Comunità di S.Egidio


 

30/08/1997


Mozambico, una pace all’italiana
Emersa da una guerra civile costata oltre un milione di morti, l’ex colonia portoghese cerca di avviare una politica di riforma e sviluppo. Il ruolo dell’Italia e quello del Fmi. Il rischio di una spaccatura fra Nord e Sud.

 

Cronache e informazioni sul Mozambico, intense per anni, sono oggi piuttosto rare nella stampa occidentale, e limitate per lo più all’economia. La guerra civile, dopo sedici anni - un milione di morti, quasi sei milioni di rifugiati e sfollati - è terminata. La pace non fa notizia se non per il business.

La guerra si chiude, in Mozambico, grazie all’intesa stipulata a Roma il 4 ottobre 1992, dopo ventisette mesi di negoziati tra il governo di Maputo e i guerriglieri della Renamo. Boutros Ghali conia per questa pace il termine di “formula italiana” perché ne è promotrice la Comunità di Sant’Egidio in sinergia con il governo italiano. Firmata l’intesa, l’implementazione sul campo è immediata da parte dell’esercito governativo e dei guerriglieri. Nell’ottobre 1994 si hanno le elezioni multipartitiche previste dagli Accordi di Roma come passaggio centrale del processo di democratizzazione concordato fra le parti. La consultazione, in atmosfera serena grazie anche al dispiegamento dei caschi blu dell’Onu il cui maggiore contingente è costituito da alpini italiani, si svolge correttamente. Ne risulta una maggioranza relativa del Frelimo, il partito dell’indipendenza trascorso ormai dal marxismo leninismo al liberismo, con il 44,3% dei voti. La Renamo ottiene un inatteso 37,7% di consensi, a dimostrazione di non essere solo un branco di bandidos armados quale la propaganda del governo di Maputo l’ha indicata sino al 1992. Il Frelimo vince ma l’esito elettorale rivela la consistenza della dimensione politica assunta dalla Renamo.

I mozambicani partecipano massicciamente e compostamente alle elezioni. A molti osservatori internazionali pare trattarsi di una festa, o meglio di un appassionato plebiscito per riconfermare la pace, piuttosto che di una scelta tra fazioni politiche. L’87,8% degli aventi diritto al voto si reca alle urne: molti camminano e viaggiano per giorni prima di raggiungere la sezione elettorale.

Su queste elezioni del 1994, tanto sentite dalla popolazione non solo e non tanto in quanto prime elezioni libere della storia del paese ma perché pongono definitivamente fine alla guerra, si fonda l’attuale stabilità politica del Mozambico. La storia politica del Mozambico indipendente si identifica sostanzialmente con la tragedia della guerra civile, avviata all’indomani dell’indipendenza per impulso dall’esterno (Rhodesia e Sudafrica) e divenuta poi un affare interno mozambicano via via che la Renamo si emancipa dai suoi protettori esterni. Che la contesa politica si svolga ora nel parlamento è la grande novità del Mozambico pacificato.

Certo Frelimo e Renamo continuano a discutere e litigare. Il Frelimo ha male digerito la presenza della Renamo sulla scena politica e tenta di ignorarla, così come volentieri legge la storia del Mozambico come se non vi fossero stati né una guerra straziante, né un articolato e vincolante negoziato di pace, né una democrazia generata con travaglio e solo al fine di arginare la crisi del paese. Per sua parte, la Renamo si muove da forza di opposizione, contestando e ostacolando le scelte del governo pressoché indistintamente. Al Frelimo viene rimproverato costantemente di non avere abbandonato una mentalità totalitaria ed egemonica nei confronti della società civile.

Qualche analista incline al pessimismo interpreta questa conflittualità come un cattivo presagio. Tuttavia il ricorso alle armi è ormai escluso da entrambe le parti. Una riconciliazione di fatto è avvenuta. Vendette non vi sono state, malgrado il milione di morti e le atrocità commesse da entrambe le parti. I nemici di un tempo dialogano e disputano in un quadro di democrazia parlamentare che, per definizione, è costituito da maggioranza e opposizione. Entrambe le parti hanno compreso i vantaggi dello scontrarsi in parlamento anziché nelle foreste.

