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Chiesa di Sant'Egidio - Roma

 


Lettura della Parola di Dio

Alleluia, alleluia, alleluia !

Voi siete una stirpe eletta,
un sacerdozio regale, nazione santa,
popolo acquistato da Dio
per proclamare le sue meraviglie.

Alleluia, alleluia, alleluia !

Dalla lettera di Paolo agli Efesini 4,1-16

Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti.

A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo sta scritto:

Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri,
ha distribuito doni agli uomini.

Ma che significa la parola "ascese", se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose.

E' lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. Questo affinchè non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l'inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell'errore. Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l'energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità.

 

Alleluia, alleluia, alleluia !

Voi sarete santi
perché io sono santo, dice il Signore.

Alleluia, alleluia, alleluia !

Paolo si rivolge in maniera appassionata agli Efesini ponendo in relazione l’opera di Dio e la loro risposta: “Io dunque, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto”. Sa che non può esserci separazione tra la vocazione ricevuta e il comportamento che ne deve conseguire. L’autenticità della predicazione è data dalla testimonianza della vita. Ciò vale per lui, l’apostolo, così come per ogni credente. Paolo chiede ai cristiani di vivere per l’edificazione e la crescita della comunità nell’amore e nell'unità. Esorta a “conservare l'unità dello spirito” (v. 3) con un comportamento umile, mite e paziente. Il credente è umile perché tutto attende da Dio. È mite perché non risponde con violenza ed è paziente perché Dio è paziente con il suo popolo. Gesù è il modello a cui guardare: egli, “mite e umile di cuore” (Mt 11,29), è venuto a “servire e dare la vita” (Mc 10,45), “facendosi obbediente fino alla morte” (Fil 2,8). E questo perché ci ama senza porsi alcun limite. L’amore e l’unità ci precedono, ci sono donati. Sono il vero tesoro di cui viviamo. L’apostolo chiede di “conservare” l’unità vivendola, tenendo presente che ogni ferita all’unità è rivolta al corpo stesso di Cristo e diviene così un tradimento della vocazione ad essere un solo corpo, ad avere una sola fede e un solo battesimo, a riconoscere un solo Dio, Padre di tutti. L'unità non è il risultato di un'intesa tra i membri della comunità e neppure l’accettazione di una medesima dottrina, ma l’accoglienza dell’unico Spirito. Tale unità ci viene donata quando diventiamo figli dell’unico Padre e figli dell’unica madre, la Chiesa. L’unità non è però appiattimento e uniformità. “Ciascuno di noi”, scrive Paolo, riceve un dono particolare per essere al servizio della comunità. Pietro nella sua prima lettera afferma: “Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio” (1 Pt 4,l0). Nessuno è inutile nella Chiesa e nessuno può essere un membro passivo. Ciascuno esiste per servire gli altri, secondo il dono ricevuto. Paolo riprende la frase del salmo: “Diede doni agli uomini” (Sal 68). E ne elenca alcuni: gli apostoli, che sono a fondamento della Chiesa; i profeti, gli uomini dello Spirito che rendono viva la Parola; gli evangelisti che annunciano il Vangelo; i pastori e i maestri responsabili della comunità e dell’insegnamento. Tutti questi doni sono dati “per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo”. Il compito dei carismi è quindi di “perfezionare” i cristiani, ossia di renderli idonei all'edificazione del corpo di Cristo quale “dimora di Dio nello Spirito” (2,22). Ed in questa opera di servizio ciascuno giunge “all’uomo perfetto”. La perfezione, pertanto, non consiste nella realizzazione di se stessi, ma nel raggiungimento della statura di Cristo, ossia nell’“essere uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28). “Non saremo più fanciulli in balìa delle onde”, quindi, ossia immaturi e sballottati come su una nave alla deriva, oppure ingannati da falsi maestri. La maturità della fede consiste nel “dire la verità nell’amore”, ossia nel vivere il Vangelo. Non basta conoscere, è necessario amare. Nella prima epistola ai Corinzi scrive: “E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla” (1 Cor 13,2). L’amore fa risplendere la verità e fa crescere la Chiesa.


23/05/2012
Memoria dei Santi e dei Profeti


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