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Ambrogio Spreafico
Rettore della Pontificia Università Urbaniana

Ambrogio SpreaficoIl titolo scelto per quest’ultima parte della nostra giornata di studi manifesta due realtà qualificanti dell’ebraismo. Si sarebbe potuto esprimere forse più correttamente in ebraico anche il secondo termine con sedeq-sedaqah, parole più ricche e complesse della traduzione italiana “giustizia”. L’esegesi e la teologia cristiane hanno spesso contrapposto “legge” e “vangelo”, soprattutto a partire da alcuni passi neotestamentari sia dei vangeli che di Paolo. Tuttavia la parola ebraica torah va compresa in un senso più ampio della traduzione “legge”, definita come quella serie di norme scritte e stabilite dalla collettività (religiosa o civile che sia) a salvaguardia della giustizia. Le due parole ebraiche torah e sedeq-sedaqah sono oltre queste definizioni restrittive. Torah si deve intendere come l’insegnamento di Dio al suo popolo, che assume un significato universale e comprende la legge mosaica. Afferma Elia Benamozegh in Israele e l’umanità: “Nello Zohar, troviamo un pensiero profondo secondo cui il mondo e l’uomo sono creati entrambi secondo il modello della Torah. La legge del mondo e quella dell’uomo sono una sola e medesima legge. Ma i rabbini vanno oltre: affermano che Dio stesso osserva la Torah.” Sotto questa concezione si nasconde una convinzione fondamentale della tradizione rabbinica: quella della cooperazione dell’uomo con Dio. Continua Benamozegh: “Se l’uomo coopera con Dio, è perché la legge dell’uno e dell’altro è la stessa. I titoli di socio, fratello, compagno di Dio che i rabbini conferiscono all’uomo, si collegano tanto all’idea di unità della legge che all’idea della cooperazione umana.” (p.182)

Così la torah come insegnamento divino ha un senso onnicomprensivo, tende ad abbracciare ogni istante della vita. I ben noti 613 precetti della torah non hanno gerarchia interna; tutti sono ugualmente importanti; la trasgressione di uno di essi in qualche modo mette in discussione tutta la legge. La torah manifesta quindi la volontà divina, ma nello stesso tempo chiama l’uomo a una conformazione responsabile. Il non adempimento delle miswot, dei precetti, la non accoglienza della torah, spezza non unicamente l’integrità dell’essere umano, ma anche quella del cosmo, intrinsecamente legato all’uomo. Anzi ciò tocca persino Dio. C’è un ordine del cosmo strettamente connesso all’ordine etico della realizzazione della torah nella giustizia, attraverso i rapporti interpersonali. La creazione viene presentata nella Bibbia come l’uscita dell’universo dal caos primordiale e lo stabilirsi di un ordine nel cosmo e nella vita dell’umanità. Scrive André Neher: “La volontà di Dio realizzata dall’uomo, la miswah, fa uscire la vita dal disordine, dal caso”. (Chiavi per l’ebraismo, p. 87). Esiste quindi un legame stretto tra torah e sedeq-sedaqah, legge e giustizia. Si potrebbe quasi affermare che, se la torah è la guida divina per l’uomo, onnicomprensiva nel tempo e nello spazio, la giustizia è la sua realizzazione nell’intreccio delle relazioni con gli altri esseri viventi.

Ci chiediamo: che cosa manifesta la giustizia nell’ambito biblico? Ho già accennato alla restrizione che i termini ebraici sedeq e sedaqah vengono ad avere nella parola “giustizia”. Dice J. Sacks: “È difficile tradurre l’espressione tzedaqah perché combina in un’unica parola due nozioni normalmente contrapposte, ovvero carità e giustizia.” (J. Sacks, La dignità della differenza, p. 128). Infatti la giustizia ha sempre una dimensione retributiva, perché si realizza in un equilibrio di rapporti e di azioni, per cui a un determinato comportamento corrisponde un agire secondo giustizia oppure una trasgressione dell’ordine della giustizia, la cui conseguenza è la punizione. Insomma, la giustizia ha in se stessa un carattere negativo, perché deve condurre comunque alla condanna del colpevole e alla dichiarazione di innocenza del giusto. Nella tradizione biblica esiste un ambito di rapporto interpersonale che sembra oltrepassare la pura legge della retribuzione. In questa dimensione la sedeq-sedaqah si manifesta come “carità”, cioè come un atteggiamento che supera la necessità di partire da un giudizio sull’osservanza delle mizwot, sull’adeguamento del soggetto alla torah. Si tratta di una serie di testi della Bibbia ebraica che hanno a che fare con il problema della realizzazione della giustizia nei confronti dei poveri. Nei testi della Bibbia ebraica e poi di quella cristiana possiamo ritrovare il fondamento di una dimensione della giustizia a partire dall’amore del tutto particolare di Dio verso i poveri.