Il Frelimo ha scelto di governare da solo. Può farlo perché in parlamento ha 129 seggi contro i 112 della Renamo ed i 9 dell’unico altro partito, l’Unione democratica, capace di superare il barrage elettorale del 5%. Winner takes all: è nelle regole della democrazia. La Renamo, malgrado la politica del Frelimo tesa ad emarginarla dalla gestione del potere ad ogni livello, constata che il parlamento ha un ruolo nel paese e riesce a esercitarvi un’influenza. L’opinione pubblica mozambicana segue con attenzione gli avvenimenti parlamentari. Le pressioni del parlamento hanno concorso, nel novembre ’96, alla destituzione del ministro dell’Interno e dei responsabili dell’ordine pubblico, inefficaci e talora conniventi dinanzi alla diffusione della criminalità.

Non è secondario per la Renamo - siamo in Africa - l’avere collocato in parlamento 112 dei suoi capi e notabili. Le casse della Renamo sono esangui, non disponendo essa delle fortune provenienti dalla gestione dello Stato e delle connesse attività economiche come il Frelimo. Le 112 indennità parlamentari consentono alla Renamo di mantenere la sua struttura politica. Ed è molto improbabile che dei guerriglieri divenuti deputati nella capitale abbiano voglia di ritornare ai pericoli e ai disagi del maquis.

La Renamo confida di giungere al potere con le elezioni del 1999. In quelle del 1994 ha prevalso in cinque distretti elettorali su undici, nel Centro e nel Centro-Nord (Sofala, Manica, Tete, Zambesia, Nampula). Il Frelimo ha vinto al Sud e nell’estremo Nord (Maputo-città, Maputo-provincia, Gaza, Inhambane, Niassa, Cabo Delgado). Il Frelimo conosce la forza elettorale della Renamo nel Centro-Nord del Mozambico: il reiterato rinvio delle elezioni municipali, e il loro frazionamento, è dovuto al timore che la Renamo prevalga e metta in crisi il modello centralista dello Stato mozambicano. Al momento, i governatori regionali sono tutti del Frelimo, nominati da Maputo, anche nelle zone in cui la Renamo è prevalente.

Intanto questa prima legislatura di democrazia mozambicana vale come apprendistato per la Renamo che fino al 1990 era un’organizzazione militare e non politica. L’addestramento politico della Renamo è avvenuto alla scuola dei ventisette mesi di negoziati romani, densi di contatti politici e diplomatici, in cui tra l’altro gli uomini della Renamo, provenienti dalla foresta, hanno dovuto adeguarsi al linguaggio politico, ben altrimenti dialettico e sottile, dei rappresentanti del governo di Maputo. Durante le trattative romane, tra l’altro, è emerso alla politica Raul Domingos, ora capogruppo parlamentare e numero due della Renamo dopo Afonso Dhlakama. In varie occasioni Domingos ha dato prova di flessibilità e moderazione.

Peraltro la Renamo ha le sue debolezze. Manca di quadri e di risorse finanziarie. E non riesce efficacemente a distinguere il suo programma da quello del partito al governo. Finché il Frelimo era marxista e la Renamo anticomunista, le parti erano chiare. Ma il Frelimo dal 1990 ha dismesso l’ideologia marxista ed è oggi convinto assertore del libero mercato e del multipartitismo. Dieci anni fa il Mozambico era membro del Comecon; nel novembre ’95 è divenuto membro del Commonwealth (primo Stato non anglofono). Già alla fine degli anni Ottanta parecchi esponenti del Frelimo abbandonano le attività di partito per dedicarsi agli affari. Osserva Carmen Bader nel 1993: “La nomenklatura di ieri si è rapidamente trasformata in borghesia compradora”. Oggi il capitalismo ha vinto in Mozambico. Il governo del Frelimo è un allievo modello del Fondo monetario internazionale. Il programma di privatizzazioni varato da Maputo è il più radicale dell’Africa. E la vita politica si ispira, almeno formalmente, a modelli occidentali. Del Frelimo del 1975, che interpretò l’ansia di indipendenza della popolazione come un’ansia di rivoluzione, poco sembra essere rimasto. Si comprende dunque la difficoltà della Renamo nel dotarsi di un’ideologia che la differenzi dal Frelimo, divenuto partito della democrazia e del liberismo, cioè dei valori esaltati nei programmi della Renamo.

