NO alla Pena di Morte
Campagna Internazionale -  Moratoria 2000

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Rassegna Stampa

Settembre - Dicembre 1999

Jospin bacchetta gli Usa "Fermate la pena di morte"

 La Repubblica - 22/11/1999 - ITALIANO

Pestaggio prima dell'iniezione letale in Texas
Lotta con il condannato nel braccio della morte
Alessandra Farkas

Corriere della Sera - 18/11/1999 - ITALIANO

Tre colpi in testa
Kabul, migliaia allo stadio. Giustiziata la prima donna

Corriere della Sera - 17/11/1999 - ITALIANO

L’Ambasciatore Fulci
"Eppure avevamo i numeri dalla nostra parte"
Stefano Trincia

IL Messaggero - 17/11/1999 - ITALIANO

I ministri degli Esteri della Ue decidono di non presentare la risoluzione all'Onu
Salta la moratoria per la pena di morte
Giampaolo Cadalanu

La Repubblica - 17/11/1999- ITALIANO

Desmond Jennings condannato a morte per duplice
omicidio, si è ribellato fino all'ultimo.
Texas, trascinato a forza all'iniezione letale

La Repubblica - 17/11/1999 - ITALIANO

Al Palazzo di Vetro l’Europa perde incredibilmente una battaglia che pareva già vinta
L’ombra di un baratto sulla pena di morte
Cade la moratoria Ue, gli Usa pagano i debiti all’Onu
Augusto Minzolini

La Stampa -17/11/1999 - ITALIANO

La sconfitta -Roma abbandonata dai partner europei

La Stampa -17/11/1999 - ITALIANO

Pena di morte, Europa spaccata Non passa la moratoria all’Onu

Il sole 24 ore - 17/11/1999 - ITALIANO

Giornata nera per Onu e Ue/ Intrighi, veti, polemiche sull’iniziativa italiana. Il disappunto di Dini e Bonino
I boia festeggiano la vittoria
Ritirata la mozione che chiedeva la moratoria della pena di morte
Stefano Trincia

Il Messaggero - 17/11/1999 - ITALIANO

L'ambasciatore egiziano
"L'Occidente non poteva imporci i suoi valori"
Alessandra Farkas

Corriere della Sera - 17/11/1999 - ITALIANO

L'amarezza italiana. Fulci: traditi da Londra. Bonino: meglio accettare gli emendamenti. Salvato: una vittoria degli Usa
"Compromesso impossibile con il fronte anti-abolizione". L' Ue ritira la moratoria di Alessandra Farkas
 

Corriere della Sera - 17/11/1999- ITALIANO

Pena di morte l'anima sporca dell'America
Vittorio Zucconi
 

La Repubblica - 8/11/1999- ITALIANO

L'Onu vota sulla pena di morte
"Fermiamo il boia di Stato" La proposta di una moratoria sulle esecuzioni divide le Nazioni Unite, l'Italia lavora per trovare un compromesso
Giampaolo Cadalanu

Corriere della Sera - 7/11/1999- ITALIANO 

Onu e pena capitale - IL PATIBOLO
Il patibolo e il pentito Thomas Mann
Claudio Magris

 

Corriere della Sera - 7/11/1999- ITALIANO

L'Europa vuole la moratoria. L'offensiva di Egitto e Singapore rischia di indebolire il fronte
Scontro all'Onu sulla pena di morte
 Maria Grazia Cutuli 

Corriere della Sera - 7/11/1999- ITALIANO

Pena di morte, la moratoria discussa all'Onu
I TROPPI BOIA DI FINE SECOLO
Franco Venturini
 

Corriere della Sera - 5/11/1999- ITALIANO

"Per il Giubileo l'Onu cancelli la pena di morte"
Firme raccolte dalla comunità S.Egidio

La Repubblica - 10/10/1999- ITALIANO

Sant'Egidio contro la pena di morte. Raccolto un milione e mezzo di firme

Corriere della Sera - 10/10/1999- ITALIANO

Raccolte un milione 600 mila firme in 125 Paesi. Si vota a dicembre
"L’Onu cancelli la pena di morte" - Sant’Egidio chiede una risoluzione
di Daniela Cotto

 10/10/1999- ITALIANO

Caino e Abele davanti al boia  a morire sarà il fratello buono  Mark e Bryan Lankford condannati per omicidio Il primo ha accusato il secondo, poi ha confessato.
 Vittorio Zucconi

La Repubblica - 7/10/1999- ITALIANO


 

La Repubblica
22 novembre 1999
Jospin bacchetta gli Usa "Fermate la pena di morte"
Il premier francese sottolinea le differenze tra socialisti-democratici e progressisti: "Valori comuni, strade diverse"

FIRENZE (s.marr.) - A Parigi, al congresso dell'Internazionale socialista, aveva dato scandalo citando Karl Marx. Ma a Firenze non cambia registro: e se un Nanni Moretti fosse stato a Palazzo Vecchio, probabilmente solo Lionel Jospin non lo avrebbe deluso. Perché è secco nel denunciare l'incompatibilità tra democrazia e pena di morte davanti a un Clinton finora impotente ad abolirla, fermo nell'invocare le regole per governare la globalizzaione e non subirla, persino puntiglioso nel sottolineare le differenze tra socialismo democratico e centro progressista: un Jospin, insomma, decisamente "di sinistra". E ormai per questo persino amichevolmente preso in giro da Bill Clinton, che cita la sua polemica contro la società di mercato in antitesi alla sua Terza Via.
Per convincerlo ad essere a Firenze, raccontano, D'Alema ha sudato sette camicie, insistendo sulla necessità di non lasciare a Blair il monopolio del dialogo con i democratici Usa. Ma all'ami Massimo e ai suoi ospiti concede la sua presenza e poco più di un richiamo ai valori comuni, il primo ministro delle "35 ore". Tenendo ferma una cultura politica che è figlia del socialismo classico almeno quanto della orgogliosa specificità francese. E che non per caso Jospin - unico tra i protagonisti del summit - sceglie di ribadire, a lavori finiti, alla stampa internazionale.
A colpire molto, sul palco, è soprattutto la sua secca bacchettata a Clinton sulla pena di morte, in risposta a una domanda sui diritti umani. "Bisogna essere inattaccabili - detta Jospin - per porre con decisione il problema dei diritti dell'uomo anche ai paesi in via di sviluppo, difendoli con grande rigore all'interno dei nostri Paesi. Solo risolvendo tali problemi - aggiunge - daremo una prova di buona fede. E per questo vorrei che in tutte le democrazie scomparisse la pena di morte". Un colpo duro, e in conferenza stampa gliene chiedono conto. Ma lui non nasconde la mano: "È vero - riconosce - sono stato l'unico a parlarne. Ma se non possiamo cambiare le leggi dei paesi che conservano la pena di morte, possiamo porre la questione e ricordarglielo ogni volta che ne abbiamo l'occasione".
È invece sulla difesa dei valori "classici" della sinistra, e sulla valorizzazione delle regole per governare con polso fermo il cambiamento e non subirlo, che il premier francese duella con Blair. Dobbiamo cambiare - è stato il filo costante del suo ragionare - senza dare l'impressione di arrenderci: "Non possiamo convincere gli altri se non siamo convinti noi stessi. In Francia è stato l'avvento di un governo che non dava per scontata la disoccupazione - ha sottolineato - ad aver dato fiducia alla gente".
L'ultimo distinguo jospiniano arriva sul rapporto tra socialisti e democratici. E si incardina sulla sottolineatura della differenza tra il dialogo fiorentino e la realtà dell'Internazionale socialista, "centocinquanta partiti - dice con orgoglio - con storie e strade diverse ma con valori e radici comuni". Quel che è nato qui "non è una nuova Internazionale atlantica", mette in chiaro il premier francese in vista del nuovo appuntamento di Berlino: è "un fatto politico, e non la nascita di un nuovo club". Ma è interessante - concede - che "anche la politica economica di Clinton non sia improntata all'assoluto laisser faire liberista, ma sia una politica d'intervento economico, come si è visto in occasione della crisi nel sud-est asiatico". Un riconoscimento amichevole, all'uomo che per Jospin rimane ancora - e rimarrà ancora a lungo - solo un "compagno di strada".

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Corriere della Sera
18 novembre 1999
Pestaggio prima dell'iniezione letale in Texas
Lotta con il condannato nel braccio della morte
Rifiutava di camminare verso il patibolo: usati anche i lacrimogeni
di Alessandra Frakas

NEW YORK - Il giorno dopo la resa dell'Europa all'Onu, dove ha rinunciato a presentare la proposta di moratoria delle esecuzioni capitali, negli Stati Uniti la pena di morte continua ad essere una tragica routine. Le televisioni hanno aperto i loro notiziari con le immagini del disperato "no" al patibolo gridato da un ex aiuto-infermiere texano, Desmond Jennings, condannato per duplice omicidio nel 1993. Non è sfuggito alla sua sorte, comunque. + stato ucciso da un'iniezione letale, al termine di una vera e propria rissa con una squadra di ben 5 guardie carcerarie armate.

La lotta è avvenuta nel famigerato carcere di Huntsville, dove dall'inizio dell'anno 29 detenuti sono stati giustiziati con la benedizione del governatore e candidato presidenziale repubblicano George W.Bush. Alle 12.30, quando le guardie hanno bussato alla porta della sua cella ordinandogli di seguirlo nella "camera della morte", Jennings ha puntato i piedi in terra, rifiutandosi di ubbidire.

Per fargli cambiare idea sono intervenuti 5 secondini in elmetto, visiera, paraginocchia e giubbotto antiproiettile che l'hanno immobilizzato con gas lacrimogeni, trasportandolo in catene, a bordo di un pullmino, fino alla unità "il muro" dove altri condannati famosi come Karla Faye Tucker e Joe Cannon esalarono l'ultimo respiro. Nell'anticamera della morte dov'è stato "parcheggiato", Desmond Jennings si è rifiutato di mangiare l'ultimo pasto che, forse in uno slancio di ottimismo, non aveva mai ordinato. Quando la squadra si è ripresentata per scortarlo dal boia, verso le 18, l'uomo è scattato di nuovo in piedi urlando "sono pronto per il secondo round". "A questo punto siamo stati costretti a immobilizzarlo a mano, senza lacrimogeni", spiega il portavoce del carcere Larry Todd.

Le guardie l'hanno legato al lettino della morte e si sono sbrigate a infilargli l'ago in vena, senza lasciargli neppure il tempo di pronunciare un discorso finale. "+ spirato alle 6.22 - spiega il comunicato del carcere - 7 minuti dopo l'iniezione letale".