Prendiamo come punto di partenza il Sal 68. Dio appare come giudice: al v.1 lo si invoca perché “si alzi”, tipico atteggiamento del giudice in atto di emettere la sentenza. La sua giustizia si attua nel ristabilire un ordine infranto, che ha come destinatari gli orfani e le vedove. Il suo agire nel mondo si realizza innanzitutto come giustizia nei confronti dei poveri. Non si dice chi siano, a quale gruppo religioso o etnico appartengano questi poveri. Certo sono parte della società in cui vive Israele.

Una conferma di tale interpretazione viene da altri testi, come ad esempio Dt 10,17-18; Sal 82 e 146. In questi passaggi Dio appare come il giudice, nel senso di colui che attua la giustizia. Nel Sal 146 Dio è “colui che fa il cielo e la terra, il mare e tutto quanto è in esso”, ma anche “colui che realizza il diritto.” Tra le due definizioni di Dio abbiamo un’altra affermazione significativa: “colui che mantiene la verità per sempre”. L’azione di Dio creatore, padre e operatore di giustizia, è la verità stessa di Dio. Recita il salmo:

“Egli è fedele per sempre,
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri,
il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge lo straniero,
egli sostiene l’orfano e la vedova…”

Chi sono i destinatari della giustizia divina? I testi a cui mi sono riferito sono unanimi: i destinatari sono, in una parola, i poveri. Li elenchiamo: oppressi, affamati, prigionieri, ciechi, umiliati, giusti, immigrati, orfano, vedova, misero, povero, bisognoso, indigente. Essi sono sempre in opposizione ai malvagi. La verità di Dio come Padre, creatore, signore del cosmo, si manifesta in un atto del tutto gratuito di giustizia nei confronti dei poveri. La giustizia verso i poveri non è applicazione di una legge o scelta di equità, ma si manifesta come amore, preoccupazione concreta, quindi nutrimento, liberazione, guarigione, salvezza. Dio dà a ciascuno secondo il suo bisogno. Non si tratta di giustizia distributiva né retributiva. O meglio, Dio distribuisce secondo i suoi criteri, perché la sua giustizia è amore che dà secondo il bisogno. Non è giustizia conseguenza di meriti, di cui non si parla in questi testi. Non si parla neppure di poveri buoni o cercatori di Dio. La fedeltà alla torah non può prescindere da questo aspetto particolare della giustizia, che incide radicalmente sul rapporto uomo - Dio, quindi sul costituirsi della fede di Israele. L’uomo non può rimanere nell’alleanza e nell’amicizia di Dio se non compie la giustizia nei confronti dei poveri, allo stesso modo e nella medesima misura di Dio. La giustizia nei loro confronti è talmente parte della natura paterna di Dio che non esiste culto e accesso a Dio che attraverso di essa. Diversi testi profetici, come i primi cinque capitoli di Isaia o molti passi di Amos o Michea, potrebbero facilmente confermare questa tesi. Secondo il primo capitolo di Isaia la preghiera e ogni altro atto cultuale sono condizionati da una scelta di giustizia nei confronti dei poveri. Non meno chiaro di Isaia è Amos. L’ingiustizia rischia di cancellare d’un colpo tutta la storia salvifica, che Amos rappresenta più volte richiamando l’esodo dall’Egitto (2,9-12; 9,7). In molti altri oracoli profetici si potrebbe ritrovare questa tematica. Vorrei terminare almeno accennando a un altro passo di grande interesse: Is 58,1-12. Si parla del digiuno. Perché Dio non ascolta un popolo che prega e digiuna? La risposta profetica è chiara: c’è un solo digiuno che “Dio vuole” (vv.6-7; 10). Esso consiste nella pratica della giustizia soprattutto verso i poveri. E qui emerge un fatto nuovo. Dice il versetto 7: “Non è forse questo il digiuno che io voglio: ...dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, i senza tetto, vestire chi è nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?” Il testo indica nell’affamato, nel misero, nel senza tetto e nell’uomo nudo “la tua carne”, cioè dei membri della tua famiglia. Infatti “essere della stessa carne” significa appartenenza alla stessa famiglia (cf. Gen 2,23; 29,14; 37,27; Gdc 9,2; 2Sam 5,1; 19,13ss). Is 58 propone un salto di qualità nel rapporto con i poveri: se Dio è signore di giustizia, l’attuazione della giustizia nei confronti dei poveri rivela l’esistenza di un rapporto del tutto singolare con essi. Dio li rende parte di un’unica famiglia, li rende nostri fratelli. In questo senso la giustizia si trasforma in un nuovo modo di vivere il rapporto con il povero, a partire dalla “giustizia” di Dio, perché i poveri sono nostri fratelli, parte della medesima famiglia.