Alcuni membri del governo di Maputo si connotano per essere di mentalità tecnocratica prima che ideologica. La vecchia nomenklatura del Frelimo mantiene potere nel partito mentre nel governo è meno dominante. Garante di continuità è Joaquim Alberto Chissano, leader storico del partito dell’indipendenza, presidente del Mozambico dal 1986, ossia dalla tragica scomparsa del mitico Samora Machel. Chissano è riconfermato presidente nelle elezioni dell’ottobre ’94, ottenendo nel confronto diretto con Dhlakama il 53,3% dei voti contro il 33,7% dell’avversario. Avendo riscosso un’affermazione personale ben maggiore di quella del suo partito, forte solo del citato 44,3%, Chissano può procedere alle nomine governative senza lottizzarle tra i soli prominenti del Frelimo.

Il nuovo governo eredita un paese stremato da trent’anni di guerra, dapprima anticoloniale e poi civile. Le infrastrutture sono in gran parte distrutte, milioni di profughi e sfollati sono sulla via del ritorno, le campagne sono infestate di mine, tutti gli indici dello sviluppo umano figurano in coda alle graduatorie mondiali. Il Mozambico è tra i paesi più poveri del pianeta: il reddito annuo pro capite da un decennio non supera gli 80 dollari malgrado il vasto territorio sia potenzialmente assai ricco di risorse e opportunità economiche.

La scelta è quella di affidarsi, per la ricostruzione e la riforma strutturale del paese, alle istituzioni di Bretton Woods. Guidato passo passo dal Fmi, il governo di Maputo consegue positivi risultati macroeconomici. L’inflazione è ridotta dal 59% del 1992 al 17% nel 1996 e si prevede che nel 1997 risulti ad una sola cifra. La spesa pubblica è contenuta e l’export gradualmente aumenta. Il quadro legislativo viene riformato per favorire gli investimenti esteri. Sono realizzate, a tutt’oggi, 740 privatizzazioni riguardanti anche settori strategici dell’economia: porti, banche, comparto dell’energia, trasporti aerei e ferroviari. Pur consapevole dei sacrifici richiesti, il governo del Frelimo crede che convenga sposare il capitalismo liberista con la stessa decisione con la quale, vent’anni prima, aveva scelto il marxismo. Così Chissano spiega l’entusiastica opzione per il libero mercato: “Noi sentiamo che non è bene procedere a mezza via. Non siamo fatti per le mezze misure. Volevamo vedere se questo esperimento poteva funzionare e non volevamo rischiare fallimenti per non avere percorso l’intera strada. Se il medico prescrive una medicina la si deve prendere intera non solo una parte della dose”.

Il funzionamento delle dogane è affidato ad un compagnia britannica (Crown Agents). Enormi porzioni di territorio fertile, nonché ampie concessioni minerarie, sono cedute alla Lonrho, la multinazionale creata dagli inglesi per tutelare i loro interessi africani dopo la decolonizzazione, particolarmente radicata in Africa australe. Investitori esteri gareggiano per acquisire le attività privatizzate, per operare nei settori del gas e del petrolio, per lanciare progetti turistici sulle coste del Mozambico, per partecipare al business dei trasporti (i tre porti mozambicani di Maputo, Beira e Nacala sono uno sbocco naturale per il commercio estero di Sudafrica, Zimbabwe, Zambia e Malawi). Un consorzio sudafricano inizia a costruire la superstrada Johannesburg-Maputo, destinata a rivitalizzare il cosiddetto corridoio di Maputo attraverso il quale prima del 1975 passava il 40% dell’export sudafricano, ridotto ora a meno del 5%. Il porto di Maputo, più vicino alla regione industriale di Johannesburg dei porti di Durban e Richard’s Bay, peraltro saturi di traffico, verrà ristrutturato. Il porto di Beira, vitale per il commercio dello Zimbabwe, è già stato ammodernato.

