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Andrea Riccardi
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Andrea RiccardiIl Novecento è stato il secolo in cui si è tentato di eliminare l’ebraismo dal panorama umano, religioso e culturale del mondo. Balza agli occhi evidente, drammatica, macroscopica, la vicenda della Shoah. Allora veramente si è voluto eliminare l’ebraismo, distruggere gli uomini e le donne, i bambini d’Israele; cancellare una presenza, una cultura e una memoria dalla terra d’Europa e persino incendiare le sinagoghe. Per secoli, per millenni –vorrei dire-, l’ebreo era stato il coabitante di sempre (umiliato) in un continente tutto cristiano senza la presenza di altri. Penso a Roma, alla più antica comunità della diaspora, con una vita difficile nel cuore della capitale dello Stato del papa. L’umanità novecentesca ha affermato, in certe sue espressioni, che non aveva bisogno dell’ebraismo per costruire un umanesimo. Ha voluto congedarsi dall’ebraismo, anche se gli ebrei, ormai emancipati, sono cittadini come tutti, solo in privato –come si diceva- di fede mosaica. La rivoluzione sovietica con il suo carattere messianico, produttrice di una nuova umanità, assorbe tanti ebrei e finisce per perseguitare l’ebraismo, fino a ridurlo ad una nazione tra i popoli sovietici (anzi ad uno Stato, quel Birobidjan, fondato da Stalin nel 1934 e destinato a vita grama nel suo ruolo di Israele sovietico). Il futuro socialista non ha bisogno degli ebrei. La cultura positivista nel suo insieme vede nell’ebraismo qualcosa di remoto e di arcaico, fatto di leggi e prescrizioni irrazionali, sostanzialmente antimoderno. Ma lo stesso mondo cristiano, in taluni suoi settori, sembra non aver bisogno dell’ebraismo. E’ una storia antica per i cristiani che, nel XX secolo, trova espressioni nuove. Un cristianesimo migliore, moderno, deve epurarsi dell’ebraismo.

Proprio all’inizio del secolo, a Berlino, il grande e accreditato storico, Adolf von Harnack, lanciava L’essenza del cristianesimo, un piccolo libro dagli effetti detonanti come dibattito teologico e storico: qui, tra l’altro, smorzava fortemente il peso delle radici ebraiche del cristianesimo o quantomeno riduceva il rapporto con quella che veniva chiamata l’eredità vetero-testamentaria. Al di là del grande dibattito che il libretto suscitò nella cultura religiosa del primo Novecento, non fu un evento solo accademico. Riemergeva l’antica tentazione cristiana, da Marcione in poi, di fare a meno degli ebrei. E’ una tentazione che coinvolge cattolici e protestanti proprio nel Novecento. Nella Francia tra le due guerre, si sviluppa il movimento cattolico dell’Action Française di Charles Maurras, coinvolgente le giovani generazioni critiche di laicità e positivismo. Si esalta il ruolo storico-politico della Chiesa: la politica prima di tutto. Il cattolicesimo è visto come un fenomeno europeo di potenza, distaccato dall’ebraismo e dal mondo orientale che è invece alle sue origini. Il cattolicesimo diventa la grande tradizione europea, non la religione di Gesù di Nazareth, degli apostoli e dei profeti d’Israele. E’ una posizione di tanti europei, ammirati della Chiesa, ma freddi verso il cristianesimo, il Vangelo e la tradizione ebraica. Mussolini è un esempio emblematicamente rozzo di questo sentire. Il duce afferma che senza Roma, i cristiani che venivano da Gerusalemme sarebbero rimasti una povera setta tra tante, non sarebbero divenuti una religione mondiale. Roma ha fatto di questa setta un impero spirituale. Ne parla nel discorso per la ratifica dei Patti del 1929, che chiudono lo scontro tra la Chiesa e lo Stato in Italia: “Questa religione –dice del cristianesimo- è nata nella Palestina, ma è diventata cattolica a Roma. Se fosse rimasta nella Palestina, molto probabilmente sarebbe stata una delle tante sette che fiorivano in quell’ambiente arroventato come ad esempio quella degli Esseni o dei Terapeuti, e molto probabilmente si sarebbe spenta senza lasciare traccia di sé.” Non è un caso che proprio Mussolini volgarizzi il pensiero diffuso tra i movimenti nazionalisti e di destra in Europa. Egli confida, a proposito degli italiani, al suo ministro degli esteri: “Basterebbe un mio cenno per scatenare tutto l’anticlericalismo di questo popolo, il quale ha dovuto faticare a ingurgitare un Dio ebreo”. Mussolini “ripete –annota il ministro- la sua teoria di cattolicesimo-paganizzazione del cristianesimo: per questo io sono cattolico e anticristiano” –conclude. Il cattolicesimo, espressione della tradizione europea pagana, dovrebbe smarcarsi dal cristianesimo. Un cattolico anticristiano –come non pochi cattolici nazionalisti dell’epoca- vuol dire antisemita e antiebraico.

