati nazionali a carattere democratico, non va intesa come contrapposizione alla dimensione islamica di quelle società, quanto piuttosto come deterrente alla tentazione di derive nazionalistiche ed etniche. L’Europa e il mondo occidentale in genere, ritengo debbano compiere lo sforzo di riservare una più puntuale considerazione alla componente cristiana inserita nel contesto islamico. Si tratta di trovare una corretta posizione, quella di interlocutori interessati e partecipi dell’avvenire di queste comunità, se si vuole assicurare in termini realmente euro-mediterranei il futuro della regione. Il colloquio di Sant’Egidio rappresenta così un momento di scambio tra studiosi e responsabili di Chiese, per tentare di individuare delle linee di riflessione e di azione comuni onde favorire la permanenza dei cristiani nella regione e valorizzarne il significativo apporto sociale. Cari amici, sono convinto che sull’albero antico e benedetto dei cristiani d’Oriente dobbiamo innestare pensieri ed esperienze nuove. D’altra parte, quanto più i cristiani sapranno rispondere alla loro vocazione di vivere il Vangelo in modo autentico, di amare e servire i loro fratelli, tanto più la loro presenza anche in Medio Oriente sarà incisiva. Non mi sfugge il valore delle considerazioni geopolitiche sull’area e sul futuro dei cristiani, ma sono persuaso che una intensa e rinnovata vita spirituale dei singoli e delle comunità rimanga l’autentica sorgente del loro futuro. Il loro apporto sarà proficuo se col necessario coraggio rimarrà sempre e prima di tutto religioso. Grazie. |