Adriana ha preso molto a cuore
la
battaglia contro la pena di morte condotta
da "Gli Amici" e dalla Comunità di Sant'Egidio. Per questo
leggendo la
Dichiarazione
universale dei diritti dell'uomo, tema della
mostra di quest'anno, si è soffermata sull'articolo 5 in
cui si afferma che nessuno può essere sottoposto a tortura,
né a pene o a trattamenti crudeli. Adriana ha immediatamente
pensato ai tanti condannati a morte di cui ha conosciuto
la storia, a
Safja, giovane donna nigeriana
condannata alla lapidazione, a
John
Paul Penry,disabile mentali di 45 anni condannato
in Texas e ad
Amina,
un'altra giovane donna condannata alla lapidazione. Ha scelto
di fare del dramma dei condannati a morte il soggetto della
sua opera.

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No alla deportazione,
ai trattamenti disumani, no alla pena di morte!
Matite e pastelli acquerellati su carta,
tempere
2002L'autrice, che è affetta dalla nascita da ipotiroidismo,
ha alcune difficoltà a collocare correttamente nello spazio
pittorico la figura umana. Ciò l' ha condotta a realizzare
un tipo di rappresentazione che, per l'assenza di precise
regole prospettiche, per l'essenzialità del tratto e la
drammaticità del contenuto ricorda taluni dipinti medievali
a carattere sacro. Al centro della composizione risalta,
dietro al filo spinato, la figura di un ebreo internato
in un lager: nel suo volto segnato si può riconoscere ogni
vittima dell'infinita crudeltà nazista, ma anche il simbolo
di ogni prigioniero sottoposto, ancora oggi, a trattamenti
disumani o a torture. Come in una icona i piccoli riquadri
raccontano, intorno alla figura del martire-santo, la disumanità
della pena di morte. Quelli più in basso, a colori vivaci,
ricordano invece eventi positivi come quello felice della
liberazione di Safja, graziata in Nigeria alcuni mesi fa.
Essi esprimono bene la speranza di Adriana di liberare tanti
dalla condanna a morte.