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I Parlamentari Europei contro la pena di morte
Assisi 4 luglio 2000
Nel salone papale del Sacro Convento, oltre 400 parlamentari
delle assemblee nazionali di 14 Paesi europei sono riuniti oggi su
iniziativa del Senato italiano per verificare tutte le strade
possibili in vista dell'abolizione della pena di morte, ancora in
vigore in 76 stati, fra cui alcuni di consolidata tradizione
democratica, come gli Usa.
Al Convegno sono intervenuti tra gli altri anche Mgr. Vincenzo
Paglia, Vescovo di Terni e Mario Marazziti, che ha parlato dell’esperienza
della Comunità di Sant’Egidio dopo più di un anno dall’inizio
della campagna per la moratoria della pena di morte.
Al termine i Parlamentari hanno votato un
documento in cui viene chiesta La ''messa al bando totale,
immediata ed incondizionata della pena di morte''.
Riportiamo integralmente il testo degli
interventi di
Mgr. Vincenzo Paglia
e Mario Marazziti.
I Parlamentari Europei contro la pena di morte
Assisi 4 luglio 2000
Intervento
di Mario Marazziti - Comunità di Sant’Egidio
Occhio per occhio e tutto il mondo diventerà
cieco. Questa considerazione di Gandhi si applica bene al nostro
tema. Come abbiamo sentito, c’è stato un tempo in cui la legge
del taglione, la giustizia-rappresaglia, la giustizia retributiva
fondata sulla ritorsione-vendetta appariva ed è stato un
progresso. Oggi, per fortuna, non è più così.
Era considerata normale, la pena di morte,
mentre oggi interi parlamenti e paesi l’avvertono come qualcosa
di barbaro e arcaico.
Per i sostenitori della pena di morte non è
sempre neppure chiaro quanto grave debba essere la colpa commessa:
uccidere un uomo, uccidere un bianco se di colore, rubare una
mucca o una gallina, non pagare le tasse (che ecatombe si
rischia!), tradire il coniuge.
Per la prima volta nella storia umana sono oggi
più di cento i paesi che hanno abolito completamente o de facto
la pena capitale, ma grandi paesi come Usa, Cina, India, Giappone,
in ampia compagnia di paesi come Egitto, Arabia Saudita, Iran,
Irak, ne fanno largo uso.
Tra i diritti umani, quello all’integrità
della vita, anche del colpevole, resta ampiamente negato e questo
non è più compatibile con il nostro senso democratico e di
democrazie, come l’Europa, che percepiscono la propria ragione d’essere
nella capacità di essere diffusive, inclusive.
Oggi, la presenza della pena di morte in larga
parte del pianeta, mostra che i diritti umani sono ancora "à
la carte". Che si può essere eliminati per adulterio o per
furto in un paese e non in un altro, che la geografia diventa una
variabile decisiva per definire ciò che è umano e disumano. La
globalizzazione rende tutto questo ancor più insopportabile.
Si tratta di diritti umani "à la
carte", "à la carte geographique", e tutto questo
ha sempre meno a che vedere con la giustizia. Siamo pieni di
statistiche non di parte che mostrano come la pena capitale
colpisca otto, dieci volte di più per gli stessi reati chi è di
colore o minoranza etnica e sociale, chi è povero, nelle
democrazie occidentali o le opposizioni sociali e politiche in
paesi non democratici.
Ancora, la pena capitale comporta una dose
"necessaria", ineliminabile di tortura, perché c’è
una morte annunciata e rimandata nel tempo che arriva mentalmente
cento, mille volte prima di arrivare davvero, e che inquina,
rendendo largamente inumana, la vita che resta da vivere.
La coscienza del mondo ha preso – almeno
ufficialmente – a ritenere disumana la pratica della tortura. E
per questo, anche per questo, tra i diritti umani con cui entrare
nel Terzo Millennio c’è quello di una giustizia senza pena
capitale. Senza legittimazione, di nessun tipo, dell’eliminazione
della vita da parte dell’uomo, tantomeno per difendere la vita
umana. Paradossalmente, infatti, l’esecuzione capitale, viene a
legittimare la cultura e la mentalità che –nei casi migliori-
vorrebbe combattere. Se la vita può essere tolta
"legalmente", dallo stato, in particolari circostanze,
la vita umana allora può, in particolari circostanze, essere
tolta. O riusciamo a stabilire un confine invalicabile: la vita
umana è sacra, non può essere tolta, o è solo un problema di
circostanze e di quantità di forza da mettere in campo.
Insomma, mi sembra che la pena di morte si
iscriva nello "stato di natura" del mondo e che il
mondo, soprattutto dalla seconda metà del secolo in poi e dalla
terribile esperienza delle guerre mondiali e della Shoah stia
entrando e voglia entrare – pur con qualche ritorno indietro –
nello "stato di cultura". In tempi ancora recenti
schiavitù e tortura apparivano come normali, e un grande
democratico, George Washington, non poteva non utilizzare schiavi
neri nella propria casa. Oggi tutto questo appare con chiarezza un
armamentario del passato. E la pena capitale comincia ad apparire
per quello che è: una disperata o fredda esecuzione di stato,
radicata nello stato di natura di un mondo ancora bambino. Ma
"la legge, per definizione, non può obbedire alle stesse
regole della natura. Se l’assassinio è nella natura umana, la
legge non è fatta per imitare o riprodurre questa natura. E’
fatta per correggerla", osservava Albert Camus, che
continuava: "Un’esecuzione non è semplicemente morte. E’
diversa dalla privazione della vita almeno quanto un campo di
concentramento è diverso da una prigione. Aggiunge alla morte una
legge, una pubblica premeditazione conosciuta dalla futura
vittima, un’organizzazione che è essa stessa una fonte di
sofferenze morali più terribile della morte. La pena della morte
– concludeva – è il più premeditato degli assassinii, con
cui nessuna impresa criminale, per quanto efferata, può essere
paragonata". C’è un prima, dell’esecuzione, che comporta
una dose massiccia di atti di "de-umanizzazione", "dis-umanizzazione",
perché sia chiaro (almeno nelle democrazie) che chi si va a
uccidere non è più un essere umano, ma un parassita da
eliminare, sgravando – tentando così di sgravare le coscienze
– di quanti sono coinvolti e del sistema stesso.
Ogni esecuzione capitale non è mai una
"legittima difesa". E’ sempre l’uccisione, ex post,
a freddo, di una persona che è già in stato di cattività e da
parte di un intero apparato statale. Non so se tutti i presenti lo
sanno, ma questo resta evidente persino in Texas e in Oklahoma,
dove il braccio della morte è costruito sotto terra, i detenuti
vengono tenuti in celle da due con accoppiamenti che esaltano l’odio
razziale o sociale o sessuale. Infatti, i certificati di morte,
tra le cause del decesso, scrivono "assassinio", e
questo viene timbrato dai responsabili e archiviato con ordine.
Allora, se non ve ne fossero altri di motivi (e
ve ne sono: è crudele, inumana, inutile, persino inefficace per
contenere il crimine: in Canada i reati gravi sono diminuiti dopo
la sua abolizione e negli Usa tutti gli stati mantenitori hanno
tassi più alti di omicidi di quando non facevano esecuzioni. E’
spesso ridicola come deterrente, come nell’Inghilterra
dickensiana, quando i picpockets erano più attivi tra le folle
che si accalcavano per assistere all’impiccagione di un
pickpocket), dicevo, se non ve ne fossero altri di motivi,
basterebbe questo: che lo stato, gli stati, le società civili nel
loro complesso, sempre, in qualunque circostanza, debbono essere
migliori dei cittadini che commettono un crimine.
