Presidente, Dr. Brancale, altri amici, prima di tutto porto il saluto dell’Arcivescovo Mons. Antonelli. Come molti di voi sanno è lui stesso direttamente impegnato in una catechesi attraverso l’arte;
quando era semplice prete a Perugia molti anni fa insegnava la religione nelle scuole servendosi delle immagini, quindi nella nostra diocesi si può veramente dire che il Vescovo in primo luogo è convinto dell’approccio che in questo libro viene presentato e parlavo prima anche con il diretto responsabile della nostra catechesi, don Benito Caldini, che è qui presente stasera. Ascoltando il Presidente Gesualdi, quando parlava di don Milani, mi e` venuto da riflettere che certo poteva sembrare quasi un esilio, quasi una punizione l’essere mandato lontano, in un piccolo posto di campagna, veramente sperduto come era ed è Barbiana, però le cose migliori spesso vengono da questi posti sperduti; la salvezza degli uomini è venuta da due posti veramente dimenticati nella geopolitica dell’epoca: Betlemme e Nazareth. Quindi nella tradizione misteriosa della fede giudeo-cristiana Dio sceglie proprio questi luoghi e persone paradossali, non va a scegliere i mezzi più evidenti, quelli più efficienti, quelli più dotati di strumenti considerati necessari per arrivare ai suoi scopi. Dio può arrivare anche senza di noi e qualche volta ci insegna che tutto il nostro magnifico strumentario di per sé può essere addirittura in impedimento anzi una delle cose che mi sento spinto a dire questa sera, sebbene il titolo del libro parla di un percorso dei disabili mentali, questo libro è un percorso per tutti e sono contento che ci sia Don Caldini stasera a rappresentare tutto lo sforzo catechetico della Diocesi fiorentina, perché questo libro parla di un modo di comunicare il senso del Vangelo che serve a tutti. Tutti davanti alla verità luminosa talmente semplice che le nostre parole, le nostre categorie mentali non riescono veramente ad afferrarla, tutti noi davanti alla verità divina, a Gesù Cristo che è la verità in persona, tutti noi siamo disabili anzi le nostre varie e variamente sviluppate abilità, le nostre conoscenze, le nostre teologie, le nostre metodiche tendono a renderci umanamente disabili perché andare davanti a Dio con troppe idee per la testa non serve. Anche San Tommaso d’Aquino, il meglio nella tradizione cattolica per quanto riguarda sottilità di pensiero e penetrazione dell’analisi, alla fine, dice che tutto quello che aveva scritto, e non era poco, non era che paglia da bruciare davanti ad una realtà infinitamente più grande che è proprio la realtà di Dio. Ora in questo senso voglio dire che e` bello l’approccio che viene promosso in questo libro, cioè l’approccio di una amicizia umana tra le persone che presentano il Vangelo, che si incontrano per un periodo prolungato, possibilmente il sabato o la domenica ma in prossimità di tempo e di luogo con la celebrazione della liturgia domenicale, con gli stessi disabili, anche se questo termine non ci soddisfa, diciamo con le persone a cui si rivolge questo approccio. Questa è la prima lezione: una perseveranza nell’amicizia umana per far entrare nel mistero di una amicizia nel contempo umana e divina. L’amicizia del figlio di Dio, vero Dio ma anche vero uomo, che si pone davanti ad ognuno come potenziale amico, come l’unico vero totale e completamente affidabile amico. E la domanda con cui Mons. Paglia nella prefazione di questo libro lo introduce veramente dice tutto, e chiede: “E’ possibile che il Vangelo non sia per tutti e che l’incontro con Gesù non sia per tutti? Che ci siano ostacoli che escludono qualcuno?” E chiaramente nessun credente direbbe di si. Il Vangelo è per tutti e se è per tutti è anche per coloro a cui può sembrare difficile comunicare il senso della nostra riflessione teologica. Questo è il punto di quanto sto dicendo, forse le nostre riflessioni teologiche non colgono in pieno il senso del Vangelo. Dio non ha mandato un libro sulla terra, Dio ha mandato un bambino che è diventato un uomo talmente affascinante che tutte le persone semplici e meno semplici erano attratte. Tipicamente erano le persone semplici che trovavano risposte in loro stessi, in base a questa semplicità (simplex è l’opposto di complex), non persone complesse che dicono “si è vero, però d’altra parte…” Così facciamo tutti, però a un certo punto bisogna dire “è vero, basta, questa cosa è vera nella mia vita. Ho tanti problemi, il Vangelo non sembra risolvere subito il mio problema però è vero è bello e quindi metto da parte i problemi e seguo questa verità che mi è stato dato di capire”. Gesù ringraziò il Padre per aver rivelato queste cose ai semplici, alle persone non complesse i cui ragionamenti non partivano da stratificate argomentazione teologiche ma alle persone che rispondevano direttamente a Lui: ``Come è bello quello che tu hai detto maestro, io ti voglio seguire.