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E' inevitabile che, con il tempo, gli eventi si allontanino, impallidiscano e anche si dimentichino. Così accade anche con manifestazioni un tempo sentite e partecipate che, invece, con il passare degli anni sono meno frequentate e assumono qualche volta un aspetto un po' triste, nostalgico, malinconico. E' la vita umana ed è la storia umana: il tempo passa. Ma mi chiedevo: perché, per noi che celebriamo la memoria del 16 ottobre, il tempo non passa? Perché questa nostra manifestazione che da anni facciamo -noi Comunità di Sant'Egidio con la Comunità Ebraica- non ha un tono datato, nostalgico, malinconico, come un resto del passato? Perché, accanto agli anziani e ai testimoni come il caro rabbino Toaff, ci sono anche tanti giovani e sempre in numero crescente? Innanzi tutto, cari amici, la memoria del 16 ottobre è uno degli eventi maggiori della storia della nostra Roma contemporanea. A partire da questa memoria si costruisce un'idea di Roma e di solidarietà tra i romani. E' la memoria di una ferita all'intera città, ma soprattutto alla Comunità ebraica perpetrata, come un ladro nella notte, dopo che si era provveduto a isolare quella Comunità con le leggi razziste e con la politica fascista. A partire da quella memoria si afferma la volontà di un patto tra i romani per non dimenticare, per non isolare mai più nessuna comunità, per considerare la Comunità ebraica di questa città come uno dei luoghi decisivi per la nostra identità. Noi, come Sant'Egidio, ci sentiamo dentro questo patto a non dimenticare, che vuol dire non tollerare che nessuna comunità - soprattutto la comunità ebraica - sia isolata nella vita cittadina. Un patto per non dimenticare: è quello che si celebra ogni mese di ottobre con questa manifestazione. La memoria del 16 ottobre non passa, perché antisemitismo, razzismo, fondamentalismo etnico e di destra non passano. Per questo oggi non posso non ricordare che il 9 ottobre 1982 (tanto lontano da quel tragico 1943 e in un contesto di piena democrazia repubblicana). Quel 9 ottobre 1982 era il termine della festa di sukkot. La festa quest'anno viene il 22 ottobre. Ebbene quel giorno, all'uscita dal tempio, fu ucciso da un commando terrorista un bambino ebreo, Stefano Tascé, che usciva dal tempio dopo la festa. L'uccisione di un bambino, proprio fuori da un luogo di preghiera, dice tutta la barbarie di quel gesto. Ricordo il dolore di quei momenti e il rabbino Toaff che accorse a piedi al tempio. Ma erano tempi, quegli anni Ottanta, inquinati dall'odio e dall'antisemitismo, rinascente. Allora, come Comunità di Sant'Egidio,sentimmo il pericolo di quella marea irrazionale e implacabile che è rappresentata dall'antisemitismo e ripetemmo con forza che mai, per nessun motivo, noi, cristiani e romani, potremmo essere separati dalla nostra Comunità ebraica. Più la si tenterà di isolare, come allora avvenne speciosamente, più noi saremo uniti. L'antisemitismo rappresenta un'offesa alla democrazia, ma -per i credenti- anche un fatto grave e colpevole di fronte a Dio. Ma quei tempi sono ormai lontani. Oggi il nostro pensiero e la nostra preghiera va invece a quanto avviene in Israele, in Terra Santa, perché possa cessare la violenza e si trovi un accordo che garantisca la sicurezza d'Israele e i diritti dei palestinesi. Perché, insomma, non vincano i partiti dell'odio. Tuttavia perché, ancora oggi, c'è tanta gente a questa manifestazione del 16 ottobre? Perché, cari amici, la memoria della Shoà non è un fatto accessorio, ma uno dei fondamenti della nostra civiltà occidentale, libera, democratica, pluralista. Ricordo che Settimia Spizzichino, reduce dal lager tedesco e lei stessa partecipe di tante nostre manifestazioni del 16 ottobre e recentemente scomparsa, scriveva: "Per tutti gli anni che ci hanno rubato, che hanno rubato a milioni di uomini, donne, bambini - spcialmente bambini! - che sono rimasti nei Campi. Quanti anni, decine, migliaia, milioni avrebbero ancora da vivere? Quanti anni di vita sono andati in fumo nei forni crematori dei Lager, nel più mostruoso furto della storia?". Settimia si chiedeva alla fine: "E che accadrà quando noi non ci saremo più? Si perderà il ricordo di quell'infamia?". La risposta a questa domanda - che è la domanda della generazione che ha sofferto la Shoà e gli orrori della seconda guerra mondiale - trova oggi e qui la risposta. Quel ricordo non andrà perso! Se quel ricordo andasse perso, con esso andrebbe persa tanta umanità del nostro mondo, della nostra civiltà, tanta sicurezza di vita per noi tutti. Perché si sappia bene che quando brucia la sinagoga, bruceranno anche la chiesa, la moschea, la politica democratica, la cultura e tant'altro... Per questo, cari amici, ancora oggi siamo insieme e domani saremo sempre insieme per fare silenzio e ascoltare la voce dei sommersi della Shoà. Sempre insieme per dire che la Shoà rappresenta un doloroso punto di non ritorno, una svolta per Roma, per l'Italia, per il nostro Occidente. Mai più! E mai più divisi! |