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Estate
di solidarietà 2001
Mozambico
Gli aiuti della Comunità: Notizie da Matola e Goba
Pubblichiamo alcune pagine del diario delle persone della Comunità di Sant’Egidio impegnate in questo periodo estivo in attività di aiuto sanitario e nutrizionale a Goba ed a
Matola.
Diario dal centro nutrizionale di Matola
A Matola c’è un centro nutrizionale cui afferiscono circa 150 bambini, molti dei quali affetti da AIDS. Dal mese di giugno alcune persone delle Comunità europee di Sant’Egidio aiutano le attività che vi si svolgono.
L’inizio del nostro lavoro presso il centro nutrizionale di Matola è stato travolgente in tutti i sensi: le visite hanno coinvolto centinaia di persone, tanto da costringerci a cambiare tempi e modalità dell’ambulatorio. Infatti uno dei principali problemi è rappresentato dal fatto che il contatto con un medico è così raro e ambito che innumerevoli persone in buona salute si sottoponevano comunque alle lunghe file pur di essere visitati o di ricevere un farmaco. Non era infrequente che chi aveva già avuto la visita si rimettesse in fila per riceverne un’altra.
Al tempo stesso ci siamo resi conto ancor di più dell’importanza dell’aspetto nutrizionale e di quanto ci fosse bisogno di connotare il centro ancor più in questo senso. Ad esempio troviamo ancora un gran differenza tra i bambini che frequentano regolarmente il centro e gli altri: i primi sono vivaci, reattivi, capaci di
giocare e correre, i secondi sembrano affetti da veri e propri ritardi psicomotori. Questo colpisce ancor di più perché lo si può notare tra fratelli di una stessa famiglia. E’ impressionante il problema degli esclusi: ci sono ad esempio mamme con tre bambini, ma solo uno ha diritto alla mensa. Quando il suo pasto finisce, i fratelli e le madri si gettano letteralmente sugli avanzi.
Ci siamo anche resi conto del fatto che la fame colpisce così tante persone e in modo così severo che in realtà molti non riescono nemmeno ad accedere al centro: li abbiamo trovati nelle case troppo deboli per potersi muovere, anche a causa dell’AIDS.
Ricordiamo una vedova, trovata distesa accanto alla porta di casa, con la
tubercolosi ed una evidente magrezza. I suoi cinque figli, tutti in tenera età, erano in casa con lei, senza cibo e senza alcun tipo di cura. Davvero l’assistenza domiciliare rappresenta una risposta per queste situazioni che in realtà non sono rare a Matola e in Mozambico. Insomma, il cibo è una risposta importantissima.
Tutto questo, e insieme la constatazione che il centro va avanti con una gestione per forza di cose limitata degli alimenti, ci spinge a integrare in modo robusto le disponibilità alimentari. Avremmo pensato a tutta una serie di cose utilizzate anche nell’esperienza albanese, principalmente fonti proteiche: biscotti proteinizzati, uova, fagioli, latte intero, carne di pollo, pesce. Si dovrà anche pensare a distribuzioni di pacchi alimentari presso il centro o nelle case.
Accanto alla fame esiste una condizione infantile segnata dall’abbandono e dalla deprivazione. C’è una bambina, un’orfana conosciuta il primo giorno trascorso a Matola, che ci era stata presentata dalla suora come sordomuta. In realtà, dopo una settimana di compagnia e vicinanza ( in una parola di “coccole”), l’abbiamo con meraviglia sentita balbettare le sue prime parole. E i progressi sono impressionanti.
Non si può fare a meno di pensare a quanti bambini, orfani o meno, in tutto il paese, abbandonati per strada o comunque privati di un minimo di ambiente familiare e affettivo, stiano crescendo come sordomuti. Non smettiamo di stupirci di come, in una situazione del genere, il poco del nostro aiuto dia risultati davvero miracolosi.
Leonardo
Palombi
Diario da Goba
Nel villaggio di Minchagulene (Goba), ai confini con lo
Swaiziland, centinaia di persone, molti dei quali rifugiati, vivono in capanne di paglia e fango in condizioni precarie e di estrema povertà.
Le visite ai bambini, quasi tutti denutriti e malati, sono cominciate dal mese di giugno.
La strada che conduce a Goba diventa più accidentata man mano che ci allontaniamo da Maputo. Il paesaggio diviene sempre meno abitato mentre con il nostro pulmino attraversiamo larghe distese verdi punteggiate da specchi d’acqua sotto un cielo carico di nubi. Un cartello ci avverte che siamo nella “città” di Goba, un piccolo conglomerato di baracche di fango e lamiera, case in cemento e una chiesa della vecchia missione. Quest’ultima e’ una costruzione molto aggraziata, in stile portoghese, purtroppo in condizioni disastrose. Una larga crepa, profonda per tutto lo spessore del muro, ne attraversa la facciata. Con stupore e preoccupazione scopriamo che 50 bambini vi si trovano dentro per la loro lezione, dal momento che la scuola locale e’ troppo piccola per accogliere tutti. La maestra che ci accoglie con grande cordialità e’ consapevole del pericolo ma dice anche “ questi bambini non hanno un altro posto per studiare”. E’ un altro aspetto del drammatico problema dell’educazione in Mozambico: servirebbero, per la sola manutenzione delle scuole, 36 milioni di dollari all’anno ( che poi sono meno di 80 miliardi di lire), ma il Ministero ne dispone di soli 5. Ed ecco perché decine e decine di migliaia di bambini ogni giorno si avviano verso edifici fatiscenti dai tetti sventrati, magari portandosi una sedia in testa per non restare seduti per terra.
Ci dirigiamo infine verso il nostro punto di incontro con la comunità locale, uno spiazzo in terra battuto immerso nel verde e circondato da poche capanne. Nel corso della mattinata saranno visitati 60 bambini e donne. I nostri medici e infermieri trovano una concentrazione di malattie e parassitosi che stupisce: quasi tutti i bambini hanno una tigna e i loro pancioni rigonfi denunciano la presenza di parassiti intestinali. Le mamme anemiche trasportano con fatica i loro piccoli dai capelli di un tenue rossiccio. E’ il segno piu’ evidente del kwashorkor, la sindrome da denutrizione proteica ed energetica che li affligge per una dieta che e’ fatta solo di riso.
E poi ancora ‘vediamo’ tante bronchiti, bilarziosi, forme di denutrizione, malattie neuromuscolari, piaghe e ferite. Ma vediamo anche l’attesa, la fiducia, la gratitudine di questa gente, dei piccoli che si avventurano a mangiare la prima caramella della vita, il sorso avido del complesso vitaminico, dolce come il miele. Siamo diversi dai bianchi che hanno conosciuto in altre amare occasioni, come quelli che un mese fa hanno portato via dei bambini, di cui nessuno sa più nulla.
E’ un piccolo angolo di questo mondo africano, ma si potrebbe dire che cosi’ e’ tanta parte del Mozambico, un mondo senza acqua potabile e senza acqua per lavarsi, senza abiti, senza scarpe, ma anche senza senza visite, senza speranza. Un mondo esposto al calore ed alla pioggia, agli insetti, alla fame, alla sete. Si potrebbe dire un mondo disperato, ma si può anche affermare: quanto basta poco per cambiare tutto e per restituire dignità e felicità alla vita. E’ il nostro bicchier d’acqua di oggi, porto con facilità a questi piccoli. Sarà bello porgerlo ancora domani.
Leonardo
Palombi
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