`` Le persone semplici, le persone povere riuscivano a seguire, chi aveva troppe ricchezze materiali ma anche intellettuali aveva difficoltà: “si vorrei però…”. Sono tergiversazioni che conosciamo tutti. La semplicità del soggetto è veramente presupposto del Vangelo cristiano, anche la persona più complessa è chiamata a diventare semplice davanti alla luce che risplende dal Vangelo di Cristo e proprio pensando a queste cose e leggendo questo libro a me è venuto fortemente in mente nella memoria una esperienza per me straordinaria che ho avuto proprio nei primi anni dopo aver chiesto al Cardinal Piovanelli di diventare sacerdote. Ero già grande, non ero un bambino, lui non mi ha messo a vivere in Seminario anche se ci andavo una volta la settimana e ho avuto un bellissimo rapporto con il Seminario ma vivevo nella parrocchia del Sacro Cuore e l’allora parroco che ora è in pensione, Don Giuliano Catani, ogni sabato ospitava i disabili mentali in parrocchia, venivano da tutte le parti di Firenze con i loro genitori e questi ragazzi partecipavano ad una festa. Il Presidente ha parlato di questa bellissima stanza ma non era così bella come quella miserevole stanza di canonica dove noi facevamo le feste. Ogni sabato facevamo festa, rumorosa, disordinata proprio come viene descritta in questo libro; ora non era in questo senso una specifica evangelizzazione, era un momento di incontro, di amicizia però leggendo questo libro ho capito che sarebbe stato possibile in quel momento, non avevamo ancora questa esperienza preziosissima della Comunità di Sant’Egidio, ma sarebbe stato possibile in quel momento parlare di Gesù; abbiamo fatto disegni insieme. Si è stabilita tra tutti noi, che abbiamo avuto il privilegio di partecipare, e questi ragazzi un’amicizia di cui eravamo i principali beneficiari, un’amicizia che aveva un punto di coagulo particolarmente importante che mi ricollega all’esperienza della Comunità di Sant’Egidio perché, una volta l’anno, don Giuliano invitava questi ragazzi con le loro famiglie ad una liturgia speciale, per loro nel pomeriggio del giorno di Corpus Domini e lui diceva la Messa e si faceva all’interno della chiesa la processione del Corpus Domini. Ora io non ho mai visto in tutta la mia vita una fede così ardimentosa, una fede così semplice e sincera davanti al mistero del Signore presente nel pane e nel vino, perché venivano alcuni a prendere la comunione e poi tutti seguivano la processione e l’ostensorio. Una semplicità, è come se loro veramente contemplassero con i loro occhi anche corporei Cristo presente nel pane e nel vino. E ho capito che loro non sono disabili, loro rispondono direttamente, anche attraverso questa esperienza pluriennale di amicizia con i ragazzi della parrocchia che erano lì per la messa, rispondevano a Colui che loro capivano era al centro di questa amicizia, era l’amico invisibile anche alle nostre feste, era la persona che aveva dato a noi loro e a loro noi. Vedere questa processione del Santissimo all’interno della moderna chiesa del sacro Cuore con questi nostri amici era una visione che veramente mi rimane iscritta nel cuore perché per me era un momento di comprensione profonda, che tante parole, ragionamenti, che pure sono necessari perché abbiamo bisogno di misurare la nostra intelligenza analitica con i grandi misteri della fede, rendevano difficile perché è più difficile per chi si perde in complessi ragionamenti quella risposta semplice e diretta. Il libro sottolinea che il contesto in cui questi incontri con i disabili per presentare il Vangelo attraverso immagini viene fatto è sempre quello della liturgia domenicale. Quindi la Comunità di Sant’Egidio si