La sua indocile uscita di scena ha messo in imbarazzo le autorità carcerarie del Texas che oltre a detenere il primato assoluto di esecuzioni - circa un terzo delle 586 avvenute in America dal ritorno della pena capitale nel 1976 - si vanta di avere "le prigioni più dure" e "le camere della morte più rapide ed efficienti". "+ la prima volta che ci accade un incidente del genere", si affretta a precisare un altro portavoce di Huntsville, Larry Fitzgerald. Per giustificare il comportamento del condannato, anche la stampa locale lo descrive come un "mostro". "Un ignorante", che avrebbe ucciso due tossicodipendenti per derubarli. "Quando si accorse che addosso non avevano altro che 13 centesimi e alcune capsule vuote di crack - puntò il dito l'accusa al processo - si lamentò di esseri imbrattato inutilmente col sangue i pantaloni nuovi". E a Huntsville i secondini hanno temuto fino all'ultimo che lo stesso potesse accadere anche a loro. "Avevano paura che l'ago gli schizzasse fuori dalle vene sporcandolo - spiega un reporter dello Star Telegram - come è successo l'anno scorso ad un altro detenuto, sempre in Texas". Mentre sulla decisione dell'Ue di non mettere ai voti dell'Assemblea Generale la proposta di moratoria da lei stessa presentata, si è pronunciato ieri il segretario dei Ds, Walter Veltroni. "Mi auguro - ha detto Veltroni - che la pausa chiesta dalla presidenza finlandese dell'Unione Europea sia utilizzata in modo da andare poi al voto. Bisogna fare tutto il possibile - ha aggiunto - per portare fino a un verdetto dell'Onu la risoluzione dei Quindici, anche se limitata alla moratoria delle esecuzioni. Perché sarebbe già molto importante salvare alcune centinaia di persone in attesa di essere giustiziate". E da Istanbul, il ministro degli Esteri, Lamberto Dini, ha spiegato il rifiuto europeo di accogliere emendamenti e tentativi di mediazione dichiarando che "non possiamo accettare una risoluzione che non morde".

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CORRIERE DELLA SERA
17 novembre 1999
TRE COLPI IN TESTA
Kabul, migliaia allo stadio. Giustiziata la prima donna
Madre di sette
figli, aveva
ucciso il marito. Dalla folla si è
levato un boato: Allah è grande

KABUL - In migliaia hanno affollato ieri lo stadio di Kabul, capitale dell'Afghanistan. Moltissimi uomini, ma anche tante donne, alcune con i bambini al seguito. Accorsi per assistere all'"evento": la prima esecuzione pubblica di una donna nella storia recente del Paese.
Zarmina, poco più di quarant'anni e sette figli, aveva commesso un crimine enorme: soprattutto per la sharia, la legge islamica imposta dalla milizia integralista dei Talebani pochi mesi dopo la conquista del potere a Kabul, nel settembre 1996. Zarmina aveva ucciso nel sonno due anni fa il marito, colpendolo più volte con un martello.
Un ufficiale talebano ha letto brevemente ieri la ricostruzione dell'episodio e la sentenza di condanna a morte. Poi Zarmina è stata caricata su un camion. Aperto, perché tutti la potessero vedere, o meglio potessero percepire la sua presenza sotto il burqa, il mantello che imprigiona le afghane, lasciando solo intravedere gli occhi. Con lei anche altre tre donne, completamente velate. Il camioncino è entrato nello stadio. Due poliziotti hanno fatto scendere Zarmina e l'hanno consegnata a un soldato talebano armato di un fucile AK-47. Spinta a terra, la donna ha provato più volte a rialzarsi, a implorare la grazia. Il soldato le ha sparato tre colpi alla testa. Dalla folla si è levato un boato: "Allah è grande".
"Mai visto nulla di simile - ha raccontato uno dei testimoni, Abdul Hakim - mai sentito nemmeno raccontare da mio padre o da mio nonno".
L'"eccezionale spettacolo" era stato annunciato lunedì dalla radio Shariat. La sentenza, secondo quanto ha riferito un giudice della corte civile di Kabul, era stata approvata dal leader supremo dei Talebani, Mullah Mohammad Omar. "Al termine di un'inchiesta accurata - ha detto il giudice - la donna ha confessato il suo crimine in tutta libertà ed è stata condannata alla pena capitale". Nessun accenno al movente. In casi come questo, per la giustizia dei Talebani - che ormai controllano oltre l'80% del Paese - le ragioni del delitto sono del tutto irrilevanti.

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Il Messaggero
17 novembre 1999
L’AMBASCIATORE FULCI
"Eppure avevamo i numeri dalla nostra parte"
di Stefano Trincia
NEW YORK - Si chiude con un amaro addio la lunga e per molti versi vittoriosa missione dell’Ambasciatore italiano all’Onu Francesco Paolo Fulci. "Sono profondamente amareggiato dalla decisione dell’Unione Europea di chiedere il rinvio della trattazione della nostra risoluzione - ci ha detto al telefono l’ambasciatore - è una vittoria perduta perché avevamo i numeri dalla nostra parte". Per Fulci che a giorni lascerà la Missione italiana all’Onu al nuovo ambasciatore Sergio Vento, si tratta di una cocente delusione.
Ambasciatore, ma i voti per la risoluzione c’erano veramente?
"Negli ultimi cinque anni gli stati abolizionisti de jure e de facto avevano superato i cento, e rappresentavano la maggioranza dell’assemblea generale dell’Onu. Fino a ieri la richiesta di moratoria aveva i numeri per farcela, ho contato personalmente 85 voti a favore e 65 contrari. Purtroppo, come ho sottolineato fin dall’inizio, era indispensabile che l’Europa si presentasse con un fronte unito".
E invece?
"Invece si è deciso alla fine di non accettare nella risoluzione il riferimento suggerito dal Messico a due principi fondamentali entrambi presenti nella carta dell’Onu e che si completano a vicenda: quello della non ingerenza negli affari interni degli stati e l’obbligo degli stessi stati di promuovere e rispettare i diritti umani. Ho cercato di spiegare che questo compromesso avrebbe salvato capra e cavoli ma i partners europei non ne hanno voluto sapere".
E’ una grave sconfitta per l’Italia e per l’Europa...
"Io preferisco definirla una sconfitta per l’abolizione della pena di morte nel mondo. Spero comunque che questa sacrosanta battaglia non venga mai abbandonata, né all’Onu né altrove".
Con quale bilancio lascia il timone della Missione italiana all’Onu?
"Lascio con un bilancio positivo e con la soddisfazione di aver creato una macchina elettorale, come la definisco io, di grande efficacia. Con la nostra squadra siamo riusciti a far trionfare l’Italia nelle elezioni interne dell’Onu ben 27 volte, un record".
Cosa augura al suo successore?
"Gli auguro di poter avviare il processo che porterà l’Italia all’interno del Consiglio di Sicurezza, perché è così che il nostro paese potrà effettivamente continuare a contare nello scenario internazionale".

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La Repubblica
17 novembre 1999
I ministri degli Esteri della Ue decidono
di non presentare la risoluzione all'Onu
Salta la moratoria
per la pena di morte

Falliti i tentativi di mediazione
proteste in Europa e negli Stati Uniti
di GIAMPAOLO CADALANU

ROMA - Niente riposo per i boia. Dovevano fermarsi per un anno, su invito dell'Onu, almeno nei paesi "sensibili" all'opinione pubblica internazionale. Invece la moratoria annunciata non verrà invocata dalle nazioni Unite: l'Unione europea, che aveva proposto una mozione costruita su quella di iniziativa italiana del '94, non vuole presentarla al voto. La moratoria resterà l'ennesimo documento a prender polvere negli archivi del Palazzo di Vetro, "a futura memoria": monito senza efficacia, fino a quando il tema non verrà ripreso da altri.

A fermare il cammino della risoluzione, che avrebbe dovuto essere discussa oggi (martedì), è stata una decisione di Bruxelles, ancora non formalizzata, ma già presa. Ieri i ministri dell'Unione europea hanno proclamato di non voler avallare modifiche del testo che avrebbero "annacquato" la risoluzione. Puri e duri fino in fondo, nonostante i tentativi di compromesso proposti dal Messico e caldeggiati dall'ambasciatore italiano Fulci: una decisione formalmente coerente, ma che in realtà getta nel nulla il lavoro di mesi e dà un robusto scossone anche a un altro "tema caldo" in discussione al Palazzo delle Nazioni Unite, quello del "diritto di ingerenza umanitaria".

Il nodo del contendere sono gli emendamenti, presentati fra gli altri da Egitto e Singapore: in particolare si sottolinea che le Nazioni Unite non possono intervenire in materie che rientrano essenzialmente nella giurisdizione interna degli Stati. Ogni paese ha diritto di scegliersi il suo sistema politico, economico, sociale e culturale, senza interferenze". Affermando questo, alcuni regimi sostenitori del patibolo si rivestono di panni "anti-colonialisti", inseguendo in realtà solo un obiettivo di pubbliche relazioni. La mozione, inserendo il tema "pena capitale" nella categoria "diritti umani", avrebbe finito per provocare loro imbarazzo.

La presentazione degli emendamenti è riuscita nell'intento di dividere il fronte europeo: da New York le decisioni sono state rimandate a Bruxelles, dove i legami della "realpolitik" sono evidentemente più stretti. E alla fine, a sostenere la linea Fulci, favorevole a un compromesso che avrebbe comunque fatto varare la moratoria, è rimasto solo un tiepido ministro Dini. Ma i più soddisfatti non sono i piccoli paesi autoritari del Mondo non sviluppato: a fregarsi le mani con più foga oggi per il regalo dell'Europa sono Cina e Stati Uniti, due nazioni che mandano avanti senza esitazioni camere a gas e impiccagioni. Il paese più potente, e il mercato più promettente del mondo: due punti di riferimento in grado di far pendere la bilancia dalla parte opposta ai diritti umani.

Molto dure le reazioni dei militanti per i diritti umani: Sergio D'Elia, segretario di "Nessuno tocchi Caino", parla di "vergogna per l'Europa", che "mente", perché aveva già accettato l'inserimento dell'emendamento senza difficoltà. Per Emma Bonino è "una pagina avvilente" per l'Unione europea, "la conferma che le diplomazie europee sono ancora disposte a sacrificare i diritti dell'uomo sull'altare degli interessi commerciali e geopolitici".

Anche dagli Stati Uniti arriva la protesta. Si muovono le organizzazioni da sempre contrarie alla pena capitale e i singoli intellettuali "liberal". Risultato: una pagina intera sul New York Times per un appello contro il boia. Nella pagina, promossa tra l'altro da Amnesty International Usa, Equal Justice e dal Quixote Center, sono stipate 4100 firme di cittadini americani. "Alcuni di noi sono favorevoli alla pena di morte, altri contrari. Tutti però ci uniamo in un appello per la moratoria immediata delle esecuzioni per il modo in cui la pena capitale è applicata nel nostro paese". L'appello è stato firmato da personalità come l'ex governatore di New York Mario Cuomo, il compositore Philip Glass, il linguista Noam Chomsky e l'ex candidato presidenziale Jesse Jackson. Tim Robbins e Susan Sarandon, lo storico Arthur Schlesinger e l'arcivescovo Raymond Hunthausen si sono uniti a sette 'morti viventi': sette condannati strappati alle mani del boia dopo il riconoscimento di un errore giudiziario.

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La Repubblica
17 novembre 1999
Desmond Jennings condannato a morte per duplice
omicidio, si è ribellato fino all'ultimo

Texas, trascinato a forza
all'iniezione letale

Le guardie del carcere di Huntsville, in Texas
lo hanno obbligato stordendolo con uno spray

HUNTSVILLE (Texas) - Condannato a morte per aver ucciso a colpi di pistola due spacciatori si è opposto con tutte le sue forze all'esecuzione capitale. Desmond Jennings, 28 anni, si è ribellato con ogni mezzo e, per trascinarlo fino alla camera della morte del penitenziario texano di Huntsville, cinque agenti hanno dovuto ridurlo all'impotenza, stordendolo con uno spray.