In modo più coerente, si compie un itinerario analogo nella Germania nazista degli anni Trenta, quando la Chiesa del Reich (protestante) accetta il paragrafo ariano, si completa il processo epurativo dell’ebraismo dalle Scritture cristiane e dello stesso apostolo Paolo, perché ebreo. Il principale ideologo del nazismo, Rosemberg, autore del Mito del XX secolo, accusava Paolo di aver giudaizzato il cristianesimo: “Paolo ha raccolto in modo del tutto intenzionale i lebbrosi di tutte le nazioni e le culture in tutti i paesi dell’orbe, per scatenare un’insurrezione dell’inferiore”. Il cristianesimo positivo tedesco – e sono interessanti e sorprendenti, non solo le posizioni di Hitler o di Goebbels, ma quelle stesse dei dirigenti evangelici tedeschi- deve emanciparsi, in un modo o nell’altro, dall’eredità ebraica. Indubbiamente l’emancipazione è più facile quando dell’ebraismo si fa una pura eredità archeologica o libresca; ma l’ebraismo è invece una realtà attuale, sono gli ebrei con le loro comunità. La fede ebraica non è fatto accademico; ma realtà di ebrei. Così il loro umanesimo si collega robustamente a donne e uomini che sono ebrei. Si colgono i motivi della dura reazione di Pio XI contro l’antisemitismo, sia quello tedesco che quello dell’Action Française. Non è solo difesa degli ebrei, ma impegno a preservare lo stesso cristianesimo che, mutilato del rapporto con l’ebraismo, sarebbe destinato a diventare qualcosa d’altro, una religione nazionalista e di civiltà europea. Insomma la benedizione d’una politica nazionalista e guerresca. Senza ebraismo, il cattolicesimo non sarebbe universalista. Non è un paradosso, ma una realtà storica. Per questo Pio XI afferma con forza: “noi siamo spiritualmente semiti”. E’ il tentativo di sradicare il cristianesimo dall’ebraismo e fare della fede di Gesù qualcosa d’altro, Pio XI lo coglie con lucidità. Condanna l’Action Française (che pure professava fedeltà al papa) e la riduzione del cattolicesimo a religione di civiltà.

Ma una risposta forte venne da parte ebraica, nello studio di Gesù ebreo, da Jospeh Klausner, a Leo Baeck (grande figura, che pubblicò un libro su questo proprio nel 1938 mentre guidava la comunità ebraica tedesca: “la storia millenaria dell’ebraismo tedesco è alla fine” –aveva detto assumendone la presidenza), a Jules Isaac e a molti altri. Anche la rinascita degli studi biblici nel mondo cattolico e protestante, seppure su presupposti diversi, converge nella riaffermazione dell’ebraicità del cristianesimo. Un cristianesimo senza ebraismo diventa diverso da se stesso: una religione manipolabile dal nazionalismo europeo, che perde le sue radici e la sua stessa umanità. Anche perché Gesù è ebreo. E qui non sottolineo la forte e diffusa riscoperta dell’ebraicità di Gesù. La coscienza di questa connessione vitale è maturata nel cristianesimo del Novecento e, anche oggi, trova qui, tra noi, una sua espressione importante. Chi parla attorno a questo tavolo ha maturato la profonda coscienza del legame reale e misterioso tra la vita cristiana e la realtà d’Israele nel senso più profondo della parola. Non parlo della Comunità di Sant’Egidio che, a partire da Roma, da questa città così rilevante nel cristianesimo contemporaneo, ma anche ospitante la prima comunità della diaspora, ha fatto del rapporto con gli ebrei un punto focale della sua vita. Ricordo solo, a questo proposito, la marcia della memoria che si svolge sulle due rive del Tevere con sempre più gente, ogni 16 ottobre, giorno della deportazione degli ebrei di Roma quando nel 1943 hanno tentato di strappare a Roma i suoi ebrei. Non parlo di Enzo Bianchi che, dopo il Concilio, ha preso sul serio Scrittura, liturgia, Padri, trovando, in questo pozzo profondissimo della vita cristiana, la via per una comunità monastica tanto radicata nella fede, quanto aperta all’umanità, la quale ha avuto un incontro decisivo con l’ebraismo. Debbo ricordare l’impegno del card. Kasper per il dialogo ebraico-cristiano. Quello del caro card. Poupard e di tutti i partecipanti a questo incontro, convinti come siamo non solo del rapporto decisivo tra ebrei e cristiani, ma che per un’umanità migliore c’è bisogno della fede e dell’umanesimo di Israele.

