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Dionigi Tettamanzi
Cardinale, Arcivescovo di Milano
Sapienza 9,13-18
Filemone 1,9-10.12-17
Luca 14, 25-33
Carissimi,
lo Spirito di Dio, che ci convoca per celebrare la santa liturgia
del giorno del Signore, suscita in noi l'ascolto della Parola e ci
rende partecipi della Pasqua di Cristo. Viviamo questo evento di
grazia all'inizio di giornate in cui crediamo che sia ancora lo
Spirito il protagonista del nostro incontrarci - tra uomini e donne
di religioni e culture diverse - nel comune e condiviso intento di
invocare e cercare vie di pace per l'intera umanità.
Ed è lo stesso Spirito che fa sgorgare in noi un'accorata preghiera
per i bambini e per tutte le persone che hanno trovato la morte
nell'inutile, vile e spietata strage di Beslan. È lo stesso Spirito
che continua a donarci la speranza che anche il cuore più indurito
dell'uomo può sempre aprirsi alla conversione e che la barbarie del
terrorismo cessi di insanguinare la terra.
1. Ci facciamo ora discepoli della
parola di Dio che è lampada per i nostri passi (cfr. Sal 119, 105)
e che, viva ed efficace, mette a nudo il nostro cuore, perché è
più tagliente di una spada a doppio taglio (cfr. Eb 4, 12-13).
Proprio la parola del vangelo di oggi (cfr. Lc 14, 25-33) ci
interpella in modo forte e inequivocabile sull'autenticità o meno
della nostra sequela di Gesù Cristo quale nostro Signore e Maestro:
non si può essere suoi discepoli amando qualcuno o qualcosa più di
lui, neppure le persone più care, nemmeno la nostra stessa vita.
Ecco allora il problema più serio per la nostra fede: quello di
sapere quale posto occupa veramente il Signore nel nostro cuore e
nella nostra vita. Non è Signore della nostra esistenza se gli
preferiamo altri!
Questa stessa parola ci mette in
guardia da un duplice rischio: quello di dimenticare che Gesù
Cristo è per tutta la famiglia umana l'unico e universale mediatore
di salvezza, e quello di preferire le nostre piccole visioni al
pensare in grande di Dio. Le vie e i pensieri di Dio, infatti,
sovrastano i nostri, quanto il cielo sovrasta la terra (cfr. Is
55,9). E l'opera potente dello Spirito di Dio agisce in modo
imprevedibile e nascosto "come" e "dove" non
sapremmo neppure immaginare.
E così lo Spirito sa trasfigurare
ogni ricerca sincera della verità e può renderla luogo di
un'esperienza di fede da ascoltare e vagliare con rispetto. Per
questo il discepolo del Signore dovrà ascoltare, con il
discernimento evangelico, la singola persona e una diversa
tradizione religiosa per ritrovarvi, accanto ai limiti che
provengono dalla fragilità umana, i frutti che provengono
dall'azione dello Spirito.
2. La parola evangelica, inoltre,
tutto rigenera, anche le relazioni sociali. Ce ne offre un esempio
Paolo scrivendo a Filemone, padrone di uno schiavo, Onesimo, che
l'apostolo gli rinvia chiedendogli di non accoglierlo come schiavo
ma come fratello in Cristo (cfr. Fm 9b-10.12-17). Non era in potere
di Paolo né dei cristiani di allora mutare gli istituti giuridici e
sociali del tempo, ma l'apostolo testimonia qui la novità
evangelica trasformando un rapporto sociale in una relazione
fraterna. Ed è questa novità vissuta che porterà all'eliminazione
dell'istituto giuridico della schiavitù: un esempio concreto,
dunque, di quella rigenerazione delle relazioni umane che l'evangelo
può suscitare in ogni ambito della vita sociale e persino nei
rapporti tra i popoli del mondo.
Noi oggi viviamo in un mondo dove
purtroppo si sono formate altre, nuove e non meno gravi forme di
schiavitù: quelle prodotte dalla miseria e dalla guerra,
dall'ingiustizia sociale e dai soprusi dei potenti, dai miti del
successo e dalla manipolazione del consenso. Anche per tutto questo
invocheremo insieme il dono della pace: per ricercare concrete
soluzioni a queste piaghe e per rinnovare il nostro impegno contro
la logica della violenza e dell'egemonia, dell'individualismo e del
profitto che minacciano o cancellano le espressioni della vera
libertà e democrazia.
La pace, che oggi ci appare lontana
e che non è in nostro potere, potrà diventare realtà in un domani
vicino, se oggi uomini e donne di buona volontà, a qualsiasi fede o
cultura appartengano, si uniscono ad invocarla come dono dall'alto e
a costruirla dentro i processi della storia. Quanto è avvenuto con
la schiavitù, potrebbe avvenire anche con la guerra: non più il
ricorso a conflitti bellici per risolvere i problemi e le tensioni
internazionali. Lo vogliamo sperare nella certezza che l'umanità è
in cammino e che Dio non l'abbandona a se stessa.
Questa è la speranza cristiana che
ci muove nella storia e ci riunisce a Milano in questi giorni
d'incontro ecumenico e interreligioso. La nostra speranza è donec
veniat: finché il Signore venga, perché solo lui è il nostro
shalom. Il senso dell'Eucaristia che celebriamo è infatti
nell'attesa della sua venuta.
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+ Dionigi
card. Tettamanzi
Arcivescovo di
Milano |
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