Il condannato si era ribellato fin dal pomeriggio rifiutandosi di uscire dalla sua cella. Le guardie lo avevano tramortito con del gas e lo avevano portato al penitenziario di Huntsville dove poi è stato giustiziato. Jennings non si è arreso nemmeno nel braccio della morte. E' stato portato in un'altra cella in attesa che tutto fosse pronto e poi, legato, è stato trascinato sul lettino su cui gli è stata fatta l'iniezione letale. Il boia ha dovuto fare numerosi tentativi prima di riuscire a somministrargli il veleno. E alla domanda di rito: "Vuole fare un'ultima dichiarazione?" non ha ricevuto alcuna risposta.

L'uomo era stato condannato alla pena di morte dopo aver ucciso nel dicembre del '93 due persone a Forth Worth, in un edificio dove si spacciava droga. Era stato arrestato dopo che la polizia aveva trovato nella sua macchina l'arma del delitto. Jennings è stato giustiziato questa notte nel penitenziario di Huntsville. A nulla è valsa la sua ribellione. E si tratta della ventinovesima persona messa a morte in questo anno nello stato del Texas e la numero 193 da quando, nel 1982, è stata ripristinata la pena capitale.
 

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La Stampa
17 novembre 1999
Al Palazzo di Vetro l’Europa perde incredibilmente una battaglia che pareva già vinta
L’ombra di un baratto sulla pena di morte
Cade la moratoria Ue, gli Usa pagano i debiti all’Onu
Augusto Minzolini
inviato a NEW YORK
Il primo fatto è avvenuto l’altro ieri a Bruxelles alla riunione dei ministri degli Esteri. L’unione europea ha gettato inspiegabilmente alle ortiche una vittoria all’Onu sulla moratoria contro la pena di morte. L’ala dura e pura, capitanata dagli inglesi, ma con dentro olandesi, tedeschi e Benelux, si è scagliata contro una mediazione messicana che avrebbe voluto compendiare la moratoria sulla pena di morte con due richiami: il primo riguardava il punto della carta istitutiva delle Nazioni Unite che prevede la non ingerenza negli affari interni dei singoli Stati; il secondo richiamo si collegava alla parte fondamentale sui diritti dell’uomo.
Una mediazione che, aldilà dell’ovvietà dei richiami, avrebbe assicurato al documento europeo la maggioranza necessaria. E, invece, inspiegabilemnte, al grido che queste concessioni sarebbero state una resa, inglesi e tedeschi hanno imposto a Lamberto Dini - ma anche al governo francese - il rinvio del voto sulla moratoria. Di fatto anche questa volta non se ne farà più niente.
L’altro fatto è accaduto, invece, a Washington. Finalmente Clinton è riuscito a strappare un accordo sugli arretrati da dare alle Nazioni Unite ai Repubblicani, che come è noto controllano il Congresso. Mancano solo alcuni particolari. Addirittura la White House - che vuole arrivare ad un’intesa in ogni caso - avrebbe accettato una clausola che impedisce di usare quei fondi per le organizazzioni internazionali che promuovono i diritti dell’aborto. Un particolare che ha attirato su Clinton le critiche di entrambi i candidati democratici alla presidenza: non solo Bill Bradley, infatti, ma anche il vicepresidente Al Gore si è scagliato contro questo esempio di baratto.
Collegando i due fatti e facendo attenzione ai tempi in cui si sono svolti non è da scludere - anzi - un altro baratto che potrebbe essere avvenuto tra una parte della Ue e gli Stati Uniti. Intanto perchè la decisione europea per alcuni versi appare davvero irrazionale. "Se avessimo accettato l’emendamento messicano - spiega l’ambasciatore italiano all’Onu Paolo Fulci - sarebbe passata anche la moratoria contro la pena di morte per almeno 6-7 voti". In secondo luogo perchè a guidare l’ala intransigente è stata la Gran Bretagna da sempre partner prediletto degli Usa, che per motivi interni (la pena capitale è prevista nell’ordinamento di buona parte degli States) hanno sempre osteggiato ogni presa di posizione dell’Onu sull’argomento.
In effetti sarebbe stato paradossale per il governo degli Stati Uniti concedere i soldi che deve alle Nazioni Unite - e chiudere una vertenza che è andata avanti per oltre cinque anni - proprio mentre viene deciso un provvedimento che potrebbe imbarazzarli non poco.
Tanto più che l’amministrazione di Washington paga un prezzo salato per questa intesa con i repubblicani: Clinton, infatti, con questa concessione di non far impegare quei finanziamenti per le organizazzioni internazionali in favore dell’aborto finisce per creare difficoltà sia a Gore che sta correndo per la nomination, sia alla consorte Hillary, già impegnata nella campagna per strappare a Rudolph Giuliani il seggio di senatore di New York.
Così alla fine di baratto in baratto chi ne ha fatto le spese è stata la parte debole dell’Europa, cioè l’Italia. Il lavoro di anni rischia di finire nel cestino. Al solito, una parte dell’Europa, sia pure avvolgendosi nella bandiera della difesa intransigente dei principi, ha fatto il gioco, per non dire un piacere, agli Stati Uniti. "E’ davvero tutto incomprensibile - sostiene Fulci -. Gli inglesi hanno tirato in ballo tutta una serie di storie che c’entrano poco e niente con la pena di morte. Hanno detto che accettare la mediazione messicana avrebbe messo a rischio la dottrina dell’ingerenza umaniataria, quella su cui si è basato l’intervento nel Kosovo. Cosa che è tutta da provare. Eppoi mi pare davvero strano che dopo la decisione della Ue su 62 paesi, presentatori della mozione, nessuno mantenga all’ordine del giorno la moratoria sulla pena di morte. Ecco perchè non escludo che ci sia stato sotto sotto un lavoro degli Usa".
E già tutto ciò appare strano ma in fondo è la conferma che nelle Nazioni Unite Washington continuano ad esercitare una influenza preminente. Se poi si tiene conto che contro la moratoria si erano schierati anche paesi come la Cina e il Giappone, è evidente che un epilogo diverso della vicenda avrebbe rapprentato una sorpresa. Rimane da vedere quanto il nostro governo si è impegnato nella battaglia. Perchè se a Bruxelles il ministro Dini si è subito arreso, non si capirebbe davvero perchè l’Italia si è gettata a capofitto in questa battaglia.

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La Stampa
17 novembre 1999
La sconfitta -Roma abbandonata dai partner europei
ROMA
Il congelamento della mozione comunitaria per la moratoria Onu contro la pena di morte ha scatenato un fuoco incrociato di critiche italiane contro l’Unione Europea e le scelte della Farnesina. L’opposizione del Polo denuncia "la viltà dell’Ue", l’ex commissario europeo Emma Bonino parla di una "pagina avvilente di politica estera", i gruppi della maggioranza chiedono alla Farnesina di "impedire il ritiro della mozione" e Botteghe Oscure va oltre: "Non votare sarebbe una sconfitta". I commenti più duri vengono dalle organizzazioni del volontariato protagoniste della campagna per la moratoria. "C’è stata malafede in chi ha rifiutato il compromesso possibile" dice il radicale Sergio D’Elia, accusando il ministro degli Esteri, Lamberto Dini, di "non dire la verità" su quanto avvenuto alla riunione dei ministri dell’Ue a Bruxelles di lunedì. Sarcastica la Comunità di Sant’Egidio: "Siamo dispiaciuti ma non sorpresi". Oltre il fuoco delle critiche a caldo è possibile tuttavia ricostruire - grazie a fonti diplomatiche diverse - quanto avvenuto proprio a Bruxelles lunedì scorso. L’Italia aveva fatto mettere all’ordine del giorno la discussione della bozza di compromesso redatta dal Messico che avrebbe garantito alla proposta europea di moratoria il sostegno del numero di paesi necessario per raggiungere il quorum all’Assemblea Generale dell’Onu. Ma una volta illustrata la proposta messicana - coniugare impegno al rispetto dei diritti umani con la non ingerenza negli affari interni - Dini si è trovato letteralmente solo, isolato. Nelle fila degli strenui sostenitori della mozione originale "dura e pura" destinata ad essere sconfitta all’Onu si trovava non solo la Gran Bretagna (affiancata agli Usa nell’ostacolare l’arrivo al voto) ma Stati da sempre in prima fila nella battaglia sulla moratoria: gli scandinavi, il Benelux, l’Austria. A sorprendere Lamberto Dini però è stato soprattutto il "no" al compromesso arrivato da francesi e tedeschi perché indicazioni precedentemente giunte dalla missione italiana all’Onu avevano convinto la Farnesina che alcuni dei partner più "pesanti" si sarebbero schierati con l’Italia. L’indicazione però - ricostruiscono le fonti diplomatiche - si è rivelata sbagliata e Dini si è trovato, solo, a prendere atto che nessun partner dell’Ue era schierato con l’Italia nel proporre la soluzione di compromesso. In quelle condizioni il ministro degli Esteri non poteva fare altro che difendere il principio dell’"unanimità" che distingue le decisioni dell’Ue. Anche se in questo caso significava di fatto incaricare la presidenza di turno findandese di congelare la mozione depositata all’Onu. Da qui il commento del sottosegretario agli Esteri per l’Europa, Umberto Ranieri: "La nostra proposta non ha trovato il sostegno dei partner, abbiamo agito con rigore ma non possiamo rompere la solidarietà europea".\

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Il sole 24 ore
17 Novembre 1999
Pena di morte, Europa spaccata Non passa la moratoria all’Onu

NEW YORK — La moratoria Onu delle esecuzioni capitali per ora non ci sarà: nel giorno che avrebbe dovuto vedere l’inizio del dibattito in Assemblea generale sulla pena di morte, l’Unione Europea ha premuto sul freno e chiesto l’aggiornamento della sua risoluzione su cui erano affluite le firme dei 15 Paesi Ue e di altri 57 Stati. È stata la Finlandia che, in quanto presidente di turno della Ue, ha avuto comunicato ai co-firmatari del documento la decisione maturata dai ministri europei a Bruxelles. Il testo della risoluzione che chiede "la moratoria delle esecuzioni in vista della loro totale abolizione" resterà agli atti dell’Assemblea generale, ma se ne chiederà l’aggiornamento, vale a dire il rinvio della trattazione. "Di fatto quest’anno il caso è chiuso, tenuto conto che i lavori della commissione si concludono sabato", hanno indicato fonti dell’Onu.

"Non posso non esprimere la mia profonda amarezza: questa è una vittoria perduta", ha commentato nel suo ufficio di presidente dell’Ecosoc l’ambasciatore all’Onu Francesco Paolo Fulci che nelle ultime settimane si era battuto per serrare le fila del fronte abolizionista e strappare in extremis preziosi "sì" tra la trentina di Paesi ancora incerti nel voto sulla moratoria. Al dunque invece l’Europa si è divisa. L’Italia è rimasta isolata nella difesa della moratoria mentre Gran Bretagna, Olanda, Belgio, Lussemburgo e Germania hanno spinto per respingere l’ultimo compromesso: un emendamento presentato dal Messico (contrapposto alla linea dura di Egitto e Singapore). Il confronto ha visto l’America defilata: gli Stati Uniti, dove oltre tremila detenuti attendono la pena capitale nei bracci della morte, avevano preannunciato voto contrario ma lasciando ad altri Paesi il compito di guidare il fronte degli anti-abolizionisti.