L’iniziativa della Comunità di Sant’Egidio
parte di qui. Dal contatto diretto con centinaia di detenuti nei
bracci della morte americani, russi, nei carceri africani. Dalla
convinzione che la pena capitale è sempre una soluzione
"militare" a problemi che sono sociali, come mostra lo
stesso gigantismo del sistema carcerario americano e, alla fine,
il suo fallimento. I due milioni di detenuti, i più di 500mila
addetti, infatti, fanno dello Stato il più importante datore di
lavoro dopo la General Motors, ma non rendono migliore gli Usa,
né il solo Texas, dove dal 1994 gli imprigionati per reati di
droga sono passati da 41mila a 150mila.
E’ un’iniziativa che nasce dall’aver
visto il nesso stretto tra le necessità della pace e la capacità
degli Stati di saper uscire da una concezione della giustizia
carica di morte e di vendetta. In questo, l’uscita dai conflitti
recenti e l’istituzione di un Tribunale penale internazionale
che non prevede il ricorso alla pena capitale tra le sanzioni
appare un segnale, un punto d’arrivo della coscienza umana, a
mezzo secolo e più dalla fine del secondo conflitto mondiale.
Assieme ad Amnesty International, a Nessuno
Tocchi Caino, Sant’Egidio ha sviluppato un lavoro specifico che
intende mettere a disposizione dei governi, dei parlamenti, dei
responsabili che intendono intervenire su questa materia.
Una Campagna mondiale per una Moratoria
universale delle esecuzioni capitali, come primo passo verso l’abolizione
della pena di morte dalla faccia della terra. L’appello, la
petizione ai governi che ne fanno ancora uso, non era pacifico
quando è stato lanciato. A molti militanti sembrava che la
battaglia per la moratoria fosse rinunciataria. A noi sembrava un
obiettivo realistico, un primo, decisivo e ravvicinato passo. E
quando il segretario generale di Amnesty International ha firmato
il nostro Appello e un protocollo di intesa è stato firmato tra
le nostre organizzazioni, questo è diventato di fatto l’obiettivo
di tutte le organizzazioni e le istituzioni che si battono per l’abolizione
della pena di morte.
Il nostro lavoro è stato ed è in tre
direzioni: una, concreta, di vicinanza a chi è nel braccio della
morte e di comunicazione con il mondo esterno, perché vi sia
consapevolezza degli abusi e degli errori, perché si riduca il
tasso di inumanità e di sofferenza nelle case della morte.
Nella creazione di un fronte morale inter-faith,
interreligioso, e credenti e laici insieme, mondiale, per la prima
volta insieme contro la pena di morte. E’ così che i leader
delle grandi religioni mondiali, molti, hanno sottoscritto e fatto
proprio questo appello: intere Chiese protestanti e vescovi
cattolici insieme, luterani, episcopaliani, metodisti, leader
buddisti e militanti buddisti (abbiamo sentito qui un frammento
della straordinaria collaborazione nella campagna da chi mi ha
preceduto), indù, esponenti di rilievo della cultura ebraica, il
presidente indonesiano Wahid, in qualità di presidente della più
grande organizzazione islamica del mondo, parlamentari europei di
ogni provenienza. Un fronte morale inedito e universale perché
chi teme di intraprendere questo passo possa invocare un sostegno
etico internazionale alla propria eventuale scelta di moratoria.
Un grande lavoro, di base e di opinione
pubblica, insomma, dieci milioni di persone incontrate, con cui ci
si è fermati a parlare, per ridurre la zona grigia degli incerti
che vedono con favore le soluzioni forti anche se inutili. E due
milioni e mezzo di firme, oggi in mano, come arma di pressione, da
centoventi paesi,l dell’Unione europea, consegnate questa
primavera a Romano prodi e oggi anche vostre.
E un lavoro paese per paese, per raggiungere
obiettivi ravvicinati, scarcerazioni, salvare vite umane, ridurre
i casi previsti dalla legge per la pena capitale, moratorie
locali.
L’obiettivo, oggi, è quello di creare un
grande imbarazzo che porti paese dopo paese a una pausa di
riflessione, a una sospensione reale di tutte le esecuzioni. E le
brecce che si aprono in alcuni stati americani indicano che è una
strada che comincia ad avere i suoi successi. Le tredici
accensioni del Colosseo, da dicembre 99 a oggi, per rilevanti
conquiste della vita contro la pena capitale, testimoniano con la
sapienza di questo testimonial e con la forza debole ma nondimeno
sempre forza delle tre organizzazioni sponsor qui presenti, Sant’Egidio,
Nessuno Tocchi Caino e Amnesty International, che molto si muove e
molto è possibile. Oggi di più grazie all’Europa.
Che fare, allora, nel prossimo futuro?
Mgr. VINCENZO PAGLIA – Vescovo di Terni
Questo incontro avviene nell’imminenza del
Giubileo delle Carceri, una coincidenza non voluto, ma non per
questo senza significato, tanto più che Giovanni Paolo II, nel
messaggio inviato agli Stati e ai Governi, vuole proporre
"uno stimolo per la comunità a rivedere la giustizia umana
sul metro della giustizia di Dio". Si tratta senza dubbio di
una proposta alta che giustamente non poteva non scuotere le
coscienze. E se il messaggio papale investe l’intero sistema
carcerario con l’aggiunta della richiesta di un gesto di
clemenza, tuttavia la tensione morale che traversa quelle nove
pagine di testo si riversa tutt’intera nel tema del nostro
incontro. Per parte mia cercherò, con brevi cenni, di inserirmi
in questo filone che potremmo dire religioso, lasciando ad altri,
ben più esperti di me, le riflessioni di ordine etico, giuridico
e sociale.
Com’è noto fin le prime pagine della
Scrittura si aprono con il divieto di uccidere. Dio, con
solennità, di fronte all’assassino Caino, disse: "Chiunque
ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte". Ma non
sempre nelle pagine della Bibbia questo principio sia stato sempre
chiaro alle coscienze. La storia di questo tema è stata non poco
travagliata. Non è questa la sede per delinearne il tragitto,
tuttavia credo si debba dire che la coscienza cristiana odierna è
cresciuta in profondità in questo ambito comprendendo le antiche
parole della Scrittura "Non uccidere" nel loro senso
più autentico dell’intero contesto biblico. Come c’è nella
storia cristiana quel che viene tecnicamente chiamato lo sviluppo
del dogma, così esiste, direi a maggior ragione, un’approfondimento
della coscienza relativamente ad alcuni temi. Non comprendere
questom porta ad una lettura fondamentalista della Scrittura, ma
soprattutto dimentica che il cristianesimo è una rivelazione
storica e, come tale, non si affida ad asserti teorici ma ad una
progressiva rivelazione divina. Tutto ciò non nega evidentemente
che già nella Scrittura ci siano elementi che paiono essere
contraddittori. Tuttavia nell’intero itinerario della Bibbia vi
è come lo snodarsi di un filo rosso che manda segnali molto
chiari e precisi. Si tratta di dichiarazioni sistematiche che
vengono progressivamente ribadite e che fanno parte di questo
processo evolutivo della Rivelazione.
