|
Chiediamo a Riccardo Cannelli di raccontarci i particolari della trattativa e della liberazione di Izzia.
I familiari di Gaetano Izzia si sono rivolti alla Comunità di Sant'Egidio alcuni mesi dopo il rapimento. Erano disperati: non avevano alcuna informazione, e sostenevano che gli interlocutori istituzionali cui si erano rivolti non avevano fatto alcun passo per ottenerle. Ci siamo interessati, e abbiamo individuato i responsabili del rapimento: si trattava dell’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN). Da anni abbiamo stabilito dei contatti, tramite lo stato colombiano, con i rappresentanti politici delle diverse fazioni, al fine di individuare il percorso per una trattativa di pace. Questi contatti ci hanno confermato che Izzia era in possesso dell’ELN.
Abbiamo avvisato subito la famiglia; era la prima notizia vera a dieci mesi dalla sparizione. Nel frattempo, infatti, i familiari erano stati contattati da sciacalli: gruppi e individui che chiedevano un riscatto dichiarando di detenere Gaetano. Ma tutte quelle richieste si sono rivelate false.
È iniziata un’opera di persuasione e pressione sul braccio politico dell’ELN, durata circa tre mesi. Abbiamo insistito per una liberazione senza condizioni, per motivi esclusivamente umanitari, adducendo anche il motivo che avrebbe rappresentato un successo per il gruppo, migliorandone l’immagine internazionale.
E’ stata un’insistenza che ha dato frutti...
A fine ottobre ci comunicano l’intenzione di liberare uno dei tre operai della “Carle e Montanari”. Sono partito subito. I dieci giorni precedenti la consegna sono stati convulsi. Si trattava di coordinare l’intervento del governo, quello del Comitato Internazionale della Croce Rossa che si sarebbe occupato di prelevare l’ostaggio, e i comandanti “sul campo”. La difficoltà stava nell’inaccessibilità del territorio – la cordigliera andina di Medellìn – e soprattutto nella reciproca diffidenza tra le forze in guerra.
Il 10 novembre è arrivata la telefonata: la liberazione sarebbe avvenuta il giorno stesso. Alle 18.30 locali Gaetano è salito sulla Jeep della Croce Rossa, nel luogo dell’appuntamento. Due ore dopo l’ho incontrato all’aeroporto di Medellìn: stava bene, era frastornato, ma felice. La sua prima richiesta? Avvisare la famiglia del fatto che stava bene, era libero.
Abbiamo raggiunto Bogotà con un aereo privato. Dopo una notte in ospedale, per accertamenti, il giorno dopo siamo partiti per Roma.
In 15 ore di viaggio non abbiamo mai smesso di parlare: Gaetano mi ha raccontato la lunghissima prigionia, ed ha voluto conoscere ogni particolare dei tre mesi di trattative fino alla liberazione.
Come è stato possibile ottenere la liberazione senza condizioni?
La Comunità di Sant'Egidio era già in contatto con i diversi gruppi che si fronteggiano in Colombia, nel quadro del processo di pace tra governo e formazioni armate. La guerra in Colombia produce 30.000 vittime l’anno. Si intrecciano violenze di varia natura, tra forze governative e quelle di opposizione, il narcotraffico, la criminalità, ciascuno con il proprio esercito “privato”. Vittima è la popolazione: si è toccato recentemente il tetto di due milioni di rifugiati interni, in fuga dalle zone di combattimento.
La chiave della liberazione di Gaetano Izzia sta nella fiducia verso la Comunità, che non ha – e questo è chiaro a tutti – altro interesse che la pace. Questo ci rende credibili.
I due eserciti di guerriglia – FARC e ELN – sono venuti a Roma, in tempi diversi, scoprendo nella Comunità di Sant'Egidio un interlocutore amante del paese e della pace.
Inoltre, un anno fa i mediatori del governo colombiano, che ha tra le priorità il ristabilimento della pace, purtroppo ancora lontana, sono venuti a Sant’Egidio per una sessione di incontri, per “apprendere l’arte della pace”. Una sorta di seminario su varie situazioni di conflitto del mondo e sul metodo di pace della Comunità di Sant'Egidio.
Perché vengono rapiti gli stranieri? C’è speranza per i tre italiani ancora ostaggio della guerriglia?
- La motivazione dei circa 3000 sequestri che si verificano ogni anno in Colombia è essenzialmente economica: finanziare la guerriglia. Il riscatto chiesto per gli stranieri impiegati in aziende multinazionali è circa 5 volte superiore a quello richiesto per un colombiano. Rimangono in ostaggio gli altri due operai italiani rapiti con Gaetano, ed un terzo, impiegato dell’Ansaldo, rapito pochi giorni fa. Ma abbiamo fiducia: speriamo di giungere presto alla loro liberazione.
- Con gli interlocutori, che sono i capi politici del movimento, noi non entriamo nel merito delle questioni politiche o economiche, ma puntiamo sull’aspetto umanitario. E io sono qui per continuare a fare pressioni affinché anche gli altri siano liberati quanto prima. Non ci siamo dimenticati di loro. E non ce ne dimenticheremo. Io ho fiducia che troveremo una strada e presto anche gli altri rapiti potranno tornare a casa. Sono tornato qui in Colombia per questo. E spero proprio di non tornare in Italia da solo.
|
|