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IL MESSAGGERO
Mercoledì 17 Novembre 1999
Giornata nera per Onu e Ue/ Intrighi, veti, polemiche sull’iniziativa italiana. Il disappunto di Dini e Bonino
I boia festeggiano la vittoria
Ritirata la mozione che chiedeva la moratoria della pena di morte
dal nostro corrispondente
STEFANO TRINCIA

NEW YORK - Si infrange sugli scogli della "real politik" il fragile vascello guidato dall’Italia per una moratoria Onu alla pena di morte. La discussione della relativa risoluzione adottata dall’Unione Europea presso le Terza Commissione dell’Assemblea Generale è stata ieri rinviata sine die. Con la prossima conclusione della sessione dei lavori della commissione, la risoluzione può considerarsi sostanzialmente defunta. Ad affossarla hanno provveduto le divisioni emerse all’interno della stessa Unione Europea. Con "unanime giudizio" i Ministri degli Esteri dei Quindici hanno ritenuto inaccettabile l’emendamento alla proposta Ue di moratoria presentato da Egitto e Singapore che si richiamava "alla non ingerenza negli affari interni dei paesi membri".
Nonostante un tentativo in extremis dell’Italia di trovare una mediazione che avrebbe consentito di arrivare al voto, il Presidente finlandese dell’Unione Europea ha comunicato alla Terza Commissione dell’Assemblea Generale la decisione di chiedere il rinvio della trattazione dell’argomento. I partners europei - ha dichiarato il Ministro degli Esteri italiano Lamberto Dini - "non sono disposti a venire a compromessi sul principio della moratoria e ad accogliere formulazioni che vanificano il perseguimento di un obiettivo così importante".
In realtà, ha spiegato lo stesso Dini, l’Italia ha tentato il salvataggio della risoluzione affidando al Messico una proposta di mediazione. Un emendamento che avrebbe aggiunto al riferimento sulla non interferenza introdotto da Egitto e Singapore, il richiamo all’articolo uno, paragrafo tre della Carta dell’Onu: un articolo che chiede cioè la promozione e l’incoraggiamento del rispetto dei diritti umani. "Malgrado avessimo rilevato che l’emendamento messicano sarebbe venuto in parte incontro alle preoccupazioni europee - ha proseguito Dini - e nonostante si fosse evocato da parte nostra il rischio che la risoluzione, nella versione sponsorizzata dalla Ue, non raggiungesse la maggioranza necessaria, gli altri paesi hanno confermato l’inaccetabilità di qualsiasi modifica".
Sulla resa dell’Unione Europea si è scatenata la bufera delle proteste. Rinunciando a domandare all’Assemblea Generale la messa in votazione della sua stessa proposta di moratoria - ha dichiarato Emma Bonino - "l’Europa ha scritto una pagina avvilente di politica estera europea in negativo". E’ evidente, ha aggiunto, che gli Stati Europei "hanno tolto d’imbarazzo la Cina e gli Stati Uniti, due partners importantissimi dell’Europa che continuano ad applicare la morte di stato".
La vicenda è stata definita "uno scandalo di dimensioni europee", dal segretario generale di Nessuno Tocchi Caino Sergio D’Elia. Secondo la vice presidente del Senato, senatrice Ersilia Salvato, "ha vinto il convitato di pietra nel dibattito all’Onu, gli Stati Uniti d’America che in questo modo evitano il colpo della moratoria". L’iniziativa italiana raccolta con scarsa convinzione dall’Unione Europea è stata osteggiata da un fronte capeggiato dagli Usa che comprende anche la Cina, i paesi arabi, la Russia e altri paesi pro pena di morte.

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CORRIERE DELLA SERA
17 novembre 1999
L'AMBASCIATORE EGIZIANO
"L'Occidente non poteva imporci i suoi valori"
di Alessandra Farkas

NEW YORK - "L'Italia ha sbagliato strategia. Dopo essere stata battuta già una volta nel '94, sapeva benissimo che questa è una delle questioni più spinose dell'Onu. Anche allora noi fummo decisivi per la sconfitta". All'indomani della capitolazione della moratoria all'Onu uno dei suoi più acerrimi nemici, l'ambasciatore egiziano alle Nazioni Unite, Ahmed Aboulgheit, si dice "soddisfatto ma non sorpreso".
"Il vero problema è che l'Europa non ci aveva mai consultati - spiega -. Davanti a un problema così gigantesco avrebbe dovuto farsi avanti prima, spiegandoci nei dettagli le sue intenzioni. Invece gli europei non si sono mai degnati, consegnandoci il testo della loro risoluzione "privata" solo alla fine. Prendere o lasciare. Ma la seconda offesa è stata ancora più grave".
A cosa si riferisce?
"Per una società islamica come la nostra il rispetto delle differenze culturali è fondamentale. Ci siamo trovati contro una coalizione di Paesi occidentali ricchi che cercavano di imporci i propri valori. Come se in virtù del proprio benessere si sentissero legittimizzati a imporsi sui meno fortunati. + importante che l'Italia sia forte nell'ambito dell'Onu ma con questa risoluzione si è molto indebolita. Lo dico con l'autorità di uno che ha sempre sostenuto il ruolo diplomatico centrale del vostro Paese. Oggi all'Onu tutti parlavano dell'elezione per la riforma del Consiglio di Sicurezza, l'anno prossimo. Ho cercato di rassicurarli che quel tema non è affatto legato alla moratoria. Però molti non capiscono. "L'italia ha guidato la crociata per metterci in imbarazzo e umiliarci", dicono".
Pensa che la risoluzione verrà archiviata per sempre?
"L'Ue ha preso la decisione giusta e la faccenda sarà dimenticata, se qualcuno non avrà la malaugurata idea di riesumarla. Le parti in causa hanno bisogno di tempo per riflettere. Non è una questione che può essere risolta domani. Nella mia lunga vita di ambasciatore non ricordo nulla che abbia diviso di più. L'ultima volta che l'Onu si è spaccata così fu per la risoluzione su "sionismo uguale razzismo", nel 1975".
Come spiega toni tanto viscerali?
"Immaginatevi un futuro in cui l'Europa decida di liberalizzare le droghe come ha già fatto uno dei suoi membri. E che un bel giorno, proprio all'Onu, cercasse di imporre questo modello al resto del mondo, in nome di presunti valori universali che sono solo suoi. Rammento che la pena di morte in certi Paesi è legale. Contemplata da leggi e religione. Non potete imporci le leggi europee".

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CORRIERE DELLA SERA
17 NOVEMBRE 1999
L'amarezza italiana. Fulci: traditi da Londra. Bonino: meglio accettare gli emendamenti. Salvato: una vittoria degli Usa

Pena di morte, la resa dell'Europa

"Compromesso impossibile con il fronte anti-abolizione". L'Ue ritira la moratoria
di Alessandra Farkas
NEW YORK - Doveva essere una delle battaglie più accese nella storia delle Nazioni Unite. E invece la risoluzione europea sulla pena di morte è fallita proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto cominciare il suo tortuoso viaggio all'Onu. "La proposta di moratoria delle esecuzioni capitali non verrà messa ai voti", ha comunicato la presidenza finlandese dell'Unione Europea dopo una riunione con i Paesi co-sponsor dell'appello. La Terza Commissione dell'Assembea generale che ieri si accingeva a inaugurare l'iter della risoluzione in vista del voto di domani o dopodomani, era stata preparata al colpo di scena, deciso il giorno prima a Bruxelles dal Consiglio dei ministri degli Esteri dei Paesi dell'Eu. La motivazione ufficiale dell'Europa: la nostra proposta originale di moratoria è stata "annacquata" da emendamenti che l'hanno snaturata.
I ministri europei hanno criticato l'emendamento presentato dallo schieramento antiabolizionista guidato da Egitto e Singapore, che richiama all'articolo 2 della carta Onu secondo cui "ogni Stato ha il diritto inalienabile di scegliere il proprio sistema politico, economico, sociale e culturale, senza interferenze".
Ma il no dei ministri europei si è abbattuto anche sul tentativo di mediazione del Messico che, sostenuto dall'Italia dopo perplessità iniziali, ha cercato di conciliare i due schieramenti con un altro emendamento che, pur salvando la "sovranità nazionale", invita i Paesi con la pena capitale a "promuovere il rispetto dei diritti umani". Secondo gli abolizionisti, Italia in testa, era l'unico compromesso utile. Ma dopo una lunga discussione che l'ha vista spesso spaccata in due, l'Europa alla fine ha deciso di bocciare i due emendamenti, rinunciando di fatto a una crociata da lei stessa promossa. Deluso l'ambasciatore italiano all'Onu, Paolo Fulci: "Una vittoria perduta, perché i numeri erano dalla nostra parte. Negli ultimi 5 anni gli Stati abolizionisti de facto o de iure hanno superato i 100, la maggioranza dell'Onu. Per vincere l'Europa doveva restare unita ma alla fine l'Italia è rimasta sola. O meglio: è prevalsa l'idea che, per disciplina comunitaria, bisognava votare tutti insieme. Le divisioni erano emerse già qui a New York, con da un lato lo schieramento Italia- Francia-Svezia-Spagna-Danimarca e dall'altro quello Gran Bretagna- Germania-Benelux, "gli intransigenti". A Bruxelles le squadre sono cambiate e il ministro Lamberto Dini si è battuto come un leone e praticamente da solo. Il colpo di grazia è venuto da Londra".
Anche se tecnicamente non si tratta di un ritiro ma di un semplice rinvio la decisione è giudicata come una storica occasione mancata. "Gli Stati dell'Eu hanno reso impossibile la prima condanna della pena di morte da parte dell'Onu - ha dichiarato l'europarlamentare Emma Bonino - con il pretesto che non si poteva accettare alcun emendamento al testo originale della risoluzione hanno tolto dall'imbarazzo la Cina e gli Stati Uniti, due partner importantissimi dell'Europa, che continuano ad applicare la morte di Stato". Per la vice-presidente del Senato, la diessina Ersilia Salvato, "vincono gli Stati Uniti, che hanno evitato il colpo della moratoria", mentre di "resa della politica estera europea" parla Forza Italia. Gli attivisti Nessuno tocchi Caino, per bocca del presidente Sergio D'Elia, accusano l'Europa di avere affossato la moratoria dimostrandosi "deboli, inermi e sudditi di una potenza del blocco occidentale che pratica la pena di morte ed è stata alla finestra ad aspettare", gli Usa, e chiedono se "il governo condivide la posizione del ministro, allineato nel "no al compromesso"". Dalla Farnesina si fa sapere che l'Italia, dopo aver ripiegato sull'emendamento messicano pur di salvare il voto sulla moratoria, si è dovuta arrendere all'intransigenza di Londra, assai vicina agli Usa, e a un Paese notoriamente rigoroso sul piano del rispetto dei diritti umani come la Finlandia. E se c'è comprensione per l'amarezza degli abolizionisti, vengono tuttavia respinte le accuse di "sabotaggio".

