Comunità di S.Egidio


 

29/11/2001

Si chiama nevirapina, costa poco più di 6.000 lire, e può evitare il contagio di milioni di bambini. Ma nel continente nero resta ancora un miraggio.
Una pillola salverà l’Africa dall’Aids?
Ecco come la Comunità di Sant’Egidio ha deciso di partire dal Mozambico per tentare la sfida contro un’epidemia che qui si passa di madre in figlio.

 

Bastano tre dollari per salvare un bambino all’Aids. Seimilatrecento lire (appena 3,2 euro). È una cifra ridicola di fronte a un’epidemia che in Africa ha già colpito 25,3 milioni di persone. Eppure è questo, assicurano i medici, il costo di una dose di nevirapina, il farmaco che blocca la trasmissione del virus Hiv da madre a figlio, una delle principali cause dello sviluppo della malattia nel continente nero. Peccato che nei villaggi africani quei 3 dollari non ci sono.

Il primo dicembre sarà, ancora una volta, la giornata mondiale dell’Aids. Gli esperti torneranno a snocciolare cifre e speranze, l’Occidente potrà tirare un sospiro di sollievo. In Europa, negli Stati Uniti e anche in America latina l’epidemia ha segnato una netta battuta d’arresto: si è raggiunta una soglia di saturazione dei sottogruppi con comportamenti a rischio (prevalentemente tossicodipendenti e omo-bisessuali) e non si è avuto che un interessamento marginale della popolazione generale. Tutto questo grazie non soltanto a una capillare operazione di prevenzione, ma anche all’introduzione di nuove terapie antivirali che hanno permesso una massiccia riduzione della mortalità e del contagio.

In Africa no. In poco meno di cinque anni c’è stato un aumento di oltre il 40% (e sono stime per difetto) delle infezioni. Dei 36,1 milioni di persone affette da Hiv nel mondo — secondo l’ultimo rapporto dell’Unaids (l’agenzia per la lotta all’Aids delle Nazioni Unite) —oltre il 70% degli adulti e l’80% dei bambini vivono nell’Africa subsahariana. In Zimbabwe, solo per fare qualche esempio, un adulto su quattro è sieropositivo. In Mozambico uno ogni sei. E, al contrario che in Occidente, qui il sesso femminile è quello più colpito. Secondo l’organizzazione mondiale della Sanità ci sono 12-13 africane infette ogni 10 maschi.

Il virus si trasmette più facilmente alle donne, attraverso i rapporti sessuali non protetti, sia per motivi fisiologici (la superficie delle pareti vaginali è maggiore di quella del pene ed è più alta la probabilità di microlesioni interne che facilitano l’infezione) sia per fattori socio-culturali (la più giovane età delle donne nella coppia e la loro quasi totale dipendenza dal maschio in tema di riproduzione e contraccezione). Motivi ben noti ai medici che da anni sono impegnati sul campo. Come quelli che operano per la Comunità di Sant’Egidio, il gruppo cristiano basato a Roma e animato da monsignor Paglia che nel ‘92 mediò l’accordo di pace per il Mozambico. Ed è proprio in questa ex colonia portoghese, devastata prima da una guerra civile durata più di 15 anni, poi da una serie di alluvioni e altre sciagure naturali, che i volontari hanno lanciato un’ambiziosa sfida all’ultima devastante piaga del Paese: l’Aids, appunto. Un’epidemia che sta falcidiando la popolazione, comprese le classi medio-alte, il personale scolastico e quello sanitario. E che rischia di fermare la ripresa economica del Paese (dalla fine della guerra il Mozambico è stata la nazione africana con il maggior sviluppo economico con punte del 12% sul Prodotto nazionale lordo).

