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(Versione originale in polacco)
Come si può definire in breve, per quanto è possibile, la spiritualità di Sant’Egidio? La spiritualità della Comunità di Sant’Egidio si fonda nell’ascolto del Vangelo e si nutre della preghiera. Ogni sera, a Roma, la nostra comunità si raccoglie nella basilica di Santa Maria in Trastevere per la preghiera. La basilica è piena di gente della Comunità, di ospiti, di persone di passaggio, di chi cerca qualcosa per cui vale la pena veramente di vivere. Ma avviene lo stesso, da anni, anche in altri quartieri romani, in numerosi Paesi del mondo: da L’Avana a Cuba a Maputo in Mozambico. Il Vangelo, quindi, al centro della nostra vita, come fondamento della nostra spiritualità. E, nell’ascolto, la Parola di Dio cresce e si dilata il nostro cuore. Infatti, accanto alla preghiera, è dimensione fondamentale della vita di quelle e di quelli di Sant’Egidio il servizio ai più poveri. Attraverso questo servizio, si realizza quella Chiesa che Giovanni XXIII sognava alla vigilia del Vaticano II: “Chiesa di tutti e particolarmente dei poveri”. I poveri non sono dei fruitori di servizi o degli assistiti, ma prima di tutto li consideriamo amici, come parenti, con cui avere un rapporto diretto e personale. Non sono loro che Gesù considera, nella parabola del giudizio finale, come sui piccoli fratelli? La nostra Comunità affonda infatti le sue radici nel Concilio Vaticano II e, sin all’inizio nel 1968, ha fatto della sua nascita a Roma una vocazione all’apertura e all’universalità. Tutti elementi che ci hanno portato a vivere in modo intenso l’ecumenismo come amicizia, preghiera e ricerca dell’unità tra i cristiani del mondo intero e il dialogo come metodo di vita ma anche come via per la riconciliazione nei conflitti. Siamo una Comunità di laici impegnati nella vita di tutti i giorni, nelle città e nei Paesi dove si trovano, in Europa come in Africa: gente che ha una famiglia e una professione, ma che sente il lavoro del Vangelo come qualcosa di decisivo. Ciascuno di noi è chiamato a farsi discepolo di Gesù nell’ascolto della sua Parola, compagno nel suo viaggio in mezzo alle folle di questo mondo –come avveniva nei Vangeli -, folle stanche e malate, a cui comunicare la buona notizia del regno di Dio e da sostenere nelle loro difficoltà.
Come si è sviluppata la comunità di Sant’Egidio, da un gruppo di liceali alla sua forma attuale? Siamo nati nel ’68 a Roma, dove abbiamo mosso i nostri primi passi. Nella piccola chiesa di Sant’Egidio a Trastevere, che ha dato il nome alla comunità, c’è ancora il centro della Comunità. Ma sin dall’inizio il Vangelo ci ha chiamato a non chiuderci in noi stessi vincendo la tentazione di un gruppo autosufficiente e autogratificante, rischio concreto per molte esperienze nate in quell’epoca. La prima sfida era rappresentata dalla periferia romana dove, a poca distanza dal centro, c’era un altro mondo, quello degli immigrati dal Sud dell’Italia, quello dei poveri. In quei quartieri abbiamo scelto di radicarci sin dall’inizio degli anni Settanta. Era, se vogliamo, una risposta all’invito della Gaudium et Spes che interrogava i cristiani sulla necessità di vivere la gioia e la speranza della gente a partire dai più lontani. Questa esperienza, aperta ad ambienti diversi, ci ha condotto un po’ alla volta sulle frontiere del mondo. Oggi Sant’Egidio è una realtà composta da oltre 40.000 uomini e donne che partecipano attivamente a diverse comunità presenti in una sessantina di Paesi del mondo. Ovunque, anche se in forme diverse, si vive lo stesso spirito di Sant’Egidio. Basta pensare al servizio ai poveri che caratterizza fortemente le nostre comunità in ogni parte del mondo: si va dall’amicizia con gli anziani soli nel Nord Europa all’intervento in alcune carceri africane, raccogliendo l’invito che ci fa il Vangelo di Matteo al capitolo 25 ad essere amici di tutti i poveri: handicappati fisici e mentali, persone senza fissa dimora, stranieri immigrati, malati terminali, rifugiati, zingari. Tutti poveri che sono a pieno titolo familiari della nostra comunità.