Esecuzioni nel mondo

ABOLIZIONISTI
Secondo Amnesty sono 105 i Paesi che hanno abolito la pena di morte nella legge o nella pratica: 68 l'hanno cancellata per tutti i reati, 14 la limitano a reati eccezionali o commessi in guerra, 23 la mantengono ma non eseguono condanne da 10 anni

BOIA DI STATO
I Paesi che mantengono la pena di morte sono 90: secondo i casi noti ad Amnesty, nel 1998 almeno 1625 persone sono state giustiziate in 37 Stati mentre 3899 persone sono state condannate a morte in 78 Stati; l'80% in Cina (almeno 1067: i reati per i quali è prescritto il patibolo sono 65), Repubblica democratica del Congo (oltre 100), Usa (68) e Iran (66). Secondo dati Onu, nel '98 le sentenze eseguite sono state 1876 in Cina e 150-180 in Iran: seguono, dopo gli Usa, Vietnam (37), Nord Corea (36), Kazakhstan (35), Arabia Saudita (15), Repubblica democratica del Congo (13), Sudan (11).
STIME DIVERSE
La diversità è data dalla difficoltà di verificare il numero delle esecuzioni in Paesi dove molto spesso l'accesso ai provvedimenti giudiziari è impossibile

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Domenica 7 novembre 1999
L'Onu vota sulla pena di morte
"Fermiamo il boia di Stato"
La proposta di una moratoria sulle esecuzioni divide le Nazioni Unite, l'Italia lavora per trovare un compromesso
di GIAMPAOLO CADALANU

LA BATTAGLIA per fermare la mano ai boia si riaccende, e scuote i tavoli dell'Onu. In palio c'è la parola delle Nazioni Unite: l'idea è che una condanna del Palazzo di Vetro possa costringere quanto meno all'imbarazzo i paesi sostenitori della pena di morte. Così, prima ancora che arrivi in discussione la richiesta di una moratoria internazionale delle esecuzioni, i toni si sono accesi.
Nel '94, quando la proposta era solo italiana, la diplomazia mondiale aveva quasi irriso l' ambasciatore Francesco Paolo Fulci. "L'hanno preso per provocatore e visionario", racconta Sergio D'Elia, segretario di Nessuno tocchi Caino e "lobbyista" insieme alla Comunità di Sant'Egidio a favore della moratoria. Adesso però è intervenuta l'Unione europea, che ha rifatto la proposta negli stessi termini, scaricando sull'iniziativa tutto il suo peso, e l'atmosfera si è scaldata. I paesi favorevoli alla risoluzione Onu sono 74. Per far approvare questo auspicio della sospensione della pena di morte servono però 88 voti, ma i paesi contrari hanno cominciato a sentirsi circondati e si agitano per sterilizzare la risoluzione.
I più arrabbiati sono i rappresentanti di nazioni dalla coscienza pesante, già sotto accusa per le violazioni dei diritti umani. Kishore Mahbubani, di Singapore, non ha temuto il ridicolo annunciando che su questo tema all'Onu "scorrerà il sangue". Ha rincarato la dose l' ambasciatore del Ruanda, accusando l'Europa di voler "proteggere i criminali condannati alla pena di morte".
I paesi contrari alla moratoria stanno cercando di indebolire il contenuto - ovviamente solo politico - della risoluzione con emendamenti che di fatto la svuoterebbero di significato. Poiché l'Onu non emette decreti, né può influire sulle legislazioni dei singoli Stati, la risoluzione sarebbe un segnale. Ma non solo: se passasse la formulazione proposta, sarebbe un elemento di fatto sul quale misurare il rispetto dei diritti umani. Insomma, sarebbe un fattore di pressione politica non trascurabile.
Per sbarrare la strada agli abolizionisti, sono stati presentati due emendamenti: il primo fa riferimento alla Carta dell'Onu, al paragrafo 7 dell'articolo 2, che sancisce il rispetto della sovranità nazionale. Il secondo riafferma il diritto di ogni stato di scegliere il suo sistema politico, economico, sociale e culturale. Sembra una tautologia, invece è un ostacolo che potrebbe far retrocedere i passi avanti fatti dalle Nazioni Unite in materia di diritti umani. Sullo sfondo, infatti, c'è un'altra battaglia, quella sull'ingerenza umanitaria: un principio che si sta lentamente affermando, dai Balcani a Timor est, ma che ancora non ha una sanzione ufficiale.
I due temi sono paralleli: e c'è chi vede il braccio di ferro sulla pena di morte come occasione preziosa per spazzar via ogni progresso in tema di intervento umanitario (soprattutto i regimi autoritari, che rivendicano il diritto a ogni nefandezza purché all'interno dei propri confini). "Torneremo indietro di vent'anni", dice l'ambasciatore Fulci. C'è anche chi, invece, ha superato i dubbi sul principio di ingerenza, ma vorrebbe liberarsi dell'ingombrante dibattito sulla pena di morte: è il caso degli Stati Uniti.
L'azione diplomatica dei paesi conservazionisti ha ottenuto nelle ultime ore la mobilitazione generale sotto la bandiera della sovranità nazionale. "È stata un'azione abile - dice Francesco Paolo Fulci - Hanno messo in ballo l'articolo due della Carta fondamentale, sul quale non è possibile certo dare battaglia. Anzi, molti paesi si sono indignati all'idea che sacrificando questo principio si potesse tornare a una qualche forma di colonialismo. Ma non è questo che vogliamo".
La missione italiana cerca invece un risultato concreto, anche a costo di scontrarsi con le rigidità di alcuni alleati, troppo legati a enunciazioni di principio. Chi sono? "Per esempio i tedeschi - aggiunge Fulci - Lei sa come sono, i tedeschi... Magari è tutta una vita che si battono per un principio, e ora non sono contenti di vederlo sminuito".
In realtà dopo le prime esplorazioni lo schieramento abolizionista ha visto concrete possibilità di sconfitta: secondo Fulci, i paesi che sosterrebbero l' emendamento sulla sovranità sono una novantina. Da qui l'esigenza di un compromesso, che permetta di varare una risoluzione non indebolita, salvando il principio di sovranità ma tenendone fuori i diritti umani.
Una strada percorribile sarebbe quella caldeggiata dallo stesso Fulci: insistere nell'interpretazione abituale dell'articolo 2, che legge i diritti umani come punto non compreso nella sovranità degli Stati. "Proprio su questo articolo ho fatto il mio esame per diventare diplomatico. Chi immaginava di ritrovarlo a fine carriera?", dice Fulci.

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7 novembre 1999
Onu e pena capitale - IL PATIBOLO
Il patibolo e il pentito Thomas Mann

di CLAUDIO MAGRIS
Nelle grandiose anche se talora aberranti Considerazioni di un impolitico, scritte durante la Prima guerra mondiale contro le democrazie occidentali, Thomas Mann difende la pena di morte. La difende con toni asciutti e austeri, probabilmente più efficaci di quelli che stanno usando in questi giorni all'Onu i rappresentanti di Singapore o degli Stati Uniti per contrastare la richiesta, avanzata dall'Unione europea, di una moratoria delle esecuzioni e per opporsi dunque all'abolizione della pena capitale.
Mann difende, in quegli anni, la pena di morte in nome di un'etica che si assume tutte le responsabilità di ogni gesto umano e delle sue inevitabili conseguenze, senza abbandonarsi a generosi ma facili slanci del cuore; si appella al dovere - che egli giudica doloroso ma ineludibile - di tutelare la società e di ristabilire, con una sorta di risarcimento, l'ordine, i valori e gli affetti violati dal delitto, il cui autore non viene additato da lui come una belva da eliminare bensì, senza odio, come il colpevole di una gravissima infrazione dell'umano che esige, quasi obbedendo a una oggettiva legge fisica, una corrispondente riparazione. Le obiezioni alla pena capitale - la sua barbarie, la sacralità della vita, il senso umanitario, l'esigenza di offrire al criminale una possibilità di riscatto morale, il divieto divino di vendicare su Caino il sangue di Abele - gli appaiono un pathos retorico e sentimentale, buono per un comizio.
Alcuni anni più tardi, convertitosi alla democrazia - anche perché accortosi che il preteso realismo disincantato dei conservatori non è meno retorico e comiziante dell'ideale progressista, con l'aggravante di tenere comizi per propagandare la diseguaglianza anziché la parità dei diritti - Mann si schiera contro la pena di morte.
L'argomento che egli adduce è, a prima vista, assai debole: la concreta esperienza di un'esecuzione capitale gli ha rivelato la sua natura di farsa crudele e sanguinosa, la sua intollerabile barbarie, e ha scosso la sua sensibilità.
L'argomento appare debole, perché le nostre reazioni psicologiche o sentimentali, la suscettibilità dei nostri fegatini non sono la misura del giudizio etico e politico. Un'atrocità è tale a prescindere dalla reazione partecipe o indifferente di chi ne apprende notizia. Ognuno di noi, probabilmente, prova prima o poi l'impulso di fucilare qualcuno e talora l'impulso può avere le sue ragioni, ma tutto questo non è un buon motivo per farsi giustizia da soli e non giustifica né la vendetta personale né la pena di morte. Ma proprio il discutibile argomento di quella ritrattazione suggerisce che forse Mann, quando parlava con tanta pensosa fermezza a favore della pena capitale, non sapeva veramente bene di cosa parlava; né discuteva in astratto, persuaso invece - come tanti realisti conservatori da tavolino - di conoscere la vita e la morte più dei democratici a suo avviso obnubilati dall'ideologia sentimentale e progressista. Quando guarda in faccia la realtà dell'esecuzione, tutto il suo severo argomentare crolla come un castello di carte.
Né le varie associazioni che lottano per l'abolizione della pena di morte - da Amnesty International alla Comunità di Sant'Egidio, per citarne solo alcune - né tantomeno l'Unione europea (che non è una lega della temperanza, bensì una compagine politica consapevole del ruolo della forza nella Storia) sono delle ingenue anime belle, sopraffatte dai sentimenti e incapaci di misurarsi con la dura realtà.
Che la pena di morte sia orribile è un fatto indiscutibile, riconosciuto anche da molti di coloro che, in passato, hanno ritenuto di doverla mantenere nella legislazione ordinaria. Il rispetto e il riconoscimento dell'umano anche nel più abietto assassino e la possibilità che egli assuma consapevolezza del proprio delitto, diventando un altro uomo, sono valori oggettivi. La domanda, che in questo estremo lembo di secolo e millennio ci si pone, è se sia possibile realizzare quei valori ossia abolire la pena di morte. Se è possibile, e doveroso. Sembra che lo sia ovvero che l'abolizione della pena capitale non provochi conseguenze tali da renderla improponibile anche a chi ragiona non secondo principi assoluti, ma tenendo conto di tutto il complesso meccanismo del reale, con le sue azioni e reazioni.
La pena, come è noto, ha varie finalità. Quella deterrente - intesa a distogliere, con la sua minaccia, dal commettere reati e a proteggere così i cittadini - non sembra affatto meglio garantita dalla pena capitale; non si uccide meno là dove esistono patiboli. La necessità di mettere il colpevole in condizione di non nuocere ulteriormente - altra finalità specifica della pena - non esige l'esecuzione; la carcerazione, nella durata e nelle forme corrispondenti al reato, realizza pienamente tale scopo.
Naturalmente la carcerazione dev'essere effettivamente adeguata al reato; troppo spesso accade che, per varie ragioni, autori di gravissimi delitti scontino di fatto una pena assai breve, più breve di quella scontata da autori di reati ben minori. Secondo alcuni, la pena di morte avrebbe una paradossale funzione egalitaria: in certe prigioni, alcuni condannati per reati anche orrendi (ad esempio alcuni mafiosi) conducono una vita quasi privilegiata, ben più confortevole non solo di quella di altri condannati per crimini analoghi, ma anche di quella, assai dura, di colpevoli di piccoli reati comuni o magari pure di tanti liberi e onesti poveracci che stentano a campare. La forca, si dice, eliminerebbe questa diseguaglianza, ma è evidente che per correggere quest'ultima non occorrono sedie elettriche o ghigliottine, bensì un effettivo controllo delle carceri. Quanto alla finalità rieducativa della pena, è difficile che un impiccato si rieduchi.
Oggi si può e dunque si deve abolire la pena di morte ed è augurabile che la discussione non si areni nello scontro ideologico fra pretesi duri conservatori e pretesi teneri progressisti. Verosimilmente il dibattito all'Onu si complicherà di difficoltà relative a specifici Paesi e governi, metterà in scena falsità e ipocrisie; si vedranno regimi tirannici drappeggiati in panni umanitari, barbarie camuffate da diversità culturali, manovre dilatorie e truffaldine. Non è una ragione per desistere da questo "buon combattimento", per usare l'espressione di San Paolo.
Non è l'eliminazione della pena capitale che può creare seri inconvenienti alle società. Altri gravi problemi urgono alle porte e si faranno sempre più incalzanti, incontrollabili enormi migrazioni di diseredati, piccola e media criminalità indominabile, magistrati, poliziotti e carceri insufficienti, difficoltà di garantire a masse sempre più vaste e fluttuanti gli elementari diritti e così via. Ma questi problemi non si risolvono con esecuzioni capitali in massa...
La vecchia Europa - madre del diritto e della democrazia, di tante utopie di redenzione ma soprattutto di scettica tolleranza e umanistico equilibrio - chiede, attraverso la voce delle sue componenti più ricche di esperienza liberaldemocratica, la fine di quel macabro rituale che è la pena di morte e che un giorno apparirà a tutti barbaro come la pena della mutilazione. Quelle esecuzioni - che talora, con la presenza dei parenti delle vittime del colpevole messo a morte, sembrano trasformare la giustizia in tribale vendetta - devono sparire dalla faccia della terra. La Chiesa, che pur non ha mai condannato in linea assoluta di principio la pena capitale, tramite il Papa ha più volte dichiarato che, nelle condizioni storiche in cui viviamo, essa non ha ragion d'essere. Se il secolo-millennio si concludesse con la sua abolizione, si tratterebbe di una luce che illuminerebbe la sua fine. Di tragedie ne resterebbero comunque tante. Ma non siamo chiamati a trasformare la vita in un paradiso, bensì a renderla, quando si può, un po' meno invivibile.
Se, come dice il poeta, non è ver che sia la morte il peggior di tutti i mali, essa non è certo neppure un buon rimedio.