La storia del Novecento in parte è stata invece il tentativo di eliminare, dalla costruzione di un’umanità nuova, sia l’ebraismo che gli ebrei. Si potrebbe dire che la storia delle altre religioni ha subito lo stesso processo di tentata eliminazione? Hanno subito l’epurazione dal cantiere dell’umanità del Novecento, il secolo più secolarizzato della storia? Non è avvenuto in un modo uguale per tutte le religioni. Solo in parte e in alcune regioni (penso al mondo comunista) per il cristianesimo. Non tanto per l’islam. Per l’islam, c’è da segnalare un fatto drammatico avvenuto nel XX secolo: il divorzio radicale, con la fine della convivenza secolare, talvolta millenaria, tra ebrei e mondo musulmano sulle rive del Mediterraneo. E’ quella convivenza che aveva prodotto –così scrive Bernard Lewis- una vera civiltà ebraico- islamica, spazzata via in pochi anni. Con la fine della seconda guerra mondiale, circa un milione di ebrei lasciano o sono costretti a lasciare il mondo dell’islam, decretando la fine di una vita comune, che sopravvive oggi in qualche limitata isola (circa 3.500 ebrei laddove poco più di mezzo secolo fa ce n’era un milione). L’islam fa a meno degli ebrei per costruire il suo futuro. Anzi, con la nascita dello Stato d’Israele, l’ebreo e il suo Stato diventano il nemico per eccellenza nell’immaginario non solo arabo, ma anche dei musulmani nei lontani paesi asiatici. L’ebraismo non è più visto come una realtà religiosa, ma come un problema politico-nazionale. E’ anche questo un capitolo del congedo delle religioni dagli ebrei.

L’augurio di pace con il mondo arabo, che faccio ai miei amici israeliani è anche la mia preghiera di ogni giorno per voi, per la vostra Terra, per quella terra che amiamo. E’ l’augurio che, con la pace, in un Medio Oriente di barbarie, possiate dar vita ad una nuova civiltà che, su basi differenti, riproporrà un rapporto costruttivo con il mondo dell’islam. C’è un umanesimo mediterraneo che deve sorgere lungo questo mare, in un mondo che, nel XXI secolo, sta spostando il suo baricentro verso l’Asia e i suoi giganti. L’ebraismo è parte consistente di questo umanesimo mediterraneo, che ha avuto stagioni felici nella storia. Ma l’umanesimo ha davvero bisogno dell’ebraismo? Sullo sfondo dell’eliminazione dell’ebraismo dalla cultura e dalla vita occidentale sta la grande domanda rivolta alle religioni, in particolare monoteistiche, se esse non siano all’origine dell’intolleranza con la loro pretesa esclusivistica. Dieu-est-il fanatique? –si è domandato in un fortunato libretto l’intellettuale francese Jean Daniel, di origine ebraica algerina, erede del sentire di Albert Camus. Questa domanda si rivolge al monoteismo esclusivista, che sarebbe una delle radici dell’intolleranza. E’ un’accusa vecchia, che viene da lontano, da Celso, ma che tra Ottocento e Novecento si è fatta insistente e moderna. Auguste Comte propose una visione di religione positiva dell’umanità come emancipazione dall’età teologica della storia: per lui il monoteismo era egoista e primitivo. Tanti hanno mosso critiche alla pretesa monoteistica, come non moderna e non rispettosa del pluralismo. Era diverso il sentire di Nietzsche che vedeva nell’ebraismo un processo emblematico di snaturalizzazione, di allontanamento dalla dimensione naturale,tipico delle religioni.