Vi è una prima e grande dichiarazione
relativamente all’uomo. E’ quella che potremo chiamare l’antropologia
biblica. L’uomo, nella Scrittura, è sempre considerato come un
essere che ha in sé una radice trascendente. E’ una delle
grandi verità bibliche che pur nelle contraddizioni viene sempre
sostenuta. L’uomo non può mai essere chiuso nell’orizzonte
del finito. E’ la grande affermazione dell’uomo fatto ad
immagine di Dio. Nel libro di Giobbe si scrive che Dio e solo Lui,
ha in mano l’anima di ogni vivente, e solo Dio perciò può
decidere quando troncarlo. Questa dimensione teologica dell’uomo
non viene mai cancellata. Nel libro della sapienza si legge:
"Tu Signore risparmi tutte le cose, perché tutte sono tue, o
Signore amante della vita". E subito dopo fa un esempio: Dio
avrebbe potuto eliminare gli egiziani in maniera radicale e
totale, i nemici per eccellenza di Israele, ed invece li ha puniti
solo parzialmente perché doveva insegnare ai suoi figli ad amare
anche i nemici. Insomma l’etica veterotestamentaria ha un
riferimento sempre trascendente.
L'episodio basilare a considerare si trova nel
libro della Genesi (4, 9-16). Il Signore denuncia quello che Caino
ha fatto: "si sente il sangue di tuo fratello chiedermi dal
suolo" (v. 10). Il sangue versato di Abele è un attentato ai
diritti di Dio che è l'unico Signore della vita. E Dio non scusa
l'azione omicida di Caino, dominato per la malvagità ed è
bandito dalla terra, si trasforma in un fuggiasco. La terra per
lui è maledizione. Dovrà vagare per il mondo, incapace di
sopportare il suo crimine. Caino stesso si dà una sentenza di
morte quando dice: "chiunque mi trovi mi ammazzerà" (v.
14). Il primo assassino applica a sé stesso la legge del
taglione, non come qualcosa desiderata, bensì come qualcosa di
inevitabile ed evidente. Caino deve morire perché ha ammazzato.
Ma Dio non lo maledice. Al contrario, vuole che
contini in vita, non desidera che il suo sangue sia
"legittimamente" versato: guai a chi tocca Caino! La
volontà divina di salvare Caino rimane sottolineata con un segno
che indica difesa e protezione. La giustizia del Signore non si
attua con la morte di Caino. C’è qui una reazione alla legge
del taglione che imponeva di ammazzare Caino. Se Caino non è
stato capace di conservare la vita di Abele, il fratello piccolo,
il Signore, invece, sarà guardiano della vita del primo nato
nella terra. Il Signore ha misericordia della vita di Caino
secondo quel principio che unifica le prime pagine del testo
biblico: il Dio creatore è il Signore della vita. Egli aveva
proibito all'uomo di mangiare del frutto dell'albero della
conoscenza del bene e del male (Gn 2, 17), ma quando l'uomo lo
mangiò Dio non lo fece morire, andando così contro quello che
egli stesso aveva decretato. Del resto Eva attribuisce la nascita
di Caino alla forza creatrice di Dio. Ed è qui che risiede la
ragione ultima della salvezza del perché Caino non deve morire:
ogni uomo è procreato "col favore del Signore" (v. 1).
Contro il principio della proporzione della pena (il male si paga
con male, il sangue si aggiusta con più sangue) si stabilisce il
principio della sproporzione della colpa (l'odio non può
ripararsi con più odio). Contro una prassi di morte (ad una morte
gli corrisponde un'altra morte) si instaura una prassi di vita,
basata e praticata da Dio stesso.
Certamente, nella storia sociale e religiosa
dell'umanità la vendetta di sangue sarà un
"ritornello" costante, giustificato con molte e diverse
ragioni. La stessa Bibbia testimonia la validità che ha per molti
la legge del taglione come norma inattaccabile di giustizia, come
retribuzione di stretta proporzionalità. Nella Bibbia, la legge
del taglione è formulata nell'episodio dell'alleanza di Dio con
Noé: "Chi versa sangue di uomo, per un altro uomo sarà il
suo sangue versato"(Gn 9, 6). E’ evidente la considerazione
su cui si basava, ossia che l'uomo è creato ad immagine di Dio, e
che la sua vita è sacra perché riflesso di Dio stesso.
Bisognerà aspettare il Vangelo perché la
vendetta venga esautorata e la legge del taglione eliminata grazie
alla proclamazione di una giustizia maggiore. In una parola, con
Gesù si recupera quello che il Creatore volle fin dall'inizio e
che la malizia degli uomini aveva rovinato. Gesù dice no alla
legge del taglione, ossia alla vendetta soggiacente nel principio
occhio per occhio, dente per dente, qualificato come dottrina
degli antichi, che andava superata. Con il Vangelo si pone la base
definitiva del non alla pena di morte. E si collega ad un filo
rosso che traversa tutta la Scrittura, sin dall’inizio, quando
Caino viene preservato dalla morte, e Noé dal diluvio, e Ismaele
nutrito nel deserto, e Giacobbe liberato dall'ira di Esaú. Anche
Giuseppe, il figlio di Giacobbe, si riconcilierà con i suoi
fratelli che avevano cercato di ucciderlo. E poi Davide,
perseguito da Saul, si rifiuta di giustiziarlo con le proprie
mani. Anche Eliseo, dopo avere accecato i soldati aramei che
volevano ammazzarlo e di condurlo fino alla città di Samaria, non
permette che il re di Israele li stermini; al contrario, ordina
che siano rifocillati e rimandati in libertà. Dopo questo gesto
di clemenza gli aramei smisero di invadere la terra dell'Israele
(2Re 6, 23). L'atteggiamento di Eliseo portò frutto per tutto il
paese.
Gesù propone un nuovo principio, del tutto
diverso dalla proporzionalità: la cultura dell'amore come forma
giusta di relazione tra le persone. Questo principio trova le sue
radici nella giustizia di Dio. Dio è giusto non perché condanna
ma perché difende e salva il debole e l’afflitto, l'orfano e la
vedova, lo straniero e chi è senza aiuto. Il culmine della
giustizia di Dio non è la pena inappellabile ma il perdono
concesso per chi è compassionevole e benigno. Questo filo
conduttore che attraversa tutto l'Antico Testamento, collega i
profeti ed i salmi con Gesù di Nazaret. Nel ministero del profeta
galileo si apre una nuova giustizia che si esprime nel perdono, la
riconciliazione ed una nuova comunione tra le persone. La frase
ama il tuo prossimo come te stesso, che Gesù estrae del libro del
Levítico (19, 18), si trasforma nel secondo comandamento della
nuova Legge e suppone un non deciso alla vendetta. In realtà,
nella prima parte del versetto del Levítico si dice: non ti
vendicherai né serberai rancore ai figli del tuo paese. La
vendetta è l'antitesi dell'amore al prossimo e, pertanto, la
legge del taglione, basata nella retribuzione stretta, si scontra
con il comandamento dell'amore. Ed è significativa la risposta di
Gesù a Pietro che gli chiede se deve perdonare sette volte. Gesù
risponde capovolgendo l'affermazione orgogliosa e violenta di
Lámec (Gn 4, 24), non solo sette volte ma settanta volte sette.
In questa luce si può leggere la singolare
interpretazione di Borges sull’episodio di Caino e Abele. Borges,
immaginando che i due fratelli ad un certo punti si ritrovino, fa
dire ad Abele: "Sei stato tu che hai colpito me, o io che ho
colpito te?" In quel momento la dimenticanza per amore fa
rinascere.
C’è una prima riflessione da fare per
chiarire l’equivoco in cui cadono coloro che sostengono essere
presente nella Bibbia la pena di morte. Direi anzitutto che nella
Bibbia ci sono alcune delle contraddizioni che accompagnano la
coscienza umana ma che man mano cresce la storia dell’ascolto di
Dio cresce e si purifica per così dire la stessa dottrina. Se per
un verso c’è la condanna di chi uccide Caino, per altro verso
la presenza della pena di morte sembra un fatto scontato. Ad
esempio il comandamento "non uccidere" non è posto in
modo così radicale da escludere qualsiasi uccisione. Il conteso
porta a dire che si tratta solo dell’esclusione dell’assassinio.