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Corriere della Sera
L'Europa vuole la moratoria. L'offensiva di Egitto e Singapore rischia di indebolire il fronte
Scontro all'Onu sulla pena di morte
di Maria Grazia Cutuli

Corsa al voto a colpi di emendamenti, defezioni e voltafaccia. La comunità di Sant'Egidio resta ottimista: raccolti quasi due milioni di firme per appoggiare la sospensione della condanna capitale

Non è solo un caso di coscienza. È uno scontro politico che si annuncia durissimo. La proposta di moratoria della pena di morte, in questi giorni all'esame dell'Onu a New York, sta spaccando grandi potenze e piccoli Stati lungo linee che vanno al di là dei "blocchi" tradizionali. Da una parte c'è il fronte che l'ha promossa: Unione Europea in testa, decisa a portarla avanti come battaglia fondamentale per i diritti umani. Dall'altra, c'è lo schieramento del no, un raggruppamento di Paesi eterogenei - dagli Usa alla Cina, all'Iraq - che applicano la pena di morte e stanno edificando la propria muraglia.

Con tutti i mezzi. Compreso quello di mandare allo scoperto Paesi minori con proclami politicamente assai poco corretti. "Il sangue scorrerà, se l'Unione Europea andrà avanti con la sua risoluzione", ha annunciato l'ambasciatore di Singapore, Kishore Mahbubani, all'Onu. "Una metafora", si è poi giustificato. Ma senza indietreggiare: invitando l'Ue "a rimettere il coltello nel fodero", il rappresentante di Singapore ha accusato gli Stati promotori della moratoria di voler violare il principio di "sovranità nazionale". Si è aggiunto l'ambasciatore del Ruanda: l'Europa si è macchiata di "atteggiamenti criminali" per la "protezione" accordata, in occasione di alcune condanne a morte, ai responsabili del genocidio del '94.
La discussione si è aperta martedì. Ma sarà nei prossimi giorni che il dibattito sulla moratoria andrà all'esame della Terza Commissione dell'Assemblea generale dell'Onu (quella delegata ai diritti umani). Se i sì vinceranno la moratoria passerà, ma senza valore vincolante. Rappresenterà però la prima condanna ufficiale espressa dalle Nazioni Unite nei confronti della pena di morte, l'anticamera della sua abolizione e la sua inclusione tra le "violazioni dei diritti umani". La vittoria segnerebbe anche l'atto finale di un'iniziativa lanciata senza successo dall'Italia nel '94, ripresa dalla Commissione per i diritti umani di Ginevra e infine accolta dalla Ue.
Il voto conclusivo è previsto per la seconda settimana di dicembre, ma i gruppi di pressione sono già al lavoro. Lo scarto tra i due fronti potrebbe giocarsi sui voti di una trentina di Stati indecisi. Singapore ed Egitto hanno lanciato la loro offensiva: una serie di emendamenti che di fatto svuotano la proposta. Primo tra tutti: "Nulla nella carta dell'Onu autorizza le Nazioni Unite a intervenire in materie che sonogiurisdizione degli Stati". Risultato: 74 consensi alla moratoria, 80 agli emendamenti contrari. E una catena di Paesi - Nuova Guinea, Costa d'Avorio, Senegal, Giamaica - passati tra i sostenitori della pena di morte.
Persino alcuni membri della Ue hanno cominciato ad avanzare l'ipotesi di rinunciare al voto. L'Italia e il Nord Europa si stanno impegnando per ricompattare le fila. Ma le cifre rimangono mobili. "Gli "irriducibili" della pena di morte in realtà non sono più di 55. Tra di loro ci sono già state defezioni importanti: come quella di Cuba che ha deciso di astenersi", dice Mario Marazziti, della Comunità di Sant'Egidio, l'organizzazione che ha raccolto quasi 2 milioni di firme a favore della moratoria. Passaggi di bandiera rilevanti: se Paesi come il Ruanda o il Burundi si battono per il diritto a chiudere i conti con il genocidio e le stragi etniche, "altri come il Sudafrica, la Cambogia o il Mozambico sono i primi a chiedere la moratoria". Un segno del tempo, per Marazziti, è anche la decisione del presidente russo Boris Eltsin di commutare le sentenze capitali in ergastoli. O ancora, un'adesione di cui Sant'Egidio va fiera: quella di Abdurrahman Wahid, il nuovo presidente dell'Indonesia, la più grande nazione musulmana del mondo.
Ottimismo eccessivo? I Paesi contrari alla moratoria rappresentano i due terzi della popolazione mondiale, e in più contano tra le proprie file le principali potenze musulmane (dall'Arabia Saudita all'Iran), asiatiche (dall'India alla Cina), moltissimi Paesi africani. E per finire gli Stati Uniti, allineati, come successe per il voto sul Tribunale internazionale o sulla messa al bando delle mine, con i loro maggiori nemici. Ma Washington non ha dubbi. Difendere la pena di morte, sostengono i suoi rappresentanti all'Onu, è una "questione di pluralismo e democrazia".

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Corriere della Sera
Venerdì 5 novembre 1999
Pena di morte, la moratoria discussa all'Onu
I TROPPI BOIA DI FINE SECOLO
di FRANCO VENTURINI

E' un peccato che l'Unione Europea, tante volte criticata per le sue debolezze, non venga in questi giorni elogiata per la battaglia contro la pena di morte che sta combattendo all'Onu. Seguendo le orme dell'Italia, che nel '97 ci aveva provato con coraggio ma senza successo, ora tutti gli europei propongono una moratoria delle esecuzioni capitali. Il verdetto dell'Assemblea generale si annuncia a dir poco incerto, perché i Paesi che mantengono la pena di morte sono ancora oggi più numerosi di quelli che l'hanno completamente abolita. Ed è anche vero che un eventuale voto favorevole non sarebbe vincolante per gli Stati membri, gelosi della loro sovranità legislativa.
Assistiamo allora ad una mera enunciazione di principio, l'Europa si accontenta di mostrare la bandiera? Non è detto, perché un appoggio a sorpresa potrebbe venire dalla "zona grigia" dei Paesi parzialmente abolizionisti (dove le esecuzioni sono sospese da anni, o si applicano soltanto a specifici reati). Se ciò accadesse l'Onu condannerebbe per la prima volta la pena capitale, equiparandola alle violazioni dei diritti umani. L'impatto morale sarebbe enorme, e si creerebbe un punto di riferimento richiamabile nei futuri trattati internazionali.
Non è dunque una semplice esibizione di valori, quella che impegna unitariamente gli europei. Ma se anche la vittoria si rivelasse irraggiungibile, se i fautori della sedia elettrica e dei lettini di morte avessero ancora la meglio, all'Europa andrebbe egualmente riconosciuto il merito di aver posto, purtroppo nella disattenzione generale, una delle questioni°chiave di questa fine secolo: è possibile conciliare la globalizzazione economica con il relativismo culturale e morale ancora imperante negli Stati-nazione? Come far convivere nel nuovo millennio la crescente interdipendenza degli interessi con la difesa di legittime sovranità che rivendicano i loro diritti anche nel campo dei diritti umani?
Il dilemma non è nuovo, ma la ricerca delle risposte è diventata urgente. Si interviene militarmente nel Kosovo invocando motivazioni umanitarie, ma per il Ruanda si chiude un occhio e in Cecenia si lascia fare. Il giudice spagnolo Garzón mette alle corde Pinochet e reclama il castigo dei generali argentini, ma la Corte internazionale di giustizia segna il passo e rende selettivo un diritto senza confini che per essere tale deve essere uguale per tutti. La decantata globalizzazione dovrebbe accorciare le distanze tra culture diverse, dovrebbe rendere sempre più universale l'unità di misura dei diritti civili, e invece il mondo è pieno di ingiustizie e di violenze che talvolta proprio ai diktat dell'economia globalizzata vengono fatte risalire.
Non è tempo di illusioni. La Realpolitik non è scoperta recente, e chi strappa il velo dell'ipocrisia capisce benissimo perché si interviene nel Kosovo e non in Ruanda. Si può capire anche, portafogli alla mano, perché i dirigenti cinesi ricevano ovunque grandi accoglienze e reagiscano inviperiti alla minima "ingerenza" nei loro affari interni. Si deve ricordare, al di là dei valori condivisi, che il candidato alla presidenza statunitense George Bush Jr. ha tra i suoi punti di forza l'intransigente difesa della pena di morte. E nell'ancor più vicino Consiglio d'Europa l'imminente presidenza italiana avrà a che fare con la Russia, con l'Ucraina e con la Turchia, che mantengono la pena capitale pur avendo da anni sospeso le esecuzioni.
Le sovranità altrui vanno rispettate, certo. Ma il secolo dei mille orrori si concluderebbe male, se non venisse almeno evidenziata la rotta di collisione tra mondo globalizzato e culture umanitarie tenacemente disomogenee. Far partecipare le società civili alla globalizzazione, questa è la sfida finalmente temeraria che l'Europa sta ponendo all'Onu. E per quanto il traguardo possa risultare lontano, stavolta è di rigore un applauso.
GLI SCHIERAMENTI
LA PROPOSTA
L'idea di una moratoria della pena di morte fu proposta per la prima volta dall'Italia nel '94. Venne approvata dalla Commissione per i Diritti umani di Ginevra e infine dall'Unione Europea
SCHIERAMENTI
Sono 67 i Paesi che hanno abolito la pena di morte, 72 quelli che la mantengono ancora in vigore. Una cinquantina di altri Stati l'hanno di fatto abolita o hanno già fatto ricorso alla moratoria. Tra i Paesi contrari: i membri della Ue, l'Australia, il Sudafrica. Tra i favorevoli: Usa, Giappone, Cina.