Chi può far parte della comunità? C’è qualche obbligo particolare per i candidati ad entrarvi? Tutti possono far parte della Comunità di Sant’Egidio, nel senso che tutti possono vivere con noi l’ascolto del Vangelo, il servizio ai poveri e tutto ciò che esprime la nostra spiritualità come espressione della propria libertà di cristiani. In Comunità ci sono persone che già avevano alle spalle un cammino di fede, come persone che hanno fatto con noi la prima scoperta del Vangelo. Per essere di Sant’Egidio non bisogna fare dei voti, né inoltrare una domanda scritta. L’adesione è sempre il frutto di due volontà che si incontrano: chi vuole venire fa un passo verso la comunità e questa lo accetta. Ciò non vuol dire che non esista una struttura articolata della Comunità, che è stata riconosciuta dalla Santa Sede come associazione pubblica internazionale di laici. Le diverse comunità nel mondo sono guidate da alcuni responsabili ed esistono diverse forme di coordinamento, sia per quanto riguarda la vita interna, sia per i servizi che svolge. Ma Sant’Egidio è soprattutto una famiglia, anzi un insieme di famiglie che, presenti in diverse parti del mondo, vivono lo stesso spirito. La Comunità di Sant'Egidio è nata tra i laici ed è composta da laici, persone di ogni età e ceto sociale, ma non mancano anche i preti, con alcune vocazioni maturate all’interno delle nostre realtà. Recentemente uno di loro, don Vincenzo Paglia, che era l’assistente generale della comunità, è stato nominato vescovo a Terni, città dell’Umbria, non distante da Assisi. Un’altra caratteristica della comunità è che non esiste una separazione tra chi è di Sant’Egidio e gli altri. Molti, laici, religiose e religiosi, preti vengono la sera alla nostra preghiera e vivono con noi un profondo legame di amicizia e collaborazione pur non facendo parte direttamente della comunità.
In che consiste la formazione spirituale dei membri della Comunità? Nella Comunità di Sant’Egidio la prima formazione, fondamento di tutta la spiritualità, è la lettura personale e comune della Parola di Dio. Sin dal primo contatto con la comunità i responsabili, insieme a tutti i fratelli e le sorelle che già ne fanno parte, orientano verso questa attenzione quotidiana consigliando anche alcune letture di teologia ed esegesi che possono aiutare la comprensione delle Scritture. Ogni comunità organizza inoltre almeno un convegno annuale di riflessione e formazione. Esistono infine dei veri e propri corsi di formazione non solo teologica ma anche storica organizzati periodicamente e ai quali partecipano rappresentanti di diverse comunità.
In che modo la Comunità di Sant'Egidio collabora con le Chiese locali? La nostra comunità madre è a Roma, il cui vescovo è Giovanni Paolo II. Il Papa, sin dall’inizio del suo pontificato, ha sentito in modo particolare la chiamata ad essere, in quanto vescovo di Roma, più vicino alla realtà della città. Noi lo abbiamo incontrato all’interno e al di fuori delle sue numerose visite alle parrocchie cercando di comunicare il nostro spirito e testimoniare la nostra vocazione. Numerosi sono ormai gli incontri avvenuti, oltre alle due visite effettuate da Giovanni Paolo a Sant’Egidio, l’ultima in occasione del venticinquesimo anniversario della comunità. Ma a parte questo rapporto “speciale”, esiste quello ordinario con le diocesi e le parrocchie: laddove è presente una comunità di Sant’Egidio c’è collaborazione con la Chiesa locale, dal vescovo fino al singolo parroco. Una collaborazione che si sostanzia soprattutto in una preoccupazione per la comunicazione del Vangelo e in un’attenzione ai più poveri.
Che difficoltà trova la Comunità di Sant'Egidio nella sua attività? Le maggiori difficoltà sono presenti in alcune realtà africane. Basta pensare che la comunità è attiva anche in Paesi in guerra o attraversati da conflitti etnici come il Ruanda e il Burundi. Negli stessi Paesi si possono bene immaginare le difficoltà che si incontrano nella vita di tutti i giorni, da quelle economiche a quelle che riguardano la salute. Ma di fronte a tutti questi ostacoli le singole comunità vivono due importanti consapevolezze. Prima di tutto quella che esiste sempre qualcuno più povero da accogliere e da consolare. Ma anche la coscienza che ogni comunità, anche la più piccola, non verrà mai abbandonata e sempre sostenuta da una fitta rete di solidarietà, a partire dalla comunità di Roma che, in quanto più anziana, svolge un servizio di comunione a tutte le “famiglie di Sant’Egidio” nel mondo.