Questo anche per la povertà del vocabolario dell’ebraico
biblico, appena 6750 parole. Scorrendo le pagine bibliche ci
imbattiamo più volte nella presenza della pena di morte. In
Israele la pena di morte, seppure molto ridimensionata rispetto
agli altri codici orientali, era inflitta per i reati contro la
vita, contro la religione e contro la famiglia. Va anche notato
che era importante il coinvolgimento di tutti all’esecuzione.
Non vi era solo l’esecutore, ma tutti dovevano essere partecipi
di quella morte. E in questo c’è forse un aspetto che alla fine
può aiutare a maturare lo scandalo per la condanna a morte. Si
potrebbe inserire qui il testo famoso di Camus quando riferisce
del padre che, dopo aver partecipato ad una esecuzione, sente una
profonda lacerazione interiore che non può essere facilmente
ricomposta.
LA BIBBIA E LA PENA DI MORTE
A proposito della pena di morte possono
stabilirsi fondamenti giuridici, di ambito sociopolitico, o
fondamenti filosofici, vincolati con l'etica, ma, indubbiamente è
nel mondo religioso dove i vincoli risultano più significativi: i
motivi religiosi sono fondamentali per dire non alla pena di
morte. Lo sono perché molti ricorrono precisamente alla Bibbia o
a principi religiosi per cercare la giustificazione della pena
capitale. Un caso emblematico sono gli Stati Uniti di America dove
molti governatori e giudici che l'applicano si dichiarano
cristiani ed alcuni incluso fanno campagna a beneficio della pena
di morte. Pertanto, il testo biblico deve parlare per se stesso
affinché rimanga verificato il nostro punto di partenza: la pena
di morte contribuisce a mantenere lo spargimento di sangue, e, in
conseguenza, non concorda al bene caro per Dio né al bene che
qualunque uomo può desiderare.
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Il comandamento divino di "non ammazzare"
La pratica dei dieci comandamenti o decalogo
è la risposta di Israele al Dio dell'alleanza. Quando Israele
arriva dal Sinaí, il Signore lo si manifesta spettacolarmente
(Ex 19, 16), e quando si produrce questa manifestazione (Ex 20,
18) il paese riceve di lui i comandamenti (vedere ugualmente Dt
5, 2-5). Perciò i comandamenti non sono qualcosa di estrinseco
o imposti da fuori ma plasmano le esigenze dell'alleanza.
Esprimono la volontà di Dio, formulandola e comunicandola
affinché sia accolta, vissuta e praticata. I comandamenti si
basano su Dio stesso e per questa ragione possiedono un
carattere assoluto. Sono pilastri, principi. In concreto, il
"non ammazzare" traduce, con una formula proibitiva,
il carattere sacro della vita e di qualunque vita. Bobbio
afferma che il rispetto alla vita è un principio indiscutibile
che proviene dal comandamento "non ammazzare."
Chi ammazza si crede con potestà per
disporre della vita dell'altro. Ammazzare implica sempre il
trionfo della violenza, benché sia sotto l'apparenza dal
diritto. Per questo, di entrata ammazzare ripugna, ma, invece,
sorgono in molti non pochi dubbi sulla convenienza di farlo in
certe occasioni e sotto certe condizioni. Ad un'atteggiamento
temporeggiatrice verso la pena di morte, applicata con cautela
ed in certi casi estremi, si contrappongono i cinque enunciati
seguenti che scompaginano di modo assoluto le implicazioni del
quinto comandamento: a) ammazzare un uomo è ammazzare
l'immagine di Dio (Gn 1, 27); b) ammazzare un uomo è usurpare
quello che è prerogativa di Dio, il giudizio finale e
definitivo su qualcuno, poiché la morte è sempre
irreversibile; c) la morte per esecuzione implica il rischio di
errore, poiché può togliersi la vita ad un innocente oppure
l'assassino può avere le sue capacità mentale diminuite o
transtornate; d) ammazzare è utilizzare la massima violenza
contro qualcuno, ma dobbiamo domandarci fino a che punto è
legittimo usare la forza; e) ammazzare è rovesciare il senso
della vita come tale che non è mai la morte bensì la stessa
vita: Dio è Dio di vita. Questa è la sua volontà.
Di quale forma il comportamento di Dio, come
lo troviamo nella Bibbia, avalla la forza del "non
ammazzare?" La prima risposta si trova in lui stesso che è
fonte di giustizia e di perdono, che è datore di vita. In
virtù di questo principio, la cosa più grave, come la
morte/assassinio del fratello di sangue (Caino che ammazza
Abele) (Gn 4,8), e la cosa più insignificante (irritarsi con
l'altro) (Mt 5, 22) meritano una valutazione simile: c'è un non
assoluto alla morte in tutte le sue forme.
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Dio è Signore della vita
1.2. È possibile non ammazzare?
Approfondiamo nel quinto comandamento. La
proibizione di ammazzare un altro essere umano è iscritta nel
cuore di ognuno. Se c'è qualcosa di personale, è la vita e la
nostra condizione di esseri vivi. La persona umana sussiste
mentre c'è vita, e per questo motivo il cristianesimo che
proclama la sua fede nell'altra vita, concede in questo alla
persona un gran valore, una totale dignità. Non è legittimo,
dunque, disporre della vita dell'altro. È una conclusione che
si impone per lei stessa, poiché ha forza di premessa: il
rispetto alla vita dell'altro è un dato previo, una delle prime
evidenze che esistono nella coscienza umana e che le leggi
sanzionano con ogni rigore. Nonostante, il rispetto dovuto alla
vita dell'altro è stato calpestato moltissimi volte nella
storia degli uomini. La trasgressione della vita ha accompagnato
molti momenti della relazione tra gli esseri umani, i quali, in
non poche occasioni, hanno agito come esseri realmente inumani,
ammazzando per il gusto di ammazzare, in maniera accanita e
senza scrupoli. Ammazzare si è convertito in un commercio ed un
divertimento; ad alcuni pagano loro per farlo, altri lo fanno
senza nessuna coscienza, come il bambino-soldato, programmati e
violentati nella cosa più intima del suo essere. Ci sono tante
ragioni per ammazzare, se rivuole ammazzare! Ma la ragione
principale è l'odio ed il disprezzo. Nessuno amazza se, in
fondo, non odia o umilia o esclude o degrada la sua vittima. Di
tutti è conosciuto che, davanti all'opinione pubblica, i
condannati a morte sono presentati spesso come mostri di
malvagità, animali assassini, individui che non meritano il
nome di persone. Con questo, è facile mettersi di accordo che
devono essere eseguiti, come si darebbe morte ad una tigre
furiosa o ad uno squalo assetato di sangue.