Un uomo d’affari americano, James Blanchard, ottiene in affitto dallo Stato mozambicano un’intera regione costiera tra Maputo e la frontiera sudafricana, inclusiva di 100 km di spiagge, barriere coralline, un entroterra costituito da parchi naturali con centinaia di elefanti, foreste primordiali e laghi. L’affitto è per 50 anni, con opzione per altri 49. Blanchard intende costruire villaggi turistici, una ferrovia, dei casinò e altro ancora con investimenti per 800 milioni di dollari. E promette di dare lavoro a 12 mila mozambicani.

Nell’insieme, sono programmati in Mozambico investimenti esteri per un ammontare di sei miliardi di dollari, da parte di imprese multinazionali soprattutto sudafricane ma anche, nell’ordine, statunitensi, britanniche, portoghesi, canadesi, australiane, brasiliane. Sei miliardi di dollari costituiscono circa il doppio della cifra degli investimenti esteri in tutta l’Africa subsahariana, escluso il Sudafrica, per il 1995.

Per il Fmi, il caso del Mozambico è ora una success story. Ma lo è davvero? Il grosso flusso di investimenti diretto in Mozambico, forse, non è attirato dalle statistiche sull’inflazione quanto dalle oggettive ricchezze del paese. La pace e la stabilità politica - poste giustamente in rilievo come elementi fondamentali in ogni analisi sul Mozambico - permettono di sfruttare queste ricchezze.

Indubbiamente il marchio di garanzia rilasciato dal Fmi influisce sul giudizio degli eventuali investitori, migliorando il rating del Mozambico sui mercati internazionali. Parimenti, la promozione del Fmi è necessaria al Mozambico per la riduzione del suo debito estero. Ma i mozambicani pagano un caro prezzo per seguire i dettami dell’ortodossia macroeconomica. Il governo di Maputo ha dovuto congelare il denaro destinato alla ricostruzione del paese, per evitare aumenti di inflazione e debito pubblico. Quasi nulla, per volontà del Fmi, è stato investito per aggiustare qualcosa delle disastrate infrastrutture. I mozambicani sono per lo più contadini: strade rurali, ponti, spacci generali, depositi agrari, costituivano un tempo il tessuto connettivo dell’economia prevalentemente rurale del paese. Al loro ripristino erano da destinare prioritariamente i fondi disponibili. Lo stesso si può dire per il capitale umano: scuola e sanità sono state trascurate e se ne è affidata la ripresa al semplice ritorno alla pace.

Nel 1995 l’insieme dei paesi donatori del Mozambico, che all’indomani dell’Accordo di pace si sono assunti l’onere di aiutarne la ricostruzione, ha protestato formalmente presso il Fmi per i tagli di spesa imposti in Mozambico, si trattasse anche di aiuti umanitari. Nel 1996 la stessa Banca mondiale - abituale partner del Fmi - è intervenuta sul Fondo per mitigarne la politica economica. Nel 1997, finalmente, il Fondo si ammorbidisce, “giving its star pupil a bit more freedom”. Maputo riceve licenza di investire nella ricostruzione. Taluni critici del Fmi chiedono nel frattempo ironicamente se in Europa, dopo la seconda guerra mondiale, la ricostruzione sia iniziata nel 1950, previo il raggiungimento di determinati equilibri monetari.

La popolazione mozambicana resta tra le più povere del pianeta. Il Programma alimentare mondiale dell’Onu ha ridotto il numero di mozambicani assistiti da 1 milione e 300 mila nell’aprile ’96 a 154 mila nell’aprile ’97, a seguito di un’annata agricola favorita da abbondanti piogge. Ma le stesse agenzie dell’Onu riconoscono che almeno due terzi dei mozambicani vivono in condizioni di grave povertà e fame.

Dramma nel dramma la miseria è inegualmente distribuita, perché le regioni del Sud, attorno alla capitale, sono aiutate dalla vicinanza del gigante economico sudafricano, con quanto ciò significa in termini di investimenti, servizi, commerci, turismo. A Maputo si concentra la presenza internazionale in Mozambico, con rappresentanze diplomatiche, agenzie intergovernative, Ong, business di vario genere, sicché la città offre illusorie immagini di lusso e consumismo. Si aggiunga che la dirigenza del Frelimo, ossia la classe governativa, è in prevalenza meridionale e volentieri convoglia le attività economiche nelle sue zone d’origine. Le regioni del Centro e del Nord, per loro fortuna, possono contare su un clima più favorevole all’agricoltura, grazie a maggiori precipitazioni. Ma restano svantaggiate nel modello di sviluppo del paese ora perseguito. Il primo ministro Pascoal Mocumbi ammette che la crescita del paese potrebbe avvenire suscitando “ineguaglianze sociali e asimmetrie regionali”. Meno eufemisticamente si può dire che c’è il rischio di una divisione di fatto del paese, poco compatto sotto il profilo economico e politico, dati i risultati elettorali di Frelimo e Renamo nettamente diversi secondo le latitudini.

