Comunità di S.Egidio


 

28 dicembre 1999

«Un piatto per tutti alla nostra mensa»
A Natale e Santo Stefano grazie ai volontari della Comunità
pranzi per barboni, immigrati, malati e disabili

 

Roma. Tovaglie rosse. Piatti dorati (quello fondo) e disegnati (quello piano). Le posate, il bicchiere e due tovaglioli per posto: uno bianco, l'altro dorato con gli stessi disegni dei piatti. Gesù bambino è ai piedi dell'altare, dentro una culla di legno, sopra la paglia. A pranzare con loro. Nell'atrio della chiesa di Santa Maria in Trastevere sono accatastati i banchi: la navata centrale è riempita con ventuno tavoli da diciannove posti ciascuno e, in mezzo, cestini di vischio e fiocchetti dorati. A mezzogiorno e quaranta la Messa sta finendo: la gente di Trastevere l'ha ascoltata in piedi, ai lati dell'altare. Con devozione. Fuori, sulla piazza, fino a una mezz'ora fa suonavano due zampognari.

È la mattina di Natale. C'è qualche nuvola, ma non fa freddo. Per il diciottesimo anno consecutivo la Comunità di Sant'Egidio ha invitato a pranzo i cosiddetti "emarginati". «Da un mese siamo in colletta in tutta Roma per questa giornata - spiega Mario Marazziti - il pranzo è fatto con le offerte. I tavoli per esempio sono messi a disposizione dai ristoratori. Il cibo dai negozianti. E così via». Quando mancano dieci minuti alle tredici, in chiesa entrano tutti gli invitati. Sì, la sensazione improvvisa è che sia davvero Natale.

Risate e chiacchiere. Saluti. Amicizie. Ci si siede. Nomadi, immigrati, anziani, handicappati. Intere famiglie a tavola e intere famiglie a servire. Soltanto a Santa Maria in Trastevere ci sono almeno duecento volontari. E non si sta mangiando tutti insieme solo qui. Sant'Egidio ha messo su un altro pranzo natalizio all'ospedale Spallanzani per i malati di Aids. Un altro al Policlinico Italia per gli anziani. Il giorno di Santo Stefano nel Centro geriatrico Nomentano, per i malati di mente. E la sera della vigilia nelle stazioni romane per i senza fissa dimora. Poi, ancora nel giorno di Natale, in una ventina di quartieri capitolini. Seimila, seimilacinquecento persone: tutti compresi.

Hanno avuto anche i loro regali, com'è bello che sia - anche per loro - a Natale. "Personalizzati", per quanto possibile: vestiti nuovi, profumi, sacchi a pelo e tanto altro, «molti li conosciamo da tempo, sono amici, sappiamo di che cosa possono avere bisogno». Anche i regali sono il frutto della gran "colletta" che la Comunità ha fatto partire «all'inizio di novembre».

Quel Bambino, sotto l'altare, a guardarlo bene, sembra proprio che a tratti non trattenga il sorriso. Forse per la confusione. Forse per i bambini che seduti a tavola troppo a lungo non riescono a starci. Forse per le scarpe sdrucite di un ragazzo o per il giaccone liso di un immigrato e il loro volto allegro.

«Eccola - dice ancora Mario Marazziti, portavoce della Comunità di Sant'Egidio - l'immagine della sensazione che ci offre il Vangelo: i poveri al centro della basilica. Li vediamo come il centro del Natale e come il centro del Giubileo, come un Presepe del Duemila. Speriamo che questa sia anche la "faccia" normale del Giubileo, o almeno questa è la nostra proposta». Insieme a loro, a tavola, ci sono il Patriarca armeno ortodosso di Costantinopoli, Mesrob Mutafyan, e suor Helen Prejan (famosa per l'assistenza che offre ai condannati a morte negli Usa). E non si sentono per niente fuori posto.

Pino Ciociola