Fin da ieri, e oggi con più forza, una critica viene dall’Asia. Al monoteismo e alle sue pretese considerate irragionevoli, vengono contrapposte le religioni orientali, in particolare l’induismo, un mondo scoperto e frequentato dagli occidentali tra Ottocento e Novecento. Il pluralismo intrinseco e la pluralità di figure divine dell’induismo si presentano come capaci di tolleranza in un mondo plurale. Anche in questa visione c’è l’idea del monoteismo ebraico come qualcosa di vecchio per costruire un mondo più umano. All’inizio del XX secolo, proprio nel 1900 (poco prima che Harnack pubblicasse il suo fortunato saggio), moriva a Livorno un grande rabbino italiano, Elia Benamozegh, uomo di grande sapienza in cui pulsava l’umanesimo mediterraneo. Scrisse un’opera in difesa dell’ebraismo, quando la via indicata agli ebrei europei era l’assimilazione facendo d’Israele solo il “culto mosaico”. Israele e l’umanità, Studio sul problema della religione universale era l’opera in cui rispose alle accuse che l’ebraismo non fosse una religione universale, aprendo una discussione con il cristianesimo e chiedendo di riflettere sulla legge noachica. Nel quadro della crisi religiosa di fine secolo proponeva l’ebraismo come popolo messianico e sacerdotale tra le religioni. Il libro, pubblicato nel 1914 dopo la morte dell’autore, alla vigilia della prima guerra, intendeva provocare in cristianesimo e islam, un tiqqun, un processo di risanamento a partire dall’universalismo e dall’umanesimo ebraico. Non fu un successo. Di ben altro si occupava l’opinione pubblica europea di allora, presa dalle passioni nazionaliste e dalla costruzione di un uomo nuovo. Ma oggi, dopo tanto fallire, si ritorna a questo punto, all’appuntamento con l’ebraismo.La proposta di Benamozegh ritorna attuale.

Non è solo il lungo processo di secolarizzazione europeo che ci fa tornare all’ebraismo come fatto centrale dell’umanesimo. L’universalismo secolarizzato delle organizzazioni internazionali ha introdotto un politically correct, per cui universale è accostare realtà religiose o culturali differenti quasi in un legame federale. C’è anche la proposta di un mondo religioso asiatico, in particolare induista, dove la spiritualità si esprime in modo individuale, così diverso da quel senso di destino comune e di comunità che caratterizza le religioni monoteistiche. Un mondo tanto plurale rende l’ebraismo, con il suo monoteismo, qualcosa di antiquato, destinato a una flebile minoranza? Dopo le guerre religiose di Cinquecento e Seicento, nacque la dottrina della tolleranza. Oggi c’è bisogno di un nuovo umanesimo: qui l’appuntamento con l’ebraismo, che richiama ad un Dio creatore, ad una comunità di uomini e donne con un destino unico. Ha scritto André Neher sull’identità ebraica: “E’ sulla barca di ogni ebreo, il quale ripete il gesto di Abramo, che gli uomini passano sull’altra riva dell’umanità…” -conclude- L’esilio è la missione che porta il giudeo dovunque c’è da fare un passaggio, e così la condizione ebraica inserisce il giudeo in una specie di vertigine universale, in quella bella e grande vocazione che fa di lui il fratello d’azione di tutti gli uomini”. Oggi, in un mondo di scontri di civiltà e di religione, ma anche di risposte ad una globalizzazione schiacciante, non basta far ricorso all’idea di tolleranza. Abbiamo bisogno di una grande idea che non possiamo non trovare che nelle grandi religioni. Il relativismo è inadeguato ad un mondo di conflitti e finisce per confermare la violenza dell’appartenenza. Jonathan Sacks, rabbino capo del Commonwealth, ne La dignità della differenza, trova il fulcro di questa grande idea nel rinverdire e ripensare il patto di Noé con tutto il genere umano: “Dio, creatore di tutto, -ha scritto- ha posto la sua immagine sulla persona in quanto tale, a priori e indipendentemente dalle nostre varie culture e civiltà, conferendo così alla vita umana una dignità e una santità che trascendono le nostre differenze”. Benamozegh, un secolo prima, proponeva qualcosa di simile.

L’unico Dio e l’unica umanità… Il dialogo tra ebrei e cristiani, questo nostro stesso parlare, non è solo chiuso ad una conversazione tra religiosi, ma ha un suo valore che va al di là di noi, in un mondo dalle profonde fratture. Per me, per noi, è l’appuntamento da cui può scaturire una riflessione sull’umanesimo contemporaneo, che non può prescindere da Israele e dalla sua fede.

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