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LA REPUBBLICA
Lunedì 8 novembre 1999
Pena di morte l'anima sporca dell'America
di VITTORIO ZUCCONI

NOBILE, necessaria e per ora destinata a fallire la battaglia morale e politica che l'Europa ha lanciato all'Onu contro gli Stati Uniti per fermare la fabbrica delle esecuzioni capitali cadrà, ancora una volta, come un sasso nel profondissimo pozzo nero dell'indifferenza americana. Possiamo - e sicuramente dobbiamo - ripetere fra di noi già persuasi i motivi per i quali la "legge del taglione" non è né legge divina né intelligenza umana, ed è giusto continuare a farlo per sostenere gli anticorpi della ragione contro l'infezione del panico, pericolosissima nei momenti di recrudescenza statistica del crimine. Ma la domanda contro la quale s'infrangerà anche questo ennesimo gesto di protesta europeo alle Nazioni Unite non è, almeno per noi, se il patibolo sia accettabile o esecrabile. La domanda è perché una nazione come gli Stati Uniti, che ha fatto dell' "habeas corpus", del rispetto dell'accusato e della protezione per i diritti civili il fulcro della propria ragione storica d'esistere, sia rimasta sola con un gruppo di nazioni illiberali come lo Yemen e la Cina a difendere e usare la forca.
Perché, dunque, una nazione che ha consumato i propri figli in guerre che hanno sempre invocato la morale come loro motivazione primaria (dalla Guerra Civile al Kosovo), soccomba poi all'evidente immoralità dell'assassinio di Stato, è il pozzo oscuro nel quale affonderà il dibattito all'Onu da domani.
E' INFATTI ovvio che il vero obiettivo dell'Unione Europea per una moratoria non sono certamente l'Arabia Saudita, la Cina Comunista, l'Iran, lo Yemen o Singapore, ma è l'America, perché è l'America colei che legittima ancora questa espressione primitiva di punizione. Rovesciando i fattori, è facile immaginare quali grida di indignazione, quali furibonde pressioni diplomatiche e commerciali sarebbero esercitate dalla Casa Bianca su di noi, se l'Europa giustiziasse ancora esseri umani e loro, invece, no.
Ma gli Usa restano l'imprendibile antemurale che protegge la pena di morte dagli assalti di organismi internazionali e dallo stesso Onu che ha già più volte votato a schiacciante maggioranza (170 Paesi contro 10) per abolire le esecuzioni capitali. Fino a quando resisteranno gli Americani, l'ultimo castello del boia non cadrà. E l'America non ha nessuna intenzione di cedere. Neppure in questa corsa alla Casa Bianca del 2001 fra tante irritanti chiacchiere edificanti di "Nuovo Millennio" c'è un solo candidato abolizionista. I 3100 uomini e donne parcheggiati nei raggi della morte americani non hanno nulla da sperare né dai politici né dai mass media che restano sostanzialmente indifferenti al problema. E sono, infatti, del tutto apatici anche davanti a questa iniziativa politica della UE nella sede dell'Onu.
E qui sta già una risposta alla nostra domanda iniziale, al perché l'America s'infischi della protesta internazionale. La dirigenza politica americana tanto di destra come di sinistra è completamente succube della tirannide dei sondaggi di opinione. Gli "opinion polls", ormai hanno sostituito e distorto i vecchi istituti della democrazia mediata e delegata e impongono ai politicanti un'adesione totale e "in diretta" alla pena di morte perché così vogliono i sondaggi. Avere fama di essere "soft on crime", di essere troppo tenero con i criminali, dunque essere contro la forca, ha sostituito l'antico anatema contro chi era "soft on communism", tenero con i rossi e condanna alla sconfitta.
E' venuta completamente a mancare quell' opera di mediazione culturale, di educazione civica, che partiti e leader politici come Wilson o Roosevelt in passato dovevano e tentavano di esercitare, magari nuotando contro la marea dell'opinione pubblica. Il solo partito che conta, oggi in America e purtroppo sempre più in Europa, è il partito dei "polls", dei sondaggi. I Clinton e i Bush sono i burattini, i "pollster" sono i burattinai, coloro che ogni mattina portano a chi li paga gli ultimi sondaggi della notte, che guideranno l'azione e le parole dei politici durante il giorno, fino al prossimo sondaggio. E poiché le ricerche di opinione sono, per loro natura, semplicistiche (sei pro o contro...?), tutta l'azione politica di governo come di opposizione si rifugia nei gesti dimostrativi e semplicistici, come appunto la morte. L'atteggiamento del pubblico non cambierà fino a quando i suoi leaders non lo educheranno. Ma i leaders che potrebbero educarlo non vogliono rischiare la trombatura, e qui il cappio si chiude attorno al collo. La demagogia alimenta i sondaggi e i sondaggi alimentano la demagogia. Occorrerebbe uno sforzo coraggioso e probabilmente suicida da parte di candidati politici, magistrati, giornalisti, celebrità televisive per deprogrammare il pubblico. Si potrebbe cercare di spiegare che la profanazione legalizzata della vita è una delle tante cause dello scatenamento della violenza illegale in America, perché la benedizione della morte come "strumento di giustizia" agisce come un detonatore sul cervello dei i mentecatti. Ogni pazzo che entra armato in un asilo, in un palazzo, in una scuola si sente infatti, in cuor suo, un giudice autorizzato a "giustiziare" chi egli consideri, in quel momento, il male da estirpare e vendicare. Invece, il silenzio dei politici impiccati ai sondaggi e la viltà dei mass media che preferiscono inchieste sulle diete sono travolti dalla propaganda rumorosa degli estremisti e degli integralisti religiosi che adorano un loro strano e spietato Dio della vendetta. Non saranno Amnesty International, o la comunità di Sant'Egidio, o i ministri degli esteri dell'Unione Europea all'Onu a scuotere l'America dall'incantesimo del boia. Anzi, la pressione del mondo esterno sovente incallisce questo Paese, straordinariamente, e giustamente, orgoglioso della propria diversità e della propria indipendenza. L'America si dovrà scuotere da sola dal sortilegio, come seppe rinsavire dallo schiavismo, dal maccarthysmo, dalla caccia alle streghe. Il massacro delle streghe di Salem nel Seicento finì quando uno dei massimi teologhi di Harvard, Mather, scrisse : "Meglio un colpevole libero, piuttosto un innocente condannato". Ma non c'è ancora un reverendo Mather che abbia il coraggio di dire basta. I sondaggi, i maledetti sondaggi, chiedono ancora morte e l'avranno.

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LA REPUBBLICA
"Per il Giubileo l'Onu cancelli la pena di morte"
Firme raccolte dalla comunità S.Egidio
10 ottobre 1999
ROMA (o.l.r.) - "No alla pena di morte": è il grido lanciato da oltre un milione e mezzo di firmatari che in 125 paesi hanno sottoscritto l'appello della Comunità di S. Egidio a favore della "Campagna internazionale per una moratoria universale di tutte le esecuzioni capitali a partire dal 2000". Le firme - per la precisione arrivate a quota 1.600.000 - sono state presentate ieri nella sede della Comunità di S. Egidio, presenti il responsabile Mario Marazziti ed Ersilia Salvato, vicepresidente del Senato. Il dossier sarà consegnato a dicembre in occasione del voto sullo stop alla pena di morte per il Giubileo in programma alla terza commissione Onu, che ha tra i più convinti sponsor l'ambasciatore Paolo Fulci, rappresentante italiano al Palazzo di vetro.
"Se questo testo passerà in commissione vuol dire che la strada in Assemblea sarà in discesa - ha affermato la senatrice Salvato - siamo ottimisti, anche se non è detta l'ultima parola. Occorre conquistare il consenso voto dopo voto, sarà poi importante garantire l'astensione dei paesi i cui ordinamenti contemplano la pena di morte".
"La campagna per le firme - ha aggiunto Marazziti - continuerà anche dopo il voto dell'Onu, perché ci sarà da fare pressione sui singoli Stati fino ad arrivare a bandire la pena di morte in tutto il mondo".
Aderiscono all'iniziativa della S. Egidio organizzazioni come Amnesty International, World Methodist Council, l'Unione delle comunità ebraiche italiane, Focolarini, buddisti, 200 parlamentari italiani di tutti gli schieramenti, sindaci europei, 30 magistrati tra cui Pierluigi Vigna, Francesco Saverio Borrelli, Giancarlo Caselli, 5 premi Nobel e oltre 100 tra cantanti ed attori, da Benigni a Jovanotti, da Accardo a Gianni Morandi, dal complesso dei Nomadi - che dedicano ogni loro concerto ai temi della solidarietà, a partire dall'abolizione della pena di morte - ad Adriano Celentano, lodato ieri da Ersilia Salvato per i filmati sulle esecuzioni capitali trasmessi durante la sua trasmissione di giovedì su Raiuno.

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Corriere della Sera
Sant'Egidio contro la pena di morte. Raccolto un milione e mezzo di firme
Domenica, 10 Ottobre 1999
Un milione e 600 mila firme contro la pena di morte. L'appello della comunità di Sant'Egidio per una moratoria della pena capitale per l'anno Duemila ha avuto successo e la proposta sarà presentata ufficialmente a dicembre alla Terza commissione dell'Onu e poi all'Assemblea generale. All'iniziativa hanno aderito 125 Paesi, alcuni dei quali ancora applicano la pena di morte, ma oltre due terzi delle firme sono stati raccolti in Italia. Tra le adesioni eccellenti, magistrati come Francesco Saverio Borrelli e Giancarlo Caselli, personaggi dello spettacolo come Roberto Benigni e Jovanotti, calciatori come Roberto Baggio. L'iniziativa è anche sostenuta da Ersilia Salvato, vice presidente del Senato e responsabile del Comitato di Palazzo Madama contro la pena di morte.