L'odio, dunque, è il denominatore comune
della relazione che si stabilisce tra chi ammazza o fa ammazzare
e la persona che perde la vita. L'odio si trova nella radice di
qualunque omicidio o esecuzione. Chi ama, non ammazza. Chi odia,
non può smettere di ammazzare se questo odio diventa
insopportabile, onnipresente, senza uscite. Pertanto, non è
sufficiente ricordare il quinto comandamento del decalogo (non
ammazzerai); dobbiamo domandarci come può osservarsi questo
comandamento. Gesù si porsi questa stessa questione nel Sermone
della Montagna e gli dedica la prima delle chiamate sei antitesi
(vedere Mt 5, 21-26). Il punto di partenza di questo testo
evangelico è il seguente precetto: la Legge promulgata per Dio
nel Sinaí proibisce che qualcuno disponga della vita
dell'altro, e chi trasgredisca la Legge dovrà andare a giudizio
e sarà condannato per il tribunale (v. 21). Naturalmente non
viene specificato in che cosa consisterà la pena: in realtà,
il protagonista del Nuovo Testamento è un uomo, chiamato Gesù
di Nazaret, condannato a morte e giustiziato! Il riferimento
sembra essere espressamente ambiguo. Ma a Gesù non gli
interessa quell convinto di omicidio e le sue conseguenze
penali; gli preoccupano le premesse che l'istigano e lo
provocano. Per lui deve rimanere in evidenza l'importanza del
conflitto, del confronto, dell'odio, della violenza convertita
in una spirale che porta, fatalmente, all'eliminazione fisica
dell'altro. Gesù lo concentra tutto sulla violenza verbale e
cita tre casi di progressione ascendente: irritarsi, insultare,
maledire. Di entrata, sembra che esageri: è tanto decisivo
arrabbiarsi con qualcuno? Non è moneta corrente e giornaliera
discutersi o arrabbiarsi con un'altra persona? Senza dubbi!
Perché, agli occhi di Gesù la facilità con la quale
c'irritiamo contro qualcuno non diminuisce l'importanza del
fatto ma l'aggrava. Irritarsi contro un'altra persona è tanto
grave come ammazzarla: notiamo che in entrambi i casi si dice
che il trasgressore sarà condannato per il tribunale
(paragoniamo Mt 5, 21 e 5, 22). E benché Gesù non capisca che
si tratti di una condanna alla pena capitale, insiste in che la
gravità è la stessa in un caso e nell'altro. Nella seconda
ipotesi, cioè, che qualcuno insulti ad un altro che lo disonori
con una parola offensiva, questo tale diventerà meritevole di
un verdetto di condanna emesso per il Sinedrio, l'istituzione
più alta del paese ebreo, quello che ora chiameremmo la corte
suprema. La sproporzione tra colpa e pena, accentuata per Gesù
non senza una certa dose di esagerazione ed ironia, arriva al
punto culminante nella terza ipotesi: quello della maledizione
dell'altro. Se la violenza verbale arriva fino al punto di
maledirlo, cioè, di attrarre sull'altro il peso della
maledizione divina, di considerarlo un ribelle contro Dio,
allora la maledizione girerà contro chi la proferisce, e questo
tale diventerà meritevole della condanna eterna. Quello che
aveva chiesto per l'altro, maledicendolo, ora ricade su lui
stesso: Dio condanna al violento che maledice e prende in vano
il suo nome, dandogli quello che egli, nella sua violenza,
chiedeva per l'altro.
Il vangelo è diretto e concreto: qualunque
forma di odio è inammissibile, benché non arrivi
all'aggressione fisica (solo verbale) e benché sia incipiente e
comune (quante volte alla settimana non ci arrabbiamo contro
qualcuno!). La violenza contro l'altro che si traduce
nell'omicidio, è un'esplosione di odio che deve essere evitata
dal primo momento. Una bomba non esplode se non si infiamma
l'animo. Un bosco non arde se non salta una scintilla. Di modo
simile, l'omicidio non arriva a consumarsi se l'odio ed il
confronto non si accendono nel cuore degli uomini. Non ammazzare
è possibile se prima si è ammazzato la radice dell'omicidio,
se il sentimento di irritazione o le parole di insulto o la
maledizione non germogliano del cuore, il posto di dove escono
precisamente gli assassini (vedere Mc 7, 21). Se l'odio non
cresce nel cuore dell'uomo, se l'intenzione malvagia di attacco
e violenza rimane eliminata dentro lui, non ci sarà volontà
né desiderio di eliminare nessuno. La maniera di soffocare in
noi qualunque inizio di omicidio è sostituendo il confronto per
il perdono. Nell'antitesi del Sermone della Montagna che stiamo
commentando (vedere ora Mt 5, 23-24) Gesù espone il caso di
chi, nel momento di compiere i suoi doveri religiosi e
presentare l'offerta davanti all'altare, si rende conto che è
affrontato con suo fratello, o, per meglio dire, si ricorda che
l'altro -magari senza nessuna colpa da parte sua - è affrontato
con lui. Per Gesù, la situazione non presenta il minore dubbio:
l'offerta a Dio può sperare. Prima, quelli che erano affrontati
devono perdonarsi e riconciliarsi: vai in primo luogo a
riconciliarti con tuo fratello, dice il vangelo (v. 24).
L'antitesi dell'omicidio è il perdono. Mentre l'omicidio era la
conseguenza inevitabile dell'odio e della violenza, la
riconciliazione è il risultato del perdono offerto e della pace
ritrovata. Dobbiamo scegliere tra un mondo che perdona e lascia
vivere ed un mondo che odia e porta alla morte.
-
La legge del taglione ed il vangelo
La chiamata legge del taglione che si formula
abitualmente con l'espressione occhio per occhio, dente per
dente è anteriore alla stessa Bibbia. Appare già nel Codice di
Hammurabi (secolo XVIII A.C.) e riappare posteriormente in altre
compilazione legislative dell'oriente antico, tra le quali si
include la legislazione israelitica (ver Ex 21, 23-25; Lv 24,
18-20; Dt 19, 15-21; 25, 1-12).
2.1 la pena di morte nell'Antico Testamento
In base a queste considerazioni elaborate a
partire dagli undici primi capitoli del libro del Genesi che
sono il racconto primordiale o delle origini, possiamo situare
meglio un dato che percorre tutto l'Antico Testamento: la
validità legale della pena di morte applicata in virtù della
legge del taglione. Si è detto e ripetuto che questa legge,
nella misura in cui stabilisce una pena proporzionata al crimine
o delitto, rappresenta un avanzamento notevole in relazione con
la vendetta di sangue illimitato. Così, la normativa riferita
alle colpe sanzionate con la pena di morte nel chiamato codice
dell'Alleanza (Ex 20, 22 - 23, 19) incomincia con questa
prescrizione: Quello che ferisca mortalmente un uomo, morrà (Ex
21, 12). Nonostante, questa prescrizione non si applica
meccanicamente ed assolutamente. Solo si può parlare di
omicidio quando ci sono premeditazione e piena intenzionalità,
cioè, quando l'omicidio è volontario. Nel caso che non lo sia,
quello che commette l'omicidio può ospitarsi in posti sacri
(altari o santuari) o posti protetti (città di rifugio) e così
salvare la vita: Dio gli garantisce la sopravvivenza come nel
caso di Caino. Per questo l'omicidio di un ladro nell'oscurità
della piena notte (Ex 22, 1) o la morte di qualcuno da parte di
un animale che attacca senza avvisare (Ex 21, 28) non sono
penalizzati con la morte dell'omicida o del proprietario
dell'animale, rispettivamente. La volontarietà è un criterio
necessario per applicare la legge del taglione ai crimini di
sangue. Se questa volontarietà piena non può provarsi, neanche
può applicarsi la pena di morte. Invece, merita la morte chi
ammazza a tradimento, portato per l'odio contro l'altro (Ex 21,
14), l'israelita che offre sacrifici ai dei (Ex 22, 19) e
rinnega così il suo Dio, e lo sposato che mantiene relazioni
sessuali con una sposata (Lv 20, 10). Si tratta dei tre peccati
maggiori (omicidio, idolatria, adulterio) che ricevono la pena
massima nell'Antico Testamento. Ad ogni modo, potremmo
domandarci se in questi tre casi la massima pena, la pena di
morte, si proporre come soluzione proporzionale oppure
semplicemente, indica ed esprime la massima gravità di queste
tre mancanze. Si tratta di tre attentati, rispettivamente,
contro il diritto umano alla vita, il diritto di Dio ad essere
riconosciuto come tale ed il diritto di un sposato a non essere
violentato nella relazione umana più sacra, la relazione
matrimoniale. La pena di morte segnala quelle azioni come azioni
di morte e che portano alla morte, poiché si allontanano dal
progetto di Dio che è un progetto di vita. In questa stessa
linea, ed oltre una proporzionalità stretta, si decreta pena di
morte a proposito del sacrificio di un figlio ad una divinità (Lv
20, 2), le pratiche di magia o stregoneria (Ex 22, 17), il
sequestro e vendita di un altro israelita come schiavo (Ex 21,
16) e la violenza esercitata contro i propri genitori,
maledicendoli o bastonandoli(Ex 20, 12; 21, 15; Lv 20, 9).
