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Amici in carcere |
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I condannati a morte
Molti condannati a morte fanno esplicita richiesta di avere rapporti epistolari con persone in ogni parte del mondo. La corrispondenza è in effetti il solo spazio libero nella vita di queste persone. Scrivere e ricevere posta è come spezzare le sbarre per far passare le parole e l'affetto che vengono da fuori, anche da molto lontano. Questa amicizia di "carta" contiene interesse, dignità, affetto, fedeltà. Comune a tutti i bracci della morte è la solitudine e un'inquietudine che aumenta via via che diminuiscono le speranze di sopravvivere. In queste condizioni avere un amico, qualcuno che ti vuol bene e che ti scrive è un po' come trovare un tesoro Le storie dei condannati a morte sono, sotto molti aspetti, storie di povertà, simili a quelle di tanti che conosciamo. Attraverso la corrispondenza con i condannati a morte abbiamo capito meglio cosa vuol dire vivere nella segregazione totale e senza almeno un po' di speranza. La maggior parte di loro trascorre 23 ore al giorno in una cella il cui spazio è limitato a un letto e una sedia, in assenza di qualsiasi intimità, con le luci sempre accese, di giorno e di notte. Alcuni detenuti sono analfabeti o scarsamente scolarizzati. Ci sono persone che hanno imparato a leggere e scrivere durante la detenzione. Inoltre ci sono anche degli handicappati mentali.
Dalla lettera di un condannato a morte, tre giorni prima della sua esecuzione.
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