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Discorso
del Prof. Andrea Riccardi.
Rimini,
7 marzo 2000
Signor
Presidente del Consiglio Comunale,
Signor Sindaco,
Signori consiglieri,
Monsignor Vescovo,
ringrazio
il Sindaco e il Consiglio Comunale dell'onore di concedermi la
cittadinanza onoraria di Rimini. E' un gesto che risveglia in me
l'affetto, mai sopito ma che ha avuto poche occasioni di espressione, per
questa città. Mi riporta indietro a tempi lontani della mia infanzia e
della mia prima giovinezza, tra la metà degli anni Cinquanta e la metà
degli anni Sessanta. Mi riporta a una Rimini che non esiste più o forse
mai esistita, solo percepita e deformata nelle immagini di un bambino e di
un adolescente, in una specie di modesto e di banale Amarcord.
Un
Amarcord poco interessante nella patria del vero Amarcord: storie minute
di scuola, di piccole scoperte del mondo, amicizie, di visioni di un
mondo cosmopolita che si affacciava a Rimini, non attraverso la
televisione. Per un ragazzo venuto da Roma (e in quegli anni attento a
spiegare ai suoi compagni che il romano non era un meridionale, ma pure
che a Roma si lavorava, cosa questa specialmente che ricordo difficile da
far passare), era anche la scoperta di Rimini come una città moderna in
un'Italia provinciale o paesana, qual era una buona parte dell'Italia di
allora. Era una città già moderna in un tessuto nazionale che non era
tale. Non moderna solo per il bambino che ero e si vedeva crescere di
fronte alla casa dove abitava un grattacielo, il che mi stupiva…
Era
una città moderna per la sua cultura del lavoro, per il senso del rischio
che si coglieva nella vita: almeno tali erano i frammenti della vita che
percepiva un ragazzo ogni giorno e nel mondo familiare, quello di un
figlio del direttore di una banca credo ancora prospiciente sulla piazza
dove siamo, che sentiva parlare della vita economica riminese. Questa
cultura del lavoro, fatta di rischio, di senso dell'impresa, che non era
solo di qualcuno, ma un po' il clima di una società e stupiva che invece
veniva dalla cultura del posto fisso.
Ma
c'era un altro aspetto, quello del carattere aperto e cordiale, di una
città strana per le sue trasformazioni: era città d'inverno e non un
vuoto dormitorio; ma si risvegliava dall'inverno, popolandosi di turisti
di tutti i tipi e diventava larga, popolosa, poliglotta, piena di
stranieri, come una finestra sul mondo. Questo sì, anche allora lo
percepivo era un po' la caduta delle frontiere.
Abbozzo
questi ricordi, un po' vergognoso, solo per dimostrare quanto l'onore che
mi è stato fatto abbia risvegliato in me un mondo di sentimenti e di
ricordi, per dire ancora la molta gratitudine per questo atto che avete
avuto la bontà di compiere. Ma indubbiamente percepisco quanto siamo
ormai lontani da quel mondo, non fosse per la fine di un Adriatico diviso
in due che oggi è tornato un lago, di un'Europa divisa in due, di una
condizione nuova che ci investe, come gente che vive un rapporto diverso
tra la propria terra e il mondo intero.
Credo
di dover ringraziare il Sindaco e il Consiglio Comunale perché questo
riconoscimento non si rivolge tanto alla mia persona né al mio smarrito
passato riminese, quanto all'opera che la Comunità di Sant'Egidio ha
compiuto. Infatti le motivazioni della cittadinanza riguardano un impegno
che non sarebbe stato possibile senza la Comunità, anzi che nasce da un
vissuto comune. Ringrazio i tanti che hanno voluto unirsi a questa festa.
Mi corre, allora, l'obbligo di ringraziare il prof. Jean Dominique Durand,
caro amico e illustre collega, che mi ha fatto parlare su Roma,
Sant'Egidio e il mondo, vincendo con la sua intelligente tenacia il mio
riserbo. Il suo discorso mi esime dal parlare ancora della storia e del
lavoro della Comunità di Sant'Egidio.
Solo
un'osservazione vorrei fare. Nell'esperienza di Sant'Egidio, il fondamento
evangelico e cristiano è stato un lievito di una fraternità di donne e
di uomini, i quali non hanno considerato definitivi i muri e le frontiere.
Un lievito di umanità che continuamente agisce nei cuori e nella vita.
Questo
riguarda la lotta alla povertà e la solidarietà con i più deboli che ha
accompagnato la Comunità di Sant'Egidio sino dal 1968: la distanza
sociale non allontana, ma avvicina. Ricordo la Roma degli anni Settanta,
dove c'erano ancora angoli da Terzo Mondo. Era l'altro volto di Roma,
capitale, città sacra, città dolorosa. Il rapporto con i poveri è stato
scuola per un'esistenza che non vuole mettere confini alla responsabilità
e all'amore. Lo è ancora in tutte le nostre Comunità che sono ormai in
più di 35 paesi, tutte formate di gente del luogo e che formano una
fraternità di donne e di uomini senza frontiere.
