Comunità di Sant'Egidio
Amici nel Mondo

Programma di lotta all'AIDS in Mozambico

PERCHE' IN MOZAMBICO

L’AIDS è, attualmente, la quarta causa di morte nel mondo e la prima causa di morte in Africa. E’ anche da questo dato che la Comunità di Sant’Egidio è partita nel suo impegno di lotta all’AIDS in Mozambico.

E’ da molti anni, infatti, che la Comunità ha iniziato a costruire legami con i diversi paesi dell’Africa, affermando la necessità di mantenere viva e costante la preoccupazione e l’interesse per questo continente. La Comunità ha tenuto fermo il proprio impegno alla creazione di un’effettiva solidarietà verso l’Africa, talvolta in controtendenza alla delusione generale verso il continente ed al crescente disinteresse internazionale verso di esso. Proprio negli anni in cui si faceva largo l’idea di abbandonare l’Africa a se stessa, la Comunità ha sentito con maggiore forza l’interdipendenza tra il Nord e il Sud del mondo, nella consapevolezza che il futuro o sarà comune o sarà triste per entrambi. Questa interdipendenza è stata qualcosa che scaturiva dall’intimo del proprio essere comunità cristiana, che non poteva, quindi, restare indifferente alle domande della parte più povera del mondo. Allo stesso tempo, nel corso degli ultimi 15 anni la Comunità, unendo energie e speranze, è andata sempre più radicandosi anche in Africa: la presenza di numerose Comunità di Sant’Egidio in molti paesi africani le ha fatto sentire con forza questo legame.

In questa prospettiva, alla luce della devastante epidemia di AIDS che affligge l’Africa, e in particolare le sue giovani generazioni, ci si è posti la domanda sul futuro di questo continente.

L’AIDS ha causato nel mondo, fino ad oggi, più di 22 milioni di morti, gran parte dei quali in Africa australe. Secondo stime effettuate dal Programma Congiunto delle Nazioni Unite sull’HIV/AIDS (UNAIDS), alla fine del 2000 nel mondo vivevano 36 milioni e 100 mila persone sieropositive o malate di AIDS, di cui 23 milioni e 500 mila nella sola Africa sub-sahariana. Si calcola, infatti, che il 95 per cento delle persone infettate viva in paesi in via di sviluppo, due terzi dei quali nell’Africa sub-sahariana che, pur ospitando solo il 10 per cento della popolazione mondiale, raccoglie più del 70 per cento dei sieropositivi e dei malati di AIDS del mondo. 

Nel corso del 2000 sono morte di AIDS più di 3 milioni di persone. 2 milioni e 400 mila di esse vivevano in Africa australe. Il 50 per cento delle nuove infezioni da HIV occorre in giovani d’età compresa fra 15 e 24 anni, la metà dei quali – se non curati - morirà prima di aver raggiunto i 35 anni. In molte aree, oramai, la percentuale di popolazione di età compresa fra 15 e 49 anni - la fascia di popolazione in età lavorativa che dovrebbe essere quella che sostiene lo sviluppo economico - ha ampiamente superato il 15 per cento. La morte di persone in queste fasce di età ha come conseguenza anche il forte aumento del numero di orfani. Ad oggi, l’epidemia di AIDS ha reso orfani più di 11 milioni di bambini. Se non ci saranno inversioni di tendenza, nel 2010, solo nell’Africa australe, gli orfani a causa dell’AIDS raggiungeranno i 40 milioni. La malattia ha quindi un effetto devastante sia sugli individui e le famiglie, sia sulle economie d’interi paesi.

In molti paesi, l’AIDS ha cancellato i progressi compiuti nell’arco di decenni in fatto di riduzione della mortalità infantile e di aumento della speranza di vita. Nei 29 paesi dell’Africa sub-sahariana l’attesa di vita alla nascita è, attualmente, di 7 anni inferiore a quella che sarebbe stata in assenza dell’AIDS. Si calcola che la speranza di vita media nei nove paesi più colpiti dalla malattia (Botswana, Kenya, Malawi, Mozambico, Namibia, Ruanda, Sudafrica, Zambia e Zimbabwe) sia di circa 40 anni, vale a dire dieci anni meno di quanto sarebbe in assenza dell’AIDS.

A fronte di questa drammatica situazione, si è assistito, talvolta, ad una sorta di rassegnazione impotente davanti a problemi che sembrano tanto vasti da essere ritenuti inaffrontabili. Tanta è la rassegnazione che si rinuncia, addirittura, a far quello che i progressi della medicina permetterebbero già oggi di fare. Un esempio eclatante in tal senso è ciò che riguarda la terapia dell’AIDS.