Is 58 ci mostra che non esiste una fraternità di cui anche i poveri non siano parte, non esiste una società saldamente costituita in cui non si pratichi la giustizia nei loro confronti. La preoccupazione per loro è un atto dovuto, un atto di profonda giustizia, che deriva direttamente dalla sedaqah divina. Certo questa giustizia ha il sapore della carità e dell’amore, perché non si fonda sulla stretta legge della retribuzione né mette in atto la condanna per riportare la struttura sociale dentro le misure della legge. Essa è un’esigenza che deriva direttamente dall’amore incommensurabile di Dio. Secondo Amos 2,6 il povero è dichiarato “giusto” non perché il suo comportamento è giudicato conforme alla torah, ma in quanto destinatario della “giustizia” divina, che ristabilisce l’ordine della creazione. In questo senso la sedaqah di Dio realizza pienamente anche la torah. Jonathan Sacks dice a proposito della sedaqah come “carità”: “Quella che alcuni sistemi legali considererebbero carità, per l’ebraismo è un requisito di legge e può, se necessario, essere imposta dai tribunali.” (pp. 128-129). Sacks sta parlando dei poveri. È la mancanza di questa giustizia-carità che, secondo Amos, fa ritornare il mondo nel caos primordiale, perché piano cosmico e piano etico sono strettamente correlati. Ci si dovrebbe chiedere in quale misura i disastri ambientali del nostro tempo non siano anche la conseguenza delle grandi ingiustizie commesse verso i poveri lungo la storia.

Molti sarebbero i testi del Nuovo Testamento che si potrebbero citare in consonanza con questa interpretazione. Vorrei solo riferirmi a mo’ di conclusione a quella stupenda quanto provocante affermazione della lettera di Giacomo: “Una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo.” (Gc 1,27) Riecheggiano in queste parole i testi della Bibbia Ebraica appena citati, di cui esse sono in qualche modo il commento. Nella pienezza dei tempi il Messia, Gesù Cristo per noi cristiani, in cui si sono manifestate la giustizia e l’amore di Dio, giudicherà gli uomini e le donne di ogni tempo proprio a partire da questa religione: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere?…Rispondendo il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.” (Mt 25,35-40) Proprio coloro che avranno praticato questa religione saranno i benedetti dal Padre celeste, che li accoglierà nel regno dei cieli, realizzando così quella giustizia piena di amore che lo contraddistingue.

In un mondo, nel quale i poveri rimangono estranei, spesso oggetto di indifferenza, di pregiudizi e di ostilità, la sapienza ebraica ci pone una domanda, perché proprio a partire dall’amore per loro il mondo sia più umano e vivibile. Israele, povero per la schiavitù dell’Egitto, gridò a Dio e il Signore ascoltò quel grido e scese a liberare il suo popolo. Nella vostra storia si racchiude un segreto di amore particolare di Dio che interroga tutti noi e il mondo. Questo amore è il compimento della torah e della “giustizia”.


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