Dalla
solidarietà con i poveri e i mondi poveri viene la nostra attività a
livello internazionale, il cui capitolo più noto è quello del Mozambico:
la pace tra governo e guerriglia, firmata a Sant'Egidio con la nostra
mediazione, che ha posto fine a una guerra che ha prodotto un milione di
morti. Questo Mozambico, dove abbiamo 21 comunità, dove stiamo
intraprendendo un programma di cura dell'AIDS, è tornato di nuovo alle
cronache con una dolorosa catastrofe naturale. Ripropone, sulle soglie del
2000, l'irrisolto problema di un'Africa che non può essere estraniata dal
nostro mondo e dalla nostra civiltà.
Perché,
oltre che di problemi umanitari, occuparsi di pace? Che titolo ne abbiamo?
Mi sono convinto che in questo nostro tempo, specie dopo l'89, in cui
tanti fanno la guerra, in cui terribili armamenti circolano facilmente, c'è
una possibilità: se tanti possono fare la guerra, anche tanti possono
fare la pace. Così per noi, il Mozambico, l'Algeria, il Guatemala, il
Burundi, il Kossovo… Ruoli diversi, risultati differenti, ma una
convinzione profonda. La responsabilità di essere soggetti in un mondo
divenuto grande, ma anche estremamente conflittuale.
In
questo mondo un altro aspetto, fortemente connesso al tema della pace, è
quello del dialogo tra religioni e civiltà, che ci vede impegnati da
molti anni, in particolare dal 1986, a partire dalla grande intuizione di
Giovanni Paolo II, quando invitò nella città umbra i leaders delle
grandi religioni mondiali. Le religioni - lo abbiamo visto nella ex
Iugoslavia, in Indonesia e altrove - possono essere un elemento che
rafforza le identità in conflitto; eppure nel cuore di quasi tutte, c'è
un messaggio di pace. Possono essere, d'altra parte, un grande ponte di
dialogo e di pace. Nel dialogo tra le religioni e le civiltà emerge con
forza quella vocazione alla pace che fa parte della grandi tradizioni
religiose e che è l'aspirazione profonda dei più.
In
questo mondo, divenuto molto grande, globalizzato e unificato, è facile
veder sprofondare gruppi o popoli nella tentazione identitaria, nel
fondamentalismo nazionalista o religioso, per reagire e chiudersi davanti
a orizzonti larghi e invadenti, in quella cultura del nemico che è
un rifugio tradizionale. Qui c'è una responsabilità che sentiamo viva e
profonda, che è scritta nei cromosomi dell'avventura di fede e fraternità
che viviamo.
Del
resto siamo entrati tutti, come condizione umana, in un tempo in cui si
vive non solo nella propria terra ma, per la realtà del villaggio
globale, a contatto con mondi lontani, con problemi acuti. Almeno dal
punto di vista dell'informazione, siamo tutti sulla frontiera del mondo:
tra casa nostra e il mondo intero. Penso alla tragica storia della guerra
nella ex Iugoslavia di cui, per anni, siamo stati testimoni in presa
diretta, vicini geograficamente e lontani. Dal contatto nasce spesso
quella cultura dell'impotenza ingenerata dal veder tutto, dal sapere
tanto, ma anche dal far poco, dal pensare di non potere molto.
Se
qualcosa si può dire di Sant'Egidio è la frattura di questa cultura
dell'impotenza o della deresponsabilizzazione anche sulle frontiere del
mondo. Infatti c'è un blocco da vincere: il pensare di non potere niente.
L'uomo contemporaneo, che vive tra casa sua e il mondo senza frontiere del
virtuale, deve maturare una coscienza di responsabilità larga. Una
comunità umana, una comunità religiosa, una città, possono molto:
possono farsi soggetto di relazioni umane e internazionali, di dialogo, di
incontro, di scambio e di pace. Un marcata soggettività e responsabilità
sulle frontiere del mondo è una chance di ogni comunità umana in questa
nuova stagione che stiamo vivendo. E' il coraggio di investire cultura,
risorse, relazioni, solidarietà, su frontiere che sembrano lontane.
Questo coraggio è la forza della nostra Europa, quella di non vivere
chiusa in se stessa e per se stessa. E' la sua storia migliore, pur con le
sue cadute e contraddizioni.
E'
per me una visione della vita. Una visione stessa della politica da
rinnovare. Questo rinnovamento mi spinge a guadare con speranze anche al
nostro futuro, a quello di un mondo europeo che non è destinato a una
dorata marginalità, a quello di un mondo largo -specie quello del sud- e
sofferente, alle situazioni più difficili
Ritornando
a Rimini, dopo un lungo viaggio, tra Roma, Assisi, il sud del mondo, a
contatto anche con sofferenze acute, con la tentazione della disperazione
e quella conseguente del disinteresse, mi sento di dire che sono nelle
nostre mani grandi possibilità, se avremo la generosità di pensarci alla
grande.
Il
vecchio e saggio patriarca Atenagora, uno dei più grandi cristiani del
Novecento, diceva: "Tutti i popoli sono buoni. Ognuno merita rispetto
e ammirazione. Ho visto soffrire gli uomini. Tutti hanno bisogno di amore.
Se sono cattivi, è forse perché non hanno incontrato il vero amore,
quello che non spreca parole, ma irradia luce e vita. So pure che esistono
forze oscure, demoniache, che a volte si impossessano degli uomini, dei
popoli. Ma l'amore del Cristo è più forte dell'inferno. Nel suo amore
troviamo il coraggio di amare gli uomini e veniamo a scoprire che, per
esistere, abbiamo bisogno che tutti gli uomini e tutti i popoli
esistano."
Andrea
Riccardi
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