|
|
|
Cari amici, ci ritroviamo oggi, come ogni anno, per ricordare il 16 ottobre 1943, giorno terribile della deportazione degli ebrei di Roma. All'alba di quella tragica giornata furono strappati alle loro case più di 1000 ebrei romani, per essere condotti nei campi di sterminio nazisti. Lo ricordiamo attraverso le parole di Settimia Spizzichino, una delle poche sopravvissute di quella deportazione, che molti di noi hanno conosciuto: "Fummo ammassati davanti a S. Angelo in Pescheria: I camion grigi arrivavano, i tedeschi caricavano a spintoni o col calcio del fucile uomini, donne, bambini ... e anche vecchi e malati, e ripartivano. Quando toccò a noi mi accorsi che il camion imboccava il Lungotevere in direzione di Regina Coeli... Ma il camion andò avanti fino al Collegio Militare. Ci portarono in una grande aula: restammo lì per molte ore. Che cosa mi passava per la testa in quei momenti non riesco a ricordarlo con precisione; che cosa pensassero i miei compagni di sventura emergeva dalle loro confuse domande, spiegazioni, preghiere. Ci avrebbero portato a lavorare? E dove? Ci avrebbero internato in un campo di concentramento? "Campo di concentramento" allora non aveva il significato terribile che ha oggi. Era un posto dove ti portavano ad aspettare la fine della guerra; dove probabilmente avremmo sofferto freddo e fame, ma niente ci preparava a quello che sarebbe stato il Lager". Al viaggio della morte di quel giorno si aggiunsero in seguito altri 1067 ebrei romani. Ne tornarono vivi soltanto 16, dopo la fine della guerra. Ricordare insieme il 16 ottobre 1943, non è per noi un'abitudine. Anzi, più si allontana quel giorno e più cresce in noi la responsabilità di mantenere vivo il ricordo di quel tragico evento, che ha lasciato una ferita profonda non solo nella comunità ebraica di Roma, ma nella vita dell'intera città. Per questo la Comunità di Sant'Egidio e la Comunità ebraica di Roma, sono fedeli a questo appuntamento, compiendo ogni anno un pellegrinaggio della memoria, che da Trastevere si muove verso il Portico d'Ottavia. E' un pellegrinaggio pacifico che vuole ripercorrere in senso contrario il triste itinerario di quella gente inerme, che fu deportata con violenza da queste strade. Oggi, assieme a tanti romani, si è unita una rappresentanza numerosa di amici che provengono da vari paesi del mondo, dall'Africa, dall'America, dall'Asia. Infatti, quest'appuntamento non è solo una tradizione che si ripete di anno in anno, ma è l'espressione di una volontà comune: vogliamo ricordare perché quel 16 ottobre non si ripeta mai più. Ricordiamo perché non si ripeta mai più! E' la stessa volontà che Giovanni Paolo il ha espresso durante la storica visita al Mausoleo di Yad Vashem, a Gerusalemme, proprio nel marzo di quest'anno: "Sono venuto a Yad Vashem - ha detto il papa - per rendere omaggio ai milioni di Ebrei che, privati di tutto, in particolare della loro dignità umana, furono uccisi nell'Olocausto. Più di mezzo secolo è passato, ma i ricordi permangono... Noi vogliamo ricordare. Vogliamo però ricordare per uno scopo, ossia per assicurare che mai più il male prevarrà, come avvenne per milioni di vittime innocenti del Nazismo". Ricordare è impedire che il male prevalga. Ricordare è ripetere: mai più! Lo ripetiamo oggi, davanti a nuove e preoccupanti manifestazioni di antisemitismo avvenute nelle scorse settimane in vari paesi europei. L'insorgere di nuove forme di intolleranza e di antisemitismo ci impegna ancor più perché questa memoria resti viva qui a Roma, in Italia e nel mondo intero. Non possiamo dimenticare l'orrore della guerra e del nazismo, che portarono alla Shoà, quell'evento unico e tragico: lo sterminio di sei milioni di ebrei. Vogliamo ricordare tutte le vittime dei campi di sterminio nazisti: assieme agli ebrei, gli zingari e tutti quelli che subirono le discriminazioni delle leggi razziali. Questo pellegrinaggio della memoria è un impegno a diffondere una cultura nuova, una cultura del dialogo e della solidarietà con tutti, una cultura della pace. Abbiamo una eredità da trasmettere, specialmente alle giovani generazioni: è il patrimonio di umanità e di pace che abbiamo ricevuto. Lo ripetiamo oggi con forza, perché ogni forma di intolleranza e di razzismo non abbiano più spazio nella nostra società e in ogni parte del mondo. |