I dati scientifici dimostrano come le nuove terapie contro il virus – le cosiddette multiterapie antiretrovirali - che si utilizzano nei paesi occidentali a partire dal 1996, abbiano nettamente aumentato le probabilità di sopravvivenza dei malati. Nel Nord del mondo, con la multiterapia, la mortalità per AIDS è diminuita dell’75%. Oggi, in questi paesi, non si parla più di “durata della sopravvivenza”. S’ipotizza, infatti, che una persona che s’infetta oggi, e che comincia a curarsi precocemente, può avere davanti a sé anche più di 30 anni di vita. Non c’è più la percezione che un malato di AIDS abbia, necessariamente, una sopravvivenza limitata. Nell’Africa sub-sahariana, viceversa, la sopravvivenza è stimata fra i sei e gli otto mesi.

Queste terapie, inoltre, se eseguite correttamente, sarebbero anche in grado di “ricreare” il sistema immunitario della persona malata che era stato danneggiato dal virus. Contrariamente a quanto si credeva finora, si è visto che il sistema immunitario non è irrimediabilmente distrutto dal virus, ma può recuperare molte delle sue funzioni, cosicché soggetti sieropositivi potrebbero convivere con il virus per decenni senza mai arrivare allo sviluppo della malattia vera e propria.

Ma, al momento, questi trattamenti sono ancora abbastanza costosi: circa 10.000$ annui a persona. Ciò fa sì che - nonostante esistano terapie potenzialmente utilizzabili in tutti i paesi - si tenda a dare per scontato che solo i paesi ricchi possano usufruirne. Il fatto che il 95% delle persone infettate nel mondo non potrà mai avere accesso viene ritenuto ancora da molti qualcosa d’inevitabile. Ma, ci si chiede come cristiani, è possibile continuare ad assistere all’agonia di milioni di persone nonostante sia oggi possibile intervenire terapeuticamente?

La Comunità di Sant’Egidio ha scelto di cominciare a dare una risposta a questa domanda partendo dal Mozambico. La Comunità è stato il principale mediatore della pace in Mozambico, firmata a Roma nell’ottobre 1992. Da allora continua ad accompagnare lo sviluppo sociale, economico e politico del paese. Uno sviluppo, considerato a livello internazionale, un esempio per l’intero continente. Ma, l’epidemia di AIDS sta mettendo a repentaglio questo andamento positivo. E’ per questo che la Comunità ha ritenuto che la lotta all’AIDS svolgesse un ruolo decisivo per il futuro umano, politico ed economico di questo, come degli altri paesi dell’area. La Comunità di Sant’Egidio, così come non si è rassegnata di fronte alla guerra in Mozambico, non ha voluto oggi rassegnarsi davanti a questo dramma che colpisce l’Africa. C’è un’interdipendenza, che per una comunità come quella di Sant’Egidio – nata nel Nord del mondo, ma oggi presente in tanti paesi del Sud - è qualcosa di profondo.

E’ proprio nella consapevolezza di essere un unico corpo, che la Comunità ha avviato progetti per la realizzazione, in Mozambico, di centri per la prevenzione, la diagnosi ed il trattamento con farmaci antiretrovirali delle infezioni da HIV. Si stima che, in questo paese, su una popolazione di circa 18 milioni di persone, 1 milione e 300 siano sieropositive o malate di AIDS. Nel solo anno 2000 sarebbero morte di AIDS più di 100 mila persone. Gli orfani a causa dell’AIDS sono oramai più di 300 mila.

Questi dati sono resi ancora più amari dal fatto che si stia solo ora – con 5 anni di ritardo – cominciando a discutere sulla possibile introduzione delle terapie antiretrovirali in Africa, oramai largamente sperimentate nel Nord del mondo. E’ sembrato quindi urgente - e necessario - avviare in Mozambico interventi terapeutici, oltre che preventivi e di ricerca, in grado di poter divenire un modello per l’intero continente. Non si poteva, infatti, accettare che le armi per la lotta all’AIDS continuassero ad essere disponibili solo per pochi, mentre molti già soffrono, e molti altri soffriranno, le conseguenze dell’epidemia a causa della loro povertà. Quest’estrema ingiustizia, forse, non potrà essere cancellata di colpo, ma, va dato un segno di speranza.