Comunità di S.Egidio


 

08/09/2002

Il XVI Incontro internazionale di preghiera per la pace promosso a Palermo dalla Comunità di sant'Egidio
La forza dei credenti non è fatta di arroganza, ma di santità e sapienza

 

"Le tenebre non si dissipano con le armi; si allontanano accendendo fari di luce": con queste parole Giovanni Paolo II si è rivolto a più di quattrocento rappresentanti delle Chiese e comunità cristiane e delle grandi religioni mondiali e alle migliaia di persone riuniti a Palermo dal 1° al 3 settembre scorso. Sull'Incontro promosso dalla Comunità di Sant'Egidio, gravava un interrogativo che viene ripetuto dopo l'11 settembre: a che serve il dialogo tra le religioni di fronte a orrori come quelli commessi negli Stati Uniti un anno fa?

Come si vede fin dal titolo del convegno, "Religioni e culture tra conflitto e dialogo", questa domanda è stata raccolta dai partecipanti ai tanti dibattiti dei tre giorni palermitani. Ed è un interrogativo che ritorna frequente nei tanti commenti all'11 settembre. Ma l'Incontro di Palermo intendeva riconnettersi al filo di una tradizione. Infatti si è trattato del sedicesimo incontro a livello internazionale, promosso dalla Comunità, da quando Giovanni Paolo II, il 27 ottobre del 1986, convocò ad Assisi i rappresentanti delle Chiese cristiane e delle grandi religioni mondiali, per una grande invocazione per la pace. Quella giornata mondiale di preghiera per la pace nella città di S. Francesco non era una generosa improvvisazione, ma affondava le sue radici nell'eredità del Vaticano II e in particolare della Dichiarazione Nostra aetate.

Allora, in quel 1986, si era sul crinale di cambiamenti epocali, della cui portata ancora si aveva scarsa coscienza. Nessuno prevedeva il rapido crollo dell'URSS, anche se qualche cambiamento era all'orizzonte. Le vicende del mondo contemporaneo hanno subìto da allora un'accelerazione incredibile, con esiti imprevedibili: la fine dell'impero sovietico, lo sfaldamento del Terzo Mondo, l'avanzata del processo di globalizzazione, nuovi conflitti a base etnica (e talvolta religiosa). Nel quadro internazionale, quelle religioni, di cui tanti avevano previsto l'esaurimento nel Novecento, si rivelavano anche un elemento di vitale importanza geopolitica, di cui si sarebbe dovuto tener conto nell'affrontare le tensioni del mondo contemporaneo.

Quel 27 ottobre 1986, rimane, ancora più di ieri, un'immagine densa di indicazioni e di grande spessore spirituale, in un mondo in cui oggi è abituale parlare di guerra di religione o di scontro di civiltà. Resta un'indicazione anche quando lo sconcerto e lo spaesamento divengono più forti. Significativamente, nel gennaio di quest'anno, Giovanni Paolo II è ritornato ad Assisi ed ha invitato i leaders religiosi del mondo a pregare e a impegnarsi per la pace.

Lungo il filo degli anni dopo l'86, la Comunità di Sant'Egidio ha voluto non solo contemplare l'immagine di Assisi, punto di arrivo e di ricezione creativa del Concilio, ma soprattutto ha voluto viverne lo spirito in tempi diversi ma bisognosi di incontro e dialogo. Da allora infatti, ha dato vita a un itinerario che, ogni anno, ha toccato diverse città europee: Varsavia nel 1989, in un clima trepidante per i cambiamenti nell'Est, Roma nel decennale di Assisi, Bucarest, quasi come una vigilia della prima visita di Giovanni Paolo II in un paese a maggioranza ortodosso, per fare solo tre esempi.

Nei giorni scorsi a Palermo la preghiera e l'impegno dei credenti sono stati riproposti come energie capaci di bonificare quel terreno di ostilità e di distanza che può favorire lo sviluppo dei conflitti. Presentarsi e conoscersi, nel rispetto delle diversità, assume anche il significato di abbreviare le distanze e di favorire l'impegno ad estirpare, nelle diverse culture di appartenenza, le radici di incomprensione. Lo sforzo è quello di desolidarizzare le tradizioni religiose da un atteggiamento di giustificazione nei confronti di ogni forma di conflitto. Questa avviene non in sincretismi o in facili confusioni, irrispettose della verità e della fede dei credenti; ma nella consapevolezza di cammini religiosi differenti, irriducibili l'uno all'altro. Senza confusione, quindi, ma anche senza opposizione o disprezzo.