è inserita nella millenaria tradizione della Chiesa (e si può dire della Chiesa già nell’Israele antico del popolo di Dio, in Israele e nell’Israele nuovo che è la Chiesa), che è una tradizione che si basa su segni e su immagini. Nell’Antico Testamento le immagini sono letterarie e i segni nella vita dei profeti spesso sono estremamente concreti, anzi in genere sono concreti, pensiamo ad Osea, a Geremia, ad altri profeti. Nel Nuovo Testamento i segni possono essere i grandi gesti compiuti da Gesù nella sua vita, Giovanni chiama miracoli i segni, i segni poi sono tanti elementi anche materiali che la Chiesa usa nella sua tradizione ma non è stata la Chiesa ad inventare questa idea dei segni. Gesù è ebreo; la notte prima di morire e di pronunciare le parole che sono al centro di tutta la nostra liturgia, “prese il pane”. Notate bene l’ordine delle cose: prima prese il pane poi pronunciò le parole. Nella messa nostra il prete non dice “questo pane è il mio corpo” ma dice le parole di Gesù “prendete e mangiate, questo…” e lo può dire perché in quel momento tutti che sono presenti vedono che ha in mano quel pezzo di pane che è l’ostia. Partire dall’oggetto e`saper accettare la fisicita`della nostra condizione per cui, invece di incominciare parlando con parole si comincia con un oggetto. Dico:“questo” e voi tutti capite che sto parlando di un libro e così nella messa “questo è il mio corpo”, tutti capiscono che è il pane e così è la cena e così nella nostra vita non solo cristiana ma nella nostra vera vita, la vita di famiglia. La mamma fa vedere una cosa e dice “questo, quello”. Noi impariamo le cose in maniera fisica, tattile e quindi queste persone che per 15 anni hanno fatto un’esperienza di grande importanza sono, forse sotto il senso dell’obbligo verso persone che non avrebbero facilmente accolto un discorso teorico, tornati alla base, a quelle cose che Gesù ha usato e prima di lui suo Padre perché, come dicevo, il Padre non ha mandato un libro, ha mandato il suo verbo incarnato, come bambino, come uomo crocifisso e risorto. Quindi dare valore a questa nostra umana necessità di vedere, di toccare, di poter collegare le cose non con le idee, (le idee possono anche fuorviare, ma quando io vedo il pezzo di pane e qualcuno mi dice “questo è il mio corpo, mangialo” io capisco cose che tutte le parole del mondo non possono in ultima analisi esprimere molto bene)e`la sapienza di riscoprire la radice incarnazionale della liturgia e di avere la semplicità, l’umiltà di usare questo grande dono nel modo per cui questo dono è stato dato, non di fare un libro sulla liturgia ma semplicemente di presentare le cose. Per l’Epifania, per esempio, quando con un disegno fanno vedere i Magi che si inginocchiano davanti a Maria e al bambino, portano anche un turibolo, quello che si porta in Chiesa per incensare il Santissimo, per far capire cos’è l’incenso, come si brucia e quindi come potevano essere questi doni portati dai Magi. Offrendo l’esempio materiale e fisico dell’incenso diventa immediatamente apparente a tutti come anche il nostro cuore deve essere bruciato, come anche dal cuore dell’uomo che brucia d’amore per Gesù può sorgere un profumo bello che riempie tutta la casa. I simboli non hanno bisogno di lunghe spiegazioni, certo molti di noi facciamo carriera scrivendo libri che spiegano i simboli ma di per sé i simboli non hanno bisogno di questo, i simboli hanno sempre funzionato in maniera perfetta senza, anzi a volte meglio, senza le dotte spiegazioni. E poi le immagini: questo metodo presuppone che settimana dopo settimana si propone un brano del Vangelo con la sua spiegazione alle persone presenti, ai disabili, usando anche un’immagine, qualche volta moderna (belle queste immagini che sono qui riprodotte nel libro con anche la possibilità di colorare una riproduzione non colorata della stessa immagine per i ragazzi) oppure delle immagini artistiche: Giotto che è così chiaro, limpido viene usato in diverse occasioni, con gli affreschi della Cappella degli Scrovegni a Padova. L’immagine è un altro ritorno nell’umiltà alle radici delle nostra tradizione. Fin dalla prima cristianità la Chiesa ha accettato di usare le immagini non solo perché molte persone erano analfabete ma perché l’immagine rende meglio che le