Chi non ha memoria del passato è condannato a ripeterlo


Intervento del prof. Andrea Riccardi
Comunità di Sant’Egidio
Largo 16 ottobre 1943

Cari amici,

ci troviamo in questa piazza dedicata al 16 ottobre 1943 nel cuore di questo quartiere della memoria. Lo abbiamo raggiunto con una marcia da Trastevere, il quartiere dove furono raccolti gli ebrei romani prima della deportazione al termine della razzia in quel giorno nero nella storia di questa città e di questa Comunità ebraica. Questa marcia è quasi un viaggio indietro, inverso a quel 16 ottobre. Ed è un cammino a cui si è unito oggi il sindaco di Roma, Walter Veltroni; il segretario della Conferenza dei vescovi italiani, mons. Betori, e tanti altri, romani e non romani, ma anche immigrati di recente a Roma, provenienti da tante parti del mondo: ebrei, ma cristiani, laici....

Questo giorno è stato scritto dalle istituzioni, sotto la spinta della Comunità Ebraica e anche la nostra, sulle pietre. Ne siamo contenti. Dopo la piazza dedicata a questa memoria, qualche giorno fa una scuola è stata dedicata a Settiminia Spizzichino, scampata alla Shoah, che fino a qualche anno fa era con noi in queste marce delle memoria.

Oggi alcuni dei compagni di questa marcia non ci sono più: erano quelli che, nel loro cuore e nel loro corpo, portavano le tracce di quel grande dolore della deportazione, i ricordi terribili che non si possono dimenticare. Attorno a loro si è sviluppata ogni anno questa marcia. E’ stata riproposta con tenacia e fedeltà perché divenisse una memoria comune a tanti, ai giovani, ai romani. Perché divenisse un’occasione per altri di inserirsi in questa eredità di memoria. Infatti per ricordare, non si può essere soli. Per ricordare è necessario essere richiamati al ricordo, come fanno la Comunità Ebraica e la Comunità di Sant’Egidio, ogni anno.

Con lo scomparire di una generazione, sorge una domanda: con chi ricordare? come continuare a ricordare? In questo sessantesimo, ci troviamo –non ce lo possiamo nascondere- a un punto di svolta. Questa memoria, sotto la ferrea pressione del tempo che tutto appiattisce, sarà in parte erosa dai cuori e dai sentimenti per rimanere ossificata in targhe o monumenti tra tanti, quelli che si ricoprono inevitabilmente di polvere. In fondo questo nostro tempo relativizza tutti i riferimenti forti. Sessant’anni sono tanti. Solo un grande dolore e una grande tenacia potevano far sopravvivere così a lungo la memoria. Ma sarà ricordata ancora questa memoria con così tanta gente e tanta partecipazione?

Una prima riposta è nella Comunità ebraica di Roma che porta dentro la ferita di quel 16 ottobre. Per gli ebrei di Roma, come è stato recentemente scritto, “chi non c’era in verità, in qualche modo, c’era”, perché la Shoah rappresenta una ferita interiore. Roma ha negli ebrei una parte del suo cuore e della sua anima.

Per noi che veniamo dall’altra parte del Tevere, cioè da un’altra storia, resta la memoria di un dolore grande, il più grande in tanti secoli di storia della nostra città. I cristiani di Roma, anche tra le tante feste di questi giorni, non hanno dimenticato la memoria triste del 16 ottobre, come si vede.

Infatti bisogna ricordarsi di come si è arrivati a quel dolore con la morte della libertà, poi la discriminazione e l’isolamento della comunità ebraica in una grande solitudine fino a quel terribile 16 ottobre. Siamo convinti che insensibilità a quel dolore si riduce a insensibilità a tutti i dolori, anzi estrema debolezza verso il male di domani. Per questo è necessario raccogliere l’eredità di questa memoria.

Il punto di svolta è se questa memoria, dopo sessant’anni, riesce a divenire un riferimento nella cultura dei romani. E’ il grande sforzo da compiere in questo inizio di secolo per la solidarietà con chi è caduto, ma anche per la volontà di un futuro migliore.

Questo ricordo di una violenza inaudita perpetrata contro gli ebrei ha fatto risvegliare Roma lentamente: non si può essere acquiescenti alla discriminazione, al male, soprattutto affermare che gli uomini e le donne non sono tutti uguali. Allora non si è saputo resistere al male prima che questo male diventasse inarrestabile. E’ venuta l’ora della solidarietà personale verso i perseguitati, una pagina nobilissima; ma anche l’ora della deportazione e della morte per tanti. Oggi questa coscienza di dolore per il male, per l’affermazione che non tutti sono uguali e non meritano vivere, mi pare più forte, come si vede dalla tanta gente qui raccolta.

Viviamo in un mondo difficile, tanto che talvolta viene voglia di non vedere e non sapere: di chiudere la televisione e di non leggere le notizie. C’è infatti un grande bisogno di sperare. Il dovere di sperare e il dovere di dimenticare –scriveva Primo Levi- vanno insieme. Ci sono molte combinazioni possibili: ricordare e sperare, -aggiungeva- ricordare e disperare, dimenticare e sperare, dimenticare e non sperare... Diceva: “La mia posizione sarebbe quella di ricordare e sperare...”. Sono convinto che, senza memoria, le speranze sono flebili e soffocate come piante senza radici. Lo vediamo nell’esperienza quotidiana.

Per questo, dopo sessant’anni, non ci siamo stancati: sorge un’altra generazione, vengono nuovi compagni di strada che continuano sulla via della memoria e provano a percorrere quella della speranza. Per questo, mentre esprimo alla Comunità Ebraica i sensi della mia profonda amicizia e del legame umano e spirituale rafforzatosi in questi anni, sento di dire grazie agli amici fedeli, compagni della memoria, che si sono raccolti in questi anni e che ovunque (dalle scuole alle famiglie, dalla vita privata a quella pubblica) hanno comunicato questo terribile ricordo, ammonitore per quanti non considerano gli uomini e le donne tutti uguali, tutti meritevoli di vivere. Grazie, cari amici, per questa memoria condivisa e per questa speranza!