Cosa può suggerire lo Spirito di Assisi oggi, mentre viviamo un tornante delicato nei rapporti tra i popoli e le religioni? Siamo entrati in una stagione, come tutti dicono, di globalizzazione. I cambiamenti avvengono con velocità e con rapida comunicazione in ogni parte del mondo. Ma spesso si resiste alla globalizzazione e ci si ripiega su di sé: le religioni sono talvolta chiamate a legittimare le chiusure e anche le contrapposizioni. È la storia di non pochi fondamentalismi. Talvolta alle generazioni più anziane manca l'agilità per registrarsi; a quelle più giovani il senso della profondità.

Lo spirito di Assisi, cioè l'avvicinamento amichevole dei diversi mondi religiosi, mette in rilievo ancora una volta come il messaggio di pace sia qualcosa di profondamente insito nella maggior parte, se non in tutte, le grandi tradizioni religiose del mondo. Che vogliono e che possono oggi uomini e donne di religione diversa? Essi si confrontano, sempre meno, con mondi omogenei. Il nostro è un tempo in cui genti di religione o di etnia diversa vivono più insieme. È l'esperienza dell'Europa di fronte all'immigrazione, ma anche di una nuova comunanza tra Est e Ovest. È la sfida del mondo africano dove, specie in questa stagione difficile, ci si confronta con le fragilità degli Stati nazionali che le differenze etniche, religiose o d'altro genere possono mettere in discussione. È la sfida della rinascita delle nazioni, dei rapporti tra religioni e nazioni, dei processi di pulizia etnica in alcune regioni del mondo. Ma è anche la sfida del mondo virtuale in cui si entra sempre più a contatto con tutti: nel virtuale si vive sempre più assieme e siamo destinati a incrociarci con chi è diverso da noi. È, infine, la sfida di un mondo in cui si vede tutto e si vede sempre più la ricchezza di pochi e la miseria di tanti.

A Palermo, con grande chiarezza, si è affermata una via per reagire al rischio di essere spaventati e pessimisti di fronte al futuro del mondo. Nel dialogo sincero, vissuto senza l'illusione di essere tutti uguali, consapevole delle diversità, si è trovata la strada per disarmare i cuori e preparare un futuro più pacifico per il mondo. Diceva Andrea Riccardi nell'introdurre il convegno: "Cosa sarebbe il mondo se non ci fosse stato il dialogo? Le reti tese dal dialogo, proteggono i cuori dal cadere nel baratro della diffidenza o della violenza. Ma anche difendono da quel rischio che si cela nel cuore di ogni uomo e di ogni comunità, che è vivere per se stessa".

Lo spirito di dialogo, insomma, non è finito. Non è morto con l'11 settembre, non si è spento in tante situazioni di tensione, non ha perso valore in qualche esperienza di confusione. A partire da Assisi le religioni, attraverso il dialogo, hanno fatto salire dal profondo, genuinamente e con convinzione, il loro messaggio di pace. E così questo incontro in terra di Sicilia ha arricchito di luce e di colore - anche per la bella accoglienza della Chiesa di Palermo - l'immagine rappresentata dalla storica giornata mondiale di preghiera per la Pace di Assisi. Si sono indicate le vie della misteriosa unità del genere umano e le risorse per vivere la coabitazione pacifica dei popoli e dei gruppi. Amicizia, conoscenza, stima reciproca, dialogo sono stati il collante dell'immagine di un mondo in cui sia bandito il demone del conflitto. È emerso a Palermo, una volta di più, come la forza dei credenti non è fatta di arroganza, ma di santità e sapienza: è la forza interiore di chi, al di là degli avvenimenti più o meno difficili, sa indicare la via del bene. Allo stesso tempo si è presa sempre più coscienza che le responsabilità dei credenti sono cresciute e sono ormai verso tutti, non solo verso la propria comunità religiosa. La voce del Papa è risuonata in questo senso con grande chiarezza nel richiamare i credenti alla forza della fede: "L'urgenza del momento ricorda all'umanità che solo nel volto di Dio possiamo trovare la ragione della nostra esistenza e la radice della nostra speranza".

Marco Impagliazzo