parole e rende meglio perché Dio stesso ha preferito l’immagine, non ha mandato un libro, ha mandato un’immagine. San Paolo chiama Cristo “immagine del Dio invisibile” e la prima lettera di Giovanni dice “ciò che in lui abbiamo visto, contemplato e toccato con la nostra mano”. Quindi riportando la catechesi a questi elementi fondanti della nostra fede è evidente che hanno potuto raggiungere non un risultato ma il risultato che il Signore volle mandando il suo Figlio nel mondo, cioè generare i presupposti di un’amicizia, di un’amicizia che non si spiega. Se io vi dico ora descrivetemi e spiegatemi il vostro amico migliore e la mamma e il babbo, chi lo può fare? Uno può parlare per tre settimane e non ha ancora spiegato all’altro perché ci conosciamo in modo ineffabile, in mille situazioni da piccoli sguardi, da silenzi, da momenti assolutamente privati, quasi inconsci, ci conosciamo soprattutto attraverso una perseverante presenza gli uni agli altri che è alla base di questo discorso, la presenza di questi amici insieme. Quindi segni ed immagini che possono toccare il cuore perché se Dio ha voluto farsi uomo in Gesù Cristo, ha voluto farsi uomo capace di amare e di amare fino in fondo, di amare i suoi, quelli che il Padre gli aveva dato proprio fino in fondo, fino alla sua morte in croce e oltre perché poi torna risorto. A Pietro, che più che bugiardo era traditore perché sì ha mentito ma ha mentito tradendo nel suo cuore l’amicizia, Gesù, che non tradisce l’amicizia, Gesu` risorto sulla riva del mare, mentre prepara il pesce perché tutti possano mangiare, (mi piacciono infinitamente queste immagini delle feste con il pesce fritto sul mare), dice:“mi ami tu più di questi altri?” E lo dice ancora e lo dice la terza volta perché proprio per tre volte Pietro aveva negato e Gesù per tre volte chiede all’amico Pietro “Mi ami? Mi ami più di questi altri? Mi ami veramente?” E Pietro è commosso perché capisce che Gesù proprio tre volte, in modo proporzionato alla sua negazione, gli dà la possibilità di riappropriarsi dei questa amicizia che è al centro stesso del piano di Dio. E quindi l’esperienza che ci viene descritta in questo libro, e più che descritta direi comunicata in maniera diretta perché ci sono le parole dei catechisti, dei ragazzi, e`quella di entrare in quel clima profondamente toccante, umano, di uno scambio sorprendente in cui lo sforzo stesso di semplificare le cose si rivela come l’amore, come la carità. La carità deve sempre semplificare. Qualcuno mi offende? Io non posso rifugiarmi in complessi ragionamenti sui miei diritti, sulle difficoltà magari psicologiche dell'altra persona, devo arrivare ad una cosa molto più semplice, ad una amore che può dire “non fa niente, ti perdono per amore di Colui che mi ha perdonato”. Quindi uno sforzo di semplificazione che si rivela come un amore profondo e che si rivela inoltre come quell’amore che permette di comunicare il Vangelo. Semplificare è sempre utile. Quando ero ancora studente, tanti anni fa, mi ricordo la prima bozza della tesi di perfezionamento che ho fatto vedere al professore lui ha detto “si non è male, va bene però quando capirai meglio queste cose scriverai in maniera più semplice”. Ed è vero, Gesù parlava con autorevolezza perché parlava in maniera semplice, non come gli scribi e i dottori della legge. Ogni sforzo di semplificare ci obbliga ad arrivare a ciò che è veramente essenziale, al cuore del Vangelo e il cuore del Vangelo è il cuore dell’uomo che Dio stesso ha assunto e che quindi ora è diventato un cuore umano ma con un anelito e una vera potenzialità divina: arrivare al cuore del Vangelo con altre persone, persone che hanno difficoltà a capire, che magari capiscono ma che non vogliono credere, che vogliono credere ma hanno difficoltà a porre quella fiducia umana. Nelle cose grandi, importanti della vita, che riguardano il cuore, i rapporti e soprattutto il rapporto tra il nostro cuore e il cuore di Dio questo sforzo ci porta sempre ad un amore comunicativo ed è ciò che la Comunità di Sant’Egidio qui rende palese; questo amore comunicativo che arriva finalmente non solo a comunicare le idee ma la sostanza stessa del Vangelo che è una persona, che è il nostro amico, che è il Figlio di Dio che ci ha tanto amati da dare la propria vita.