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Un
lungo cammino verso l’abolizione
In
tante parti del mondo, così come nella coscienza di una moltitudine di
persone, la pena di morte viene sempre più avvertita come una violazione
irrimediabile della sacralità della vita e della dignità umana, che
impoverisce e non difende le società che la applicano.
Negli
ultimi trenta anni, la maggior parte dei paesi del mondo – soprattutto
in Europa, ma anche in America Latina e sempre più in Africa - hanno
iniziato ad abolire o quantomeno a non eseguire le condanne a morte.
Si
va realizzando per la pena capitale un processo simile a quello per cui la
tortura e la schiavitù, accettate a lungo in altre epoche da gran parte
dell’umanità, sono oggi finalmente percepite come aberranti
umiliazioni, non solo delle vittime, ma anche di chi le infligge.
Molto
è stato fatto in questi anni per far conoscere la realtà di chi vive nei
bracci della morte nei diversi paesi del mondo. L’appello per una
Moratoria Universale, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio nel 1998,
ha aiutato la diffusione e la crescita di una sensibilità su questi temi
con la raccolta di più di 5 milioni di adesioni.
Accanto
alla raccolta di firme, è stato fatto un capillare lavoro di diffusione
di una sensibilità sui temi della giustizia e della pena capitale, nelle
sedi amministrative, nelle scuole e nelle Università, da Città del
Messico, a Budapest, da Hong-Kong, a Madrid, in tutti i continenti.
Si
è creato un fronte unico, interreligioso e interculturale contro la pena
di morte. Insieme a tante altre associazioni internazionali, lavoriamo per
la Moratoria, per fermare le esecuzioni dei minori, per l’abolizione
totale. L’accordo fra i diversi organismi mondiali impegnati su questo
obiettivo ci sembra decisivo per essere più forti.
Un
importante passaggio di questa presa di coscienza a livello mondiale è
rappresentato dall’istituzione della Giornata
Internazionale delle “città per la vita – città contro la pena di
morte”, proposta
dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Regione Toscana (il Comune di
Roma) e fatta propria da tante amministrazioni cittadine, associazioni,
movimenti. Ne sono protagoniste le città del mondo impegnate nel richiedere
la Moratoria della pena capitale che, con un gesto fortemente simbolico,
scelgono di illuminare un monumento significativo, proprio nel giorno in
cui si ricorda la prima abolizione nel mondo, il 30 novembre del 1786, da
parte del Granducato di Toscana.
Anche
il prossimo 30 novembre 2005 molte città aderiranno a questa iniziativa
diventando “città per la vita – città contro la pena di morte”
accomunate dal principio che NON C’E’ GIUSTIZIA SENZA LA VITA - NO
JUSTICE WITHOUT LIFE.
Società
violente e Pena di Morte
La
pena di morte è una spia della barbarie presente in una società, ce ne
siamo resi conto negli ultimi tempi, con l’instaurarsi di un clima di
guerra. Gli orrori di morte e violenza, che la guerra e il terrorismo
portano inevitabilmente con sé, provocano un abbassamento del valore
della vita e del rispetto per la dignità della persona. Con la guerra
aumenta inoltre il rischio che paesi già abolizionisti reintroducano o
pratichino la pena capitale, anche con leggi speciali o militari.
È
necessario anche ricordare che la condanna a morte non risponde
all’esigenza di sicurezza così sentita nel nostro mondo, sia in campo
internazionale che all’interno delle singole società.
L’attuale
rivendicazione di sicurezza interna alle società è incentrata troppo
spesso sull’idea dell’eliminazione
di coloro che si crede siano la minaccia al nostro vivere e al nostro
benessere. L’uso della condanna a morte nei confronti di chi viene
identificato nella società come il nemico interno, secondo l’approccio
tipico dei modelli di “tolleranza zero”, rappresenta la rinuncia a
credere nelle garanzie che si ottengono con un paziente lavoro di
prevenzione e rieducazione. Non va dimenticato, inoltre, che i sistemi
basati su queste logiche colpiscono prevalentemente le fasce più deboli
della popolazione, i giovani, le minoranze etniche, i senza dimora, i
tossicodipendenti. Per tutti costoro c’è una colpa in più: quella di
essere poveri.
La
riconciliazione è la vera sicurezza
Alcune
coraggiose scelte di perdono e riconciliazione, espresse da parenti di
vittime di crimini efferati, dimostrano come sia possibile ricreare in se
stessi la pace e comunicarla all’ambiente circostante. Queste scelte,
accompagnate dalle richieste di perdono di tanti condannati a morte,
rimarginano nel profondo le lacerazioni e contribuiscono a rendere una
società sicura molto più delle punizioni estreme.
La
ricostruzione di questo tessuto di umanità è particolarmente evidente
nella corrispondenza con i condannati a morte. Sono ormai 1000 i
condannati a morte che in questi anni abbiamo messo in contatto con
altrettanti amici di penna che vivono in 55 paesi del mondo. La parola
amicizia può apparire inadeguata a una circostanza dalla quale sembra
invece normale voler prendere le distanze. Ma la conoscenza e il rapporto
personale mostrano che per vincere il male il primo passo è ritrovare il
volto umano dell’uomo.
Non
la ricerca di sicurezza attraverso la violenza, ma la certezza che in ogni
uomo c’è il bene può dare la forza di credere, in qualunque
condizione, con qualunque difficoltà, che è possibile sconfiggere il
male.
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