Che ruolo ha nella vostra attività il servizio alla pace divenuto ormai famoso? Siamo convinti che la guerra sia la madre di tutte le povertà. Tanto che per noi amare i poveri, in molte situazioni, è diventato lavorare per la pace, proteggendola dove è minacciata, aiutando a ricostituirla, facilitando il dialogo, laddove è andato perduto. I mezzi di questo servizio alla pace e alla riconciliazione sono quelli poveri della preghiera, della parola, della condivisione di situazioni di difficoltà. E’ così che abbiamo lavorato molto tra il ’90 e il ’92 per la riconciliazione tra governo mozambicano e guerriglia che ha posto fine ad una guerra civile che durava da 16 anni e che aveva fatto un milione di morti. Il Mozambico è l’esempio più conosciuto di questo servizio alla pace; altri sono i Balcani e i Grandi Laghi in Africa (Ruanda, Burundi e Congo).
A proposito di Sant’Egidio si parla spesso di “spirito di Assisi”? Potrebbe spiegare che significa quest’espressione? Abbiamo sentito con intensità l’incontro tra le Chiese cristiane e le grandi religioni del mondo, voluto dal Papa e organizzato nell’86 a Assisi, quando ancora durava la guerra fredda. Abbiamo voluto che quell’intuizione iniziativa profetica non fosse lasciata cadere e la abbiamo continuata. Da allora si è sviluppato lo “spirito di Assisi” in tanti luoghi del mondo, riunendo leaders di Chiese cristiane e di tante religioni, per pregare gli uni accanto agli altri, non più gli uni contro gli altri. Lungo questi anni, abbiamo constato quanto sia importante incontrarsi per i leaders religiosi per uscire dalla trappola del nazionalismo e di una visione etnica della religione. E così, anno dopo anno, si sono svolti incontri a Roma e in altre città europee con un numero sempre più elevato di rappresentanti delle diverse religioni, dalle confessioni cristiane agli ebrei, dai musulmani ai buddisti. Il 1 settembre 1989, cinquantesimo anniversario dell’inizio della seconda guerra mondiale, ci siamo ritrovati a Varsavia. Le religioni, nel loro profondo, hanno un messaggio universale una “forza debole” che parla di amore, che non nasce dal potere, dai mezzi economici o politici, ma dalla preghiera e dalla persuasione spirituale. Ecco lo “spirito di Assisi”.
Come mettere d’accordo l’apertura ad ogni diversità e la fedeltà al Vangelo? Come evitare l’indifferentismo nel contesto del dialogo interreligioso? Come essere contemporaneamente missionari e gente di dialogo? L’esempio dello spirito di Assisi può aiutare a rispondere alle tre domande. L’avere messo insieme diverse religioni a pregare per la pace non è sincretismo: ad Assisi non si prega insieme, ma l’uno accanto all’altro. E così facendo si risponde all’appello di Giovanni Paolo II, a “liberare energie spirituali”, laddove il cristianesimo è lievito in una pasta fatta delle farine più diverse e inserita nel mistero della storia. La Chiesa cattolica, per la sua universalità, cerca l’unità. Ma facendo incontrare uomini di diverse religioni non produce confusione bensì un cambiamento che incide sulla costruzione della pace e rappresenta una significativa testimonianza che lascia il segno. Tutto ciò è contro l’indifferentismo. Giovanni Paolo II, nella sua enciclica Redemptoris Missio, mette in luce come il dialogo faccia parte in un certo modo della missione universale della Chiesa. In questo nostro mondo dove gente di diversa fede e cultura vive insieme, il dialogo rappresenta una necessità. Ma, allo stesso tempo, questo dialogo non è una specie di sincretismo, un inno all’indifferenza. Sono persuaso che oggi sono necessarie convinzioni forti e identità approfondite proprio per vivere un vero dialogo. Credo che i cristiani debbano rinnovare la fede il Gesù Cristo, salvatore dell’uomo, per dialogare genuinamente e con vero interesse con l’altro. Onestamente, per Sant’Egidio, lo “spirito di Assisi” non ha significato lasciar cadere la missione, anzi –proprio negli ultimi quindici anni- abbiamo comunicato il Vangelo con più convinzione e con più frutti.
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