Il progetto, lanciato oltre un anno fa con 2,5 miliardi di finanziamento da parte della Cooperazione italiana, sta entrando in questi giorni nella sua seconda fase (questa volta con finanziamenti raccolti attraverso canali privati). «L’approccio della malattia in Africa deve essere necessariamente diverso da quello adottato in Occidente. Ormai è dimostrato che l’educazione ai rapporti sessuali protetti qui non è sufficiente, sia perché è difficile convincere la popolazione locale all’uso dei preservativi o alla fedeltà coniugale, sia perché non bisogna sottovalutare la trasmissione del virus per via iatrogena, legata cioè a pratiche sanitarie molto arretrate», dice il medico Leonardo Emberti, docente universitario a Roma e responsabile del progetto in Mozambico. Gli esempi sono infiniti: a fronte di una

popolazione di 18 milioni di individui, nel Paese operano solo 400 medici, la stragrande maggioranza dei malati si rivolge ai «curanderos», sorta di stregoni che trattano i sintomi dell’Aids come un «malocchio» da estirpare con erbe e riti oscuri, nei pochi ospedali esistenti le siringhe a perdere vengono riutilizzate fino a 30 volte senza alcun processo di sterilizzazione, le trasfusioni e le donazioni di sangue il più delle volte sono effettuate senza controlli sull’eventuale presenza di virus (dall’Hiv alle più banali epatiti).

«La prevenzione può funzionare solo se associata alla terapia con i farmaci antiretrovirali, normalmente in uso in Occidente, il problema è che in Africa sembra ancora un’utopia», denuncia Emberti. Il dito è sempre puntato sugli altissimi costi dei farmaci prodotti e brevettati da una manciata di case farmaceutiche occidentali, anche se gli accordi più recenti lasciano sperare in un abbassamento dei prezzi per i Paesi in via di sviluppo: «Le case farmaceutiche sono ormai rientrate nelle spese di ricerca e sono molto più disponibili a dare via libera alla produzione, anche locale, di farmaci salvavita generici con gli stessi principi attivi ma con prezzi molto più bassi», spiega Emberti. «Eppure anche se i costi della terapia individuale scendessero dagli attuali 10.000 dollari annui ai 400 dollari previsti, essi resterebbero comunque proibitivi per i budget dei Paesi africani». Per ogni malato, tanto per intenderci, bisognerebbe spendere più di un dollaro al giorno. Il Mozambico, oggi, ha a disposizione 2 dollari (poco più del prezzo di un’aspirina) l’anno per persona, e per coprire tutti i trattamenti sanitari.

Nessuna via di uscita? La Comunità di Sant’Egidio non si arrende e parte da un dato chiave: il 20% delle donne incinte è sieropositivo. Ed è proprio nella fase di trasmissione del virus da madre a figlio che sarebbe più facile, e più economico, intervenire. E’ sufficiente somministrare alla donna una dose di nevirapina - nuovissimo farmaco da usare appunto in un’unica dose al momento del parto - per abbassare drasticamente il rischio di contagio. Ha già iniziato a farlo, in Africa, l’organizzazione umanitaria Médecins sans frontières. Ma i medici romani hanno deciso di andare oltre. «La trasmissione può avvenire in seguito attraverso l’allattamento al seno», aggiunge Emberti. «in Occidente è facile ricorrere in alternativa al latte artificiale, qui è praticamente impossibile, visti i costi, e pressoché inutile, dato che verrebbero utilizzati biberon non sterilizzati e acqua non potabile per diluire il latte». Ecco dunque la necessità di curare la madre almeno per tutta la fase dell’allattamento (6-8 mesi): abbassando con i farmaci la carica virale nel sangue la trasmissione diventa molto più difficile e la terapia viene estesa al figlio attraverso il latte. I costi? Almeno 500 dollari a testa, tra farmaci e reagenti necessari per il monitoraggio della terapia.