Difficilmente, dunque, può presentarsi
l'Antico Testamento come esempio di applicazione stretta del
principio di proporzionalità, base della legge del taglione. In
altre parole, la Bibbia integra la legge del taglione, anteriore
nel tempo, ma sottolinea il principio soggiacente a questa
legge, cioè, il principio di responsabilità. In secondo posto,
sembra che nella Bibbia la pena di morte sia indizio della
gravità della colpa più che una conseguenza, strettamente
paritaria, della colpa commessa: l'aggressione ai propri
genitori è un chiaro esempio. Pertanto, possiamo salvaguardare
la gravità di un'azione delittuosa o criminale senza dovere
applicare la legge del taglione e ricorrere alla pena di morte,
la quale, come si apprezza in alcuni dei casi citati
anteriormente, non si proporse sempre in termini di
proporzionalità o retribuzione ineludibile.
2.2. Gesù dice non alla vendetta
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Vivere oltre l'odio
A nome dell'intimidazione, cioè,
dell'applicazione della pena di morte come esempio disuasorio,
molti pensano che può darsi certificato di cittadinanza acquisita
alla pena capitale. Ma, non sono solamente le statistiche quelle
che mostrano che non c'è relazione tra l'aumento delle sentenze
di morte e la diminuzione della criminalità: l'applicazione della
pena di morte non contribuisce alla riduzione degli omicidi. La
questione ad esporre concerne al valore e gli effetti di una
cultura della giustizia violenta. Questa cultura si basa nei
sentimenti di vendetta che mirano qui e là nella società e che,
in definitiva, risultano legittimati quando il diritto penale di
un paese include la possibilità della pena di morte. Cioè,
quelli che difendono il principio della prevenzione generale (la
pena di morte come punizione esemplare) devono domandarsi fino a
che punto un'esecuzione capitale non alimenta di facto la cultura
della violenza istituzionalizzata e, pertanto, fomenta l'odio. La
vita umana sulla terra, deve sostentarsi sull'odio e la vendetta
distruttori oppure su quello che costruisce, cioè, sull'amore e
la povertà? Che cosa guadagna l'umanità eseguendo un assassino?
A volte si stimolano sentimenti di vendetta, come se lo
spargimento di sangue dovesse calmare un'inquietudine, come se
dovesse mettere un'altra volta le cose nel suo posto. Si tratta di
un'impressione erronea. Togliere la vita a qualcuno, né che sia
il più grande degli assassini, è togliere vita all'umanità nel
suo insieme. Per questo Gesù si trasforma in punto di riferimento
perché egli è un appassionato della vita che dice di sé stesso:
Io sono venuto affinché le pecore abbiano vita e l'abbiano in
abbondanza (Jn 10, 10).
3.1. Gesù come esempio
Gesù non si pronuncia in maniera esplicita
contro la pena di morte nella cornice dell'ordinazione giuridica
del suo tempo. Si manifesta, invece, e con forza, contro una
punizione divina che comportasse l'eliminazione fisica di
qualcuno. Una volta ha incominciato la salita a Gerusalemme, Gesù
fa strada accompagnato per i discepoli. Alcuni messaggeri lo
precedono con la missione di preparare il suo arrivo. Entrano in
un paese di samaritano e questi si rifiutano di accoglierlo: il
pregiudizio etico e religioso, la vecchia inimicizia risorge.
Immediatamente, due buoni ebrei, i fratelli zebedei, Giacomo e
Giovanni, discepoli di Gesù, entrano nella spirale dell'odio e
propongono una punizione esemplare che Dio stesso avallerebbe. È
intollerabile, il rifiuto del Messia che Dio invia! La vendetta
domina quei due uomini che reclamano la morte dei samaritani: vuoi
che diciamo che scenda fuoco dal cielo e li consuma? (Lc 9, 54).
Ma quell camino di Gesù verso Gerusalemme che è di passione e di
debolezza, non può incominciare con un atto di arroganza e di
forza prepotente. Sarebbe un controsenso clamoroso: Gesù non è
il profeta trionfante che distruggerebbe i suoi nemici e
mostrerebbe così, in maniera esemplare, il suo potere. Nella sua
strada non sta la morte di nessuno, eccetto la sua: l'esecuzione
capitale di Gesù si convertirà, paradossalmente, in fonte di
vita e di speranza per l'umanità intera. Con la sua sentenza a
morte, realizzata mediante una cruenta crocifissione, Gesù
condanna tutte le sentenze di morte della storia. Lui carica su
sé stesso il peccato del mondo, l'odio e l'ingiustizia, poiché
li soffre nella sua carne, e nega loro così ogni tipo di
validità. Per questo, davanti alla petizione di Giacomo e
Giovanni, reagisce energicamente e sgrida i due discepoli. La
morte del nemico non è una strada cara per Dio. Il cielo non si
deve aprire affinché scenda un fuoco mortale che stermini gli
uomini; al contrario, si è aperto affinché l'umanità riceva il
perdono e la pace che spera e necessita.
In maniera simile, l'ultima scena nella quale
troviamo insieme Gesù ed i suoi discepoli, giustamente quando
incomincia la passione, nell'orto di Getsemaní, è un momento di
violenza possibile, ma paralizzata ed evitata. Anche qui,
nell'istante della detenzione tutti quelli che Gesù gli fanno una
proposta: feriamo a spada? (Lc 22, 49). Giuda è arrivato con un
gruppo di gente armata e ha baciato, tradendolo, il Maestro. Il
bacio di Getsemaní è un'aggressione, un gesto di odio e non di
amore, un segno di rifiuto e di morte, sotto l'apparenza
dell'amicizia e dell'affetto. Con questo bacio i guardiani,
armati, procederanno a fermare Gesù. La replica sembra chiara:
respingere l'aggressione, rispondere all'odio con più odio. Ma
Gesù vuole preservare i suoi discepoli dal male: il male deve
essere vinto col bene. Dopo che uno che l'accompagnano ferisce con
la spada ad un uomo del gruppo che è venuto per fermarlo, Gesù
cura questo uomo che aveva perso l'orecchio destro. In un momento,
la violenza rimane sostituita per la compassione ed i discepoli
imparano una lezione fondamentale: è necessario vivere oltre
l'odio, fino a quando la violenza sembra essere l'unica uscita.