Tuttavia non mancano speranze per l’economia del Mozambico nel suo insieme. Gli indici economici sono positivi anno dopo anno dal 1993, ossia da quando la guerra è terminata. Oltre ai massicci investimenti esteri già in corso, il contesto regionale induce all’ottimismo. L’Africa australe si presenta oggi come l’area più stabile politicamente nel Continente Nero, con la Namibia indipendente, il Sudafrica che ha felicemente superato l’apartheid, il Mozambico pacificato. I paesi limitrofi del Mozambico sono tutti più ricchi di quest’ultimo (vedi tabella) ed è ragionevole prevedere che di tale maggior benessere qualcosa travaserà verso il Mozambico.

Soprattutto la vicinanza al Sudafrica è una preziosa chance per il Mozambico. Si è accennato ai progetti legati al corridoio di Maputo, ma si dovrebbero menzionare anche progetti legati all’industria (produzione di alluminio con investimenti per un miliardo di dollari) e all’energia (quest’anno è ripresa l’esportazione in Sudafrica di elettricità prodotta dalla gigantesca diga di Cabora Bassa, dopo la tardiva riparazione delle linee di trasmissione). Il Mozambico vanta peraltro un’ambasciatrice di eccezione in Sudafrica: Graça Machel, la vedova di Samora, in affettuosi rapporti con Nelson Mandela. Nel 1996 ne era stato annunciato il matrimonio, poi smentito da Graça che non intenderebbe rinunciare al cognome del glorioso marito scomparso, leader africano tra i più amati.

In generale il Mozambico gode di buone relazioni internazionali. Chissano, con studi in Europa, anni di esilio ai tempi della dominazione portoghese, lunga esperienza come ministro degli Esteri di Samora, un decennio da presidente, non è certo un parvenu della scena internazionale, sebbene l’inevitabile confronto con la personalità di Samora lo penalizzi, rivelando in lui una figura più scialba del predecessore. Il Mozambico ha ottimi rapporti con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sin dai tempi del regime marxista. L’Europa ne ha preso a cuore le sorti appoggiando il governo di Maputo anche nei momenti di massimo furore ideologico: valga l’esempio dell’Italia che negli anni Settanta e Ottanta ha impegnato più di mille miliardi in Mozambico nella cooperazione allo sviluppo. Buoni rapporti intrattiene il Mozambico con il Giappone ed anche con i paesi arabi, stante la minoranza islamica presente nel paese. Con il mondo lusofono permangono relazioni particolari: il Mozambico è tra i fondatori, nel ’96, della Comunidade de Países de Lingua Portuguesa. Se si volesse collocare il Mozambico nel semplificato schema che vuole l’Africa divisa tra influenza francese e influenza anglosassone, quest’ultima avrebbe la meglio ma non senza forzature, perché il governo di Maputo segue con evidenza una politica di buone relazioni con tutti gli Stati dai quali può sperare aiuto e sostegno per la ricostruzione e lo sviluppo.

L’Italia, al momento, non è in Mozambico un paese privilegiato come avrebbe potuto essere dato il ruolo decisivo avuto nel ritorno alla pace e dato il prolungato e consistente aiuto allo sviluppo. Non che sia scomparsa: nella diversificata rete del commercio estero mozambicano l’Italia esiste (nel 1995-’96 copriva l’8% dell’export e l’11% dell’import, preceduta da Sudafrica, Spagna, Portogallo, Stati Uniti, Arabia Saudita, Zimbabwe).

Gli investimenti italiani in Mozambico sono però alquanto ridotti. Forse l’Italia paga, anche in questo particolare quadrante africano della sua politica estera, l’introversione nelle questioni interne da cui è stata segnata negli ultimi anni.

Roberto Morozzo della Rocca