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Raccolte un milione 600 mila firme in 125 Paesi. Si vota a dicembre
"L’Onu cancelli la pena di morte" - Sant’Egidio chiede una risoluzione
Domenica 10 Ottobre 1999
di Daniela Cotto

Mettere al bando la pena di morte entro il Duemila: è la campagna della comunità di Sant’Egidio appoggiata dal governo italiano che chiede alle Nazioni Unite di approvare una risoluzione per vietare le esecuzioni in tutto il mondo.
La battaglia politica e diplomatica, coordinata all'Onu dall'ambasciatore Paolo Fulci, si appoggia su una grande iniziativa di massa: i collaboratori della comunità hanno raccolto un milione e seicento mila firme in oltre 125 paesi; solo a Roma la petizione ha avuto il sostegno di 220 mila persone e coinvolto più di 100 scuole elementari e medie. A Bari, una pasionaria di 97 anni ha raccolto 100 firme alle fermate dell’autobus e nelle carceri italiane ci sono state 15 mila adesioni. Duecentomila "sì" all’abolizione della pena sono arrivati da 80 paesi dove è in vigore.
Sant’Egidio ha lavorato costruendo uno schieramento che supera le differenze di religione. "Abbiamo registrato incrinature anche nel fronte musulmano con l’adesione di Wahid, leader del secondo partito di opposizone in Indonesia" - dice Mario Marazziti, portavoce di Sant’Egidio. Che spiega: "L'Onu ha riconosciuto l'assenza di dati che dimostrino l’efficacia della pena capitale come deterrente contro i crimini più efferati. Negli stati dove è stata reintrodotta, i reati gravi non hanno subito alcuna riduzione significativa. La pena di morte è la negazione del diritto alla vita riconosciuto universalmente. La campagna per le firme continuerà anche dopo il voto dell'Onu, perchè dovremo fare pressione sui singoli stati fino a che l'abolizione della pena di morte non venga ratificata nei singoli ordinamenti"
A dicembre, infatti, è previsto il voto della Terza commissione del Palazzo di Vetro su un testo proposto dall’Unione Europea, a cui seguirà la votazione dell'Assemblea. Dei 187 paesi membri dell’Onu, 63 sono abolizionisti, 5 risultano impegnati su questo fronte, altrettanti attuano una moratoria legale delle esecuzioni, 28 non ne fanno da almeno 10 anni e sono abolizionisti de facto. In totale, sono 101. Lo schieramento dei paesi orientati a mantenere nel proprio ordinamento la pena capitale conta invece 72 membri. Secondo le previsioni almeno 90 paesi potrebbero votare a favore, i contrari dovrebbero essere 72. Alla voce di Sant’Egidio si aggiunge quella di Ersilia Salvato, vice presidente del senato e responsabile del Comitato di Palazzo Madama contro la pena di morte: "Se questo testo passerà in commissione vuol dire che la strada in Assemblea sarà in discesa. Sono in contatto quasi quotidiano con l'ambasciatore Fulci che sta lavorando per il buon esito dell'iniziativa. Siamo ottimisti, anche se non è detta l'ultima parola. Occorre conquistare voto dopo voto. Sarà importante garantire l'astensione dei paesi i cui ordinamenti contemplano la pena di morte".
Alla campagna internazionale, hanno aderito organizzazioni come Amnesty International, World Methodist Council, l'Unione delle comunità ebraiche italiane, il movimento dei Focolarini, l'Istituto buddista Soka Gakkai, 200 parlamentari italiani di tutti gli schieramenti, diversi sindaci europei, 30 magistrati tra cui Pierluigi Vigna, Francesco Saverio Borrelli, Giancarlo Caselli, 5 premi Nobel e oltre 100 tra cantanti ed attori, da Benigni a Jovannotti, da Accardo a Gianni Morandi.
Sant’Egidio segue due obiettivi: aiutare i governi a rivedere le loro posizioni e conquistare alla causa l’opinione pubblica. Francia e Inghliterra sono su posizioni abolizioniste. Gli Stati Uniti rischiano di rimanere soli con l’Iraq e la Cina, paesi dove viene applicata la pena capitale anche per i reati minori. Ora la Comunità ha un alleato prezioso: la Chiesa. Con Giovanni Paolo II l’impegno del Vaticano è diventato serrato. Ad inizio ottobre, il Papa ha scritto una lettera alla Corte suprema della Florida "presentando una richiesta di clemenza" per Joaquin Josè Martinez, uno spagnolo che si trova nel braccio della morte a Tampa.

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LA REPUBBLICA - Caino e Abele davanti al boia  a morire sarà il fratello buono  Mark e Bryan Lankford condannati per omicidio Il primo ha accusato il secondo, poi ha confessato. 7 ottobre 1999

dall'inviato VITTORIO ZUCCONI

WASHINGTON - E' una parabola cattiva, questa di Mark e Bryan, è la ballata di due fratelli venuti al mondo nel West dalla stessa madre, condannati per assassinio insieme dallo stesso giudice e separati alla fine soltanto dal boia che ne ucciderà uno elascerà vivere l'altro. E' una storia che si dovrebbe leggere con l'accompagnamento di un banjo e di un fiddle, il violino scordato dei cowboys, come la malinconica ballata di Tom Dooley, nella certezza di sapere già come andrà a finire, con lacorda dell'impiccato e con un'altra ingiustizia, perché sì, uno dei due fratelli sarà messo a morte in un penitenziario dell'Idaho, ma c'è un piccolo dettaglio: ammazzeranno il fratello sbagliato. Leghiamo il cavallo stanco all'albero, accendiamo il fuoco nel bivacco della sera, scaldiamo il pentolino del caffè e ascoltiamo.Racconta la ballata di Mark e Bryan che questi due fratelli - Lankford si chiamano - furono arrestati nel 1983 per un doppio omicidio commesso nello Stato dell'Idaho, l'Ovest dei bovari, dei corvi, dei grandi cieli e dei campeggiatori. Una coppia di coniugi, turisti, Robert e Cheryl Bravence, che facevano vacanza in territori selvatici e non molto diversi da come li avevano lasciati le tribù native e i soldati blu, muoiono in maniera orrenda.   UN rapinatore, un bandito, li aggredisce, li fa sdraiare a terra per rubare loro portafogli, sacchi e carte di credito, e li uccide poi a colpi di stivale, schiacciando loro la testa come serpi a sonagli. Era il 21 giugno del 1983. Cinque mesi più tardi, a molte miglia dal delitto, in Texas, lo Fbi che era riuscito a seguire la traccia delle carte di credito, arresta i fratelli Lankford, per l'omicidio dei signori Bravence. Mark nega subito tutto. Bryan anche. Ma sembra più incerto, più vacillante. L'ufficio del procuratore della repubblica di Boise, la capitale dell'Idaho dove i fratelli sono stati estradati, vuole un colpevole, deve risolvere questo omicidio osceno, bestiale, che nell'immenso vuoto del Far West risuona come una mazza sul tamburo del turismo, delle famiglie, dei campeggiatori che popolano le estati e alimentano l'economia locale, insieme con le patate e il bestiame. Mark si ostina a negare: ero lontano dal luogo del delitto, dice, non sapevo neppure dove fosse mio fratello. Bryan tentenna. Lo Fbi trova le sue impronte digitali sulle ricevute di pagamenti fatti con le carte di credito delle vittime, ma non ci sono prove serie che lo possano far condannare. Occorre che intervenga la "regina" delle prove, in realtà più spesso prostituta che nobildonna, la deposizione del teste oculare, del "supertestimone". Bryan viene portato dal giudice, e, davanti al magistrato, al procuratore inquirente e al proprio avvocato, accetta di accusare il fratello in cambio di futura clemenza. Sì, l'ho visto, è stato lui a schiacciare la testa di quei due. Non ci sono elementi probanti, riscontri fattuali, certezza, ma non importa. Caino deporrà contro Abele. Si celebra il processo a Boise. Il giudice che presiede si infuria con Bryan, il superteste, lo chiama "il Principe delle Bugie" da tante che ne racconta, ma a una cosa però crede ciecamente, perché al giudice così fa comodo: all'accusa verso il fratello. L'esito, di fronte a quella giuria popolare di bravi cowboys e cowgirls che hanno imparato a credere alla parola delle autorità, è scontato. I Lankford Boys, allora poco più che ventenni, sono giudicati entrambi colpevoli di omicidio. Al giudice la sentenza, come vuole la legge americana che dà alla giuria il compito del verdetto ma lascia al magistrato la determinazione della pena. Il giudice prende tempo, i mesi passano, la ballata rallenta il ritmo. Poi arriva la condanna: morte per entrambi. I ragazzi Lankford, nati insieme, divenuti assassini insieme, moriranno insieme. Resta soltanto da aspettare il boia che farà due cadaveri al prezzo di uno, con notevole risparmio per il contribuente dell'Idaho.Ma è soltanto apparenza: dietro le quinte della forca, Bryan, il Caino che aveva accusato Abele, ha un ripensamento. Chiama un cronista locale, gli racconta che Mark non c'entra, che non era neppure sul posto del macello, quella sera di giugno. Il cronista non gli crede. Bryan allora prende la carta e scrive al giudice.
E' il Natale del 1997. "A tutti gli interessati - scrive - il mio nome è Bryan S. Lankford, sono il fratello di Mark Lankford con il quale ho vissuto anni nel braccio del morte dove lui non dovrebbe stare perché c'è un solo assassino e quell'assassino sono io". Se ha puntato il dito contro Mark è soltanto perché la Procura gli aveva promesso un deal, un patto: dopo la condanna a morte e qualche anno nel "raggio" con il fratello la sentenza sarebbe stata commutata in ergastolo con possibilità di libertà provvisoria e così era avvenuto. Dopo la messinscena della condanna e qualche anno in galera, il patto segreto era scattato. Bryan era stato trasportato dal braccio della morte in una cella normale. Mark era rimasto ad attendere revisioni, appelli, ricorsi che non hanno mai prodotto nulla e oggi il suo tempo sta per scadere: sono passati 15 anni dalla sentenza e sarà giustiziato entro l'inverno. Abele pagherà dunque il conto di Caino.
Si agitano gli avvocati, adesso che il sentiero è alla fine e neppure la confessione di Bryan è servita a riaprire il caso. La Corte Suprema dell'Idaho rifiuta di esaminare il caso e di far giudicare la confessione di Bryan- Caino a un nuovo magistrato, perché la confronti con i fatti. L'ex difensore di Mark è stato eletto nel frattempo procuratore della Repubblica. Nascono iniziative in America e nel mondo, anche in Italia, per salvarlo. Si aprono gli ormai immancabili siti Internet (chi vuole può fare un ricerca con le parole "Mark" e "Lankford") e il "fratello sbagliato" fa conoscere anche il suo indirizzo - Mark Henry Lankford, #20489 -IMSI, C-block - PO Box 51 - Boise, Idaho 83707- 0051 USA
- se qualcuno volesse scrivergli. Non che possa davveroservire a qualche cosa, perché non servì a Joe O'Dell, a Karla Fay Tucker e dubito che possa servire a Mark. Ma può rendere meno solitaria l'attesa della notte, nel bivacco del condannato a morte del Far West, dove il caffè si sta facendo freddo e il fuoco comincia a spegnersi.

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