L'esclusione dell'odio arriva al suo punto
culminante nel momento della crocifissione. Lì, nel Gólgota,
assistiamo alla messa in scena della condanna a morte di un
innocente, eseguita senza nessuna considerazione. Crocifisso tra
due criminali, Gesù si rivolge a Dio, il Padre, e riferendosi ai
boia e tutti i responsabili di quell'ingiustizia, dice: Padre,
perdonali, perché non sanno quello che fanno (Lc 23, 34). È un
discorso breve che esprime i sentimenti che c'è nel cuore del
quale la pronuncia: sentimenti di comprensione e di benedizione
per quelli che l'hanno portato alla morte. È qui come una
purificazione dell'amarezza per quello che Gesù ha passato e
passa. Gesù soffre il supplizio della croce senza permettere che
l'odio, in nessuna delle sue forme, arrivi ad entrare nel suo
cuore. C'è una pace che sorge da un cuore senza odio né
vendetta. È una pace offerta a tutti: a chi ha ammazzato ed a
queli che condannano a morte, a quelli che sono vittime della
violenza ed a quelli che chiedono più violenza. C'è nel discorso
di Gesù nel Gólgota un investimento essenziale: i nemici, i
responsabili della sua morte, non sono trattati come nemici, né
di Dio né degli uomini. Qualcuno a chi Dio stesso perdona, non
meriterà il nostro perdono?
Nel Gólgota arriviamo alla domanda essenziale:
Chi è un condannato a morte? La risposta pare chiara: un nemico
di tutta la società. Ma Gesù afferma: Amate i vostri nemici,
fate bene a quelli che vi odiano (Lc 6, 27). Cioè, trattate i
nemici come trattereste gli amici, non li malediciate, pregate per
essi, non scarichiate su essi la vostra violenza, non li
condanniate. Benché abbiano calpestato, magari, le leggi più
sacre, non facciate loro oggetto del vostro odio, né che sia a
nome di un ordine sociale che dovrebbe rispondere e difendersi con
una legislazione inappellabile. Gesù non propone il rifiuto del
nemico; invita a considerarlo un essere umano, propone
comprenderlo spesso nella sua umanità scardinata, vuole trattarlo
come prossimo. Le parole di Gesù nella croce a proposito dei
nemici ci fanno guardare ogni uomo, fino al condannato a morte,
con un sguardo di povertà.
Questo è lo sguardo che Gesù, un condannato a
morte, rivolge ad un altro condannato a morte, il suo compagno di
supplizio. Delle tre croci impalate nel Gólgota, Gesù,
l'innocente, occupa quella del mezzo, mentre i due criminali
crocifissi con lui si trovano ad entrambi i lati. Si tratta di
un'immagine tristemente frequente: nei corridoi della morte
aspettano mischiati uomini colpevoli ed uomini innocenti. Uno dei
due criminali riprende Gesù e l'ingiuria, pieno di amarezza. È
un uomo disperato. L'altro, invece, costruisce una storia di
amicizia con Gesù, necessariamente breve ma intensa. Per lui,
Gesù non è un Messia che non sa fare da Messia, non lo
ridicolizza né lo sottovaluta. Al contrario, Gesù è una persona
amica, solidale in una stessa pena, nonostante la sua radicale
innocenza, riconoscente senza rancore: questo niente cattivo ha
fatto (Lc 23, 41). Più ancora, quell'uomo che riconosce la bontà
di Gesù e la sua intimità con Dio, chiede al Messia crocifisso
che non l'abbandoni che si ricordi dopo di lui, quando entri nel
suo Regno. Il criminale amico di Gesù morrà come egli ed
entrerà con lui nel paradiso. La storia di amicizia tra quelli
due condannati a morte culminerà presto, dopo l'esecuzione, e
durerà per sempre. Per Gesù, quell'uomo non è un criminale che
riceve quello che meritano i suoi atti. A Gesù non gli interessa
il male che quell'uomo ha fatto anteriormente bensì il bene che
cerca ora, l'amicizia che necessita, il futuro nel quale crede.
Quello criminale non è un nemico, indegno di ricevere e chiedere
misericordia. Cerca la vita e diventa meritevole di lei: il
paradiso non può essere negato ad un amico! Gesù raccoglie la
speranza di quell'uomo e gli dà il tesoro che desidera.
Aprendogli le porte del paradiso, lo perdona, e perdonando glielo
apre il camino della vita. Quel criminale vede così non commutata
la sua pena di morte per l'ergastolo bensì per la libertà del
Regno del Padre. La condanna di morte più clamorosamente ingiusta
della storia trova il suo contrappunto in un perdono dato
all'amico pentito e riconciliato che passa veloce per la morte ed
entra allegro nella vita.
Il condannato a morte, colpevole o a volte
innocente, è un povero del Signore, un uomo che, in parole di
Sister Helen Prejean, si trasforma nel viso vivo di Gesù Cristo
e, pertanto, non può essere considerato un nemico che debba
eliminarsi. Al contrario, nel vangelo si menzionano i più piccoli
del Regno, gli indifesi e bisognosi di ogni tipo, alcuni dei quali
stanno nel carcere (Mt 25, 36). E Gesù, riferendosi a quelli che
si avvicinano a quegli imprigionati ed a quelli che si trovano nel
corridoio, dice loro: E veniste a vedermi. Dietro ogni
prigioniero, dietro ogni condannato a morte è il viso del
crocifisso, sdegnato, emarginato tra gli uomini, avuto per un
frustato, ferito di Dio e vilipeso a chi hanno imprigionato e
condannato, in espressioni del Quarto Cantico del Servo (Is 53,
3.4.8). La passione di Gesù, il Signore, continua nella passione
di molti e di molte il cui camino di scherzi, torture ed
umiliazione rimane associato al via crucis del venerdì Santo.
Depredati della sua umanità, sono come un verme agli occhi di
molti, secondo le parole del salmo 22 applicate alla passione di
Gesù: invece Io sono verme, non uomo (v. 7). Risuonano, come
contrappunto, le parole di un altro salmo, il 72, che spiegano
l'itinerario di Gesù, quello che passerà per tutti i posti
facendo il bene: Perché libererà il povero supplicante, allo
sfortunato ed a chi nessuno protegge; si impietosirà del debole e
del povero, salverà la vita dei poveri. La riscatterà
dell'oppressione e la violenza, considererà il suo sangue
prezioso (vv. 12-14).
3.2. Il perdono è il centro del vangelo
C'è un testo nei libri sapienziali che si
riferisce, con gran convinzione, ai mali derivati del rancore,
compagno di viaggio dell'ira, la vendetta e l'odio. In maniera
lapidaria sentenza: Pensa al tuo fine e smette già di odiare (Se
28, 6). Dello stesso modo che arriva loro la morte e la corruzione
a tutti, a tutti deve arrivare il perdono, afferma il testo
biblico. L'unico ricordo che vale la pena è il ricordo della
povertà di Dio. Ci sono molti altri ricordi che rovinano il cuore
e distruggono lo spirito. L'uomo che perdona la vita ad un altro
rimane nobilitato davanti a tutti e diventa meritevole del perdono
del Signore. In effetti, Dio, il Padre, perdona le colpe a chi è
stato capace di perdonare a quelli che l'hanno offeso. Così la
manifesta Gesù nel discorso che propone ai suoi discepoli: e
perdonaci le nostre offese, come noi perdoniamo a quelli che ci
offendono (Mt 6, 12). Questo è il nodo centrale della nostra
risposta alla misericordia di Dio. Chi può dire che non ha colpa?