Il progetto della Comunità di Sant’Egidio, concordato con il ministero della Salute mozambicano per una durata di cinque anni, prevede una serie di interventi a diversi livelli. Durante la prima fase sono state ristrutturate una dozzina di strutture sanitarie di base (ospedali, ambulatori, centri trasfusionali), dotandoli di medicine e materiali sterili, e sono stati avviati corsi di formazione per il personale sanitario. Ora si sta procedendo alla fase di terapia e trattamento: dall’assistenza domiciliare alla costituzione di un laboratorio di biologia molecolare che permette analisi avanzate della carica virale nel sangue, cui presto se ne aggiungeranno altri due. Punto focale del progetto diventeranno presto, però, i reparti ospedalieri di maternità: è qui che i medici dì Sant’Egidio cercheranno di spezzare la catena del contagio da madre a figlio. L’obiettivo è di riuscire ogni anno a sottoporre al test Hiv almeno 10.000 donne e di iniziare la terapia con 1.500 malate per un costo complessivo intorno ai 18 milioni di dollari sui cinque anni (circa 40 miliardi di lire). Cuore del progetto saranno le maternità di tre ospedali: nella capitale Maputo, nella città settentrionale di Nampula e in quella centrale di Beira.

E’ in quest’ultima zona, il cosiddetto corridoio di Beira, che presumibilmente si concentreranno gli sforzi maggiori. In Mozambico la chiamano la «strada dei camion», perché è da qui che passa la rotta dei commerci (e in passato anche dei profughi e dei militari). Ed èqui che si concentra la prostituzione. Risultato? In base ad alcuni test a campione, gli unici possibili in Africa, risulta che il tasso di donne colpite dall’Aids nella regione raggiunge punte del 35% (contro una media nazionale del 16%) e oltre un terzo dei malati è rappresentato da giovani in periodo riproduttivo.

Malattia durissima, l’Aids, e difficile da capire in Africa. In molti villaggi è ancora vista come un male arcano o l’effetto di un malocchio. Che si sta portando via un continente: ben 49 nazioni sotto il Sahara hanno tassi di contagio fino al 42% (Botswana) e al 46% (Kwa Zulu Natal, in Sudafrica). «Andando avanti così», ha denunciato il ministro della Sanità del Mozambico, «ci sarà un’Africa senza africani».

Oggi che l’Aids è sotto controllo nei Paesi industrializzati, denunciano le Organizzazioni non governative, nessuno sembra rendersi conto che su scala mondiale l’epidemia ha invece raggiunto dimensioni gigantesche (15.000 nuove infezioni al giorno, oltre il 95% nei Paesi in via di sviluppo), tali da minacciare i progetti di sviluppo e la cooperazione internazionale. Le cinque maggiori Ong italiane (Cisp, Coopi, Cosv Intersos e Movimento), riunite nel Forum Solint, in questi giorni hanno tenuto un convegno internazionale sul tema rendendo pubblico un dossier che mette in luce il gravissimo impatto della malattia sul tessuto sociale ed economico dei Paesi colpiti, in particolare quelli africani. «L’Aids provoca la modifica della struttura demografica, la vulnerabilità della forza lavoro, il progressivo deterioramento delle attività produttive, il condizionamento dei rapporti nelle famiglie e nelle comunità», si legge nel rapporto. Le prime a farne le spese, ancora una volta, sono le donne. «Tocca a loro, per tradizione, la responsabilità della salute della famiglia. E così sempre più spesso sono ragazzine, sorelle a volte neppure adolescenti, quelle che si prendono cura degli orfani o dei genitori in fin di vita», spiega Marina Modeo, medico della Coopi. Che ricorda l’esiguità dell’aiuto finanziario offerto dai Paesi industrializzati alla lotta contro la povertà, presupposto fondamentale della lotta all’Aids. «Il segretario generale dell’Onu Kofi Annan ha stimato in almeno 7-10 miliardi di dollari l’anno il finanziamento necessario per fermare l’epidemia», dice la dottoressa. «La risposta, finora, è stato lo stanziamento di 1,3 miliardi di dollari per il neonato Fondo globale contro Aids, malaria e tubercolosi». Troppo poco.

Sara Gandolfi