Chi può agire al margine dal vangelo della grazia? Chi può
condannare senza paura ad essere condannato, in virtù di una
legislazione che passa da lontano del vangelo? Davanti a Dio tutti
gli uomini sono uguali e hanno bisogno dello stesso perdono. Ma la
ferita interna deve essere guarita. Quello che potendo perdonare,
non perdona, e potendo non condannare, condanna, mantiene aperta
una ferita che li toglie umanità. Decretare la pena di morte non
è solo giudicare di accordo con un codice legale, bensì
giudicare col cuore, l'intenzione e la volontà, quello che
appartiene solo a Dio. Dice Gesù: non giudichiate, affinché non
siate giudicati (Mt 7, 1). Cioè, perdonate e sarete perdonati! La
parabola del servo senza compassione (Mt 18, 23-35) espressa
chiaramente la differenza di misura. Non c'è punto di paragone
tra i diecimila talenti che il re perdona ad un suo subordinato ed
i centi denari che questo è incapace di perdonare al suo
compagno. Possiamo domandarci se la condanna a morte non è
paragonabile ai centi denari non perdonati per un'umanità a chi
sono stati perdonati diecimila talenti.
In un'altra parabola, quella del fariseo ed il
pubblicano (Lc 18, 9-14), troviamo un'incapacità simile. Un uomo
che pratica scrupolosamente la Legge di Moisè che non ruba né fa
male il che digiuna e paga la decima al tempio di Gerusalemme,
rimane contrapposto ad un altro uomo, carico di colpe gravi, come
frodi, furti ed estorsioni. Il paragone tra in primo luogo il,
uomo rispettato e rispettabile, ed il secondo, persona senza
scrupoli, non ammette replica: l'onorabilità del fariseo non ha
niente a che vedere con la brutta fama del pubblicano, pubblica e
notoria. Quello diventa meritevole, con ogni diritto, di elogi e
considerazioni, mentre il secondo, con ogni diritto anche, si fa
male vedere per gli altri. Il pubblicano lo sa, riconosce la sua
condizione di uomo debole e colpevole, e per questo si rivolge a
Dio chiedendogli misericordia: O Dio! Abbi compassione di me che
sono peccatore! (v. 13). È il discorso sincero e giusto di un
uomo che ha vissuto nell'ingiustizia e che accorre al Dio del
perdono e della pace. È un discorso che tocca il cuore di Dio che
non chiede niente e che lo chiede tutto, diretta all'unico che
può salvare la sua vita. Per questo è un discorso ascoltato ed
accolto, perché il Signore esalta a quelli che si umiliano.
Quell'uomo è perdonato, perché non c'è niente che Dio non possa
perdonare a quello che si presenta davanti suo senza nascondere
niente. L'altro, invece, il fariseo, non riceve il perdono divino.
In realtà, neanche lo chiede: è convinto che non ha bisogno di
lui. E neanche quello che non si chiede, si riceve. Il suo
atteggiamento interno, di gran prepotenza, rimane dissimulato
davanti a tutti per un comportamento irreprensibile. Ma in realtà
è un atteggiamento di orgoglio che Gesù denuncia mettendo nelle
sue labbra qualcosa che lo denuncia: egli non è come questo
pubblicano (v. 11). Il fariseo fissa così una distanza
insuperabile tra lui ed il pubblicano, e questa distanza si
traduce nel disprezzo ed il rifiuto. La sua virtù, reale, non
porta al perdono, bensì alla condanna. Invece, la bontà di Dio,
la sua misericordia, si concretizzano nel perdono generoso e senza
misura, offerto e ricevuto per il pubblicano. L'odio contro
l'altro e l'orgoglio di uno stesso inabilitano per il perdono, il
centro del vangelo.
Chi condanna è incapace di superare l'odio per
l'altro e, eventualmente, l'orgoglio della sua virtù, ma,
soprattutto, si sente imprigionato per il suo proprio peccato.
L'episodio della donna adultera (Jn 8, 1-11) così lo dimostra.
Mentre Gesù insegna alla gente nel recinto del tempio, portano
una donna alla quale hanno sorpreso commettendo adulterio. Si
tratta di una mancanza molto grave per la quale la Legge di Moisè
prevede la pena massima: la lapidazione pubblica fino alla morte
(vedere Lv 20, 10). La Legge mosaica applica qui il principio
della prevenzione generale che propone una punizione esemplare:
estirpa di Israele la malvagità (Dt 22, 22). Come reagirà Gesù
davanti ad una mancanza molto grave, paragonabile all'omicidio e a
l'idolatria, e per la quale la Legge di Moisè prevede la pena di
morte? Come è abituale in lui, Gesù va oltre la Legge, e di
qualunque legge, e situa la questione nel concreto della vita. In
realtà, se, secondo la Legge, la donna merita la pena di morte,
la sentenza non deve essere eseguita da un boia, di accordo con la
sentenza di un giudice, bensì per tutte le attestazioni
dell'adulterio, convertitosi in accusatori e, pertanto, in giudici
e boia: essi sono quelli che devono lapidarla pubblicamente. Ma,
chi può giudicare senza essere giudicato? Chi può dire che è
libero di peccato e tirare la prima pietra? Prima di togliere la
paglia che c'è nell'occhio del prossimo, ognuno deve togliersi la
trave del suo proprio occhio. È abituale che, davanti al peccato
degli altri, reagiamo condannando. Ma primo dobbiamo cadere nel
conto dal nostro proprio peccato. Se ci sappiamo membri di
un'umanità che mescola il bene ed il male in maniera
inseparabile, allora riconosceremo i nostri errori e non
condanneremo nessuno. È la conclusione dell'episodio evangelico.
Nessuno condanna alla donna, poiché, incominciando per gli
accusatori più vecchi, tutti vanno via. La scena rimane vuota.
Lí sta solo la donna a chi ora nessuno condanna, e Gesù che
afferma solennemente: neanche Io ti condanno (v. 11). L'unico che
non ha peccato e che, pertanto, potrebbe condannare, non lo fa. Al
contrario, perdona. Di questa maniera, rimane chiaro quello che
Dio vuole dall'inizio. Caino ha assassinato suo fratello, e Dio lo
salva della morte. L'adultera, secondo la Legge, meriterebbe la
morte e Gesù, con l'autorità di Figlio di Dio, superiore alla
Legge, salva quella donna, che ritorna alla vita.
Conclusione: dal "non ammazzare" al
"non condannare"
La pena di morte, decretata ed applicata, è
una sconfitta della vita e dei diritti fondamentali della persona.
È una ferita all'umanità, una conseguenza della cultura
dell'odio e della vendetta. L'annuncio di un'esecuzione capitale
non è mai una buona notizia, fino nel caso del crimine più
orribile. Un'esecuzione non è vangelo, e, pertanto, non è
evangelica. Gesù si allontana dalla pena di morte. Nel suo
vangelo non sta la violenza incontrollabile e distruttrice che si
nasconde dietro una legislazione che include la pena capitale. Che
cosa significa fare giustizia? Ammazzare a chi ha ammazzato? Nei
suoi primi compassi, la Bibbia si riferisce alla vita di Caino che
è preservata; dopo nel Sinaí si proclama il quinto comandamento
che difende la vita; finalmente, culmina col vangelo del perdono
di Dio, annunciato per Gesù di Nazaret. La legge del taglione
entra nella Bibbia in maniera stretta, delimitata. Ma il vangelo
la supera col doppio comandamento dell'amore: a Dio ed al
prossimo, anche al prossimo che ha commesso un omicidio. Di questa
maniera il comandamento di non ammazzare, presente nel decalogo,
si orienta verso il comandamento nuovo dell'amore ai nemici,
centrale nel Padrenostro ed il Sermone della Montagna. Il vangelo
è buona notizia di vita ed è portatore di vita. Come dice
Olivier Clément: Nel Cristo resuscitato non desideriamo oramai
morire, non desideriamo oramai toglierci la via o toglierla ad
altri. (Armand Puig i Tàrrech)
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