Comunità di S.Egidio


 

09/07/2003

Le ferie diverse di medici, insegnanti, impiegati, avvocati e assistenti sociali impegnati nel progetto "Dream" di Sant´Egidio
Maputo, in vacanza da volontari
Ecco i romani che assistono i sieropositivi in Mozambico

 

MAPUTO - «I colleghi mi dicono «ma chi te lo fa fare?». Questo discorso del sacrificio proprio non lo capisco, io qui mi diverto come un matto». Quest´anno ha scelto vacanze diverse Stefano Capparucci, occhi vispi dietro occhiali spessi, un metro e novanta di mitezza e cortesia. Alla brezza della spiaggia di Fregene, ai sogni plastificati di un viaggio «all inclusive» ha preferito il vento dell´Oceano Indiano e i bambini di Maputo.

Fa il fisioterapista, Capparucci, ed è uno dei molti romani che hanno deciso di rinunciare a una parte delle ferie o di mettersi in aspettativa per poter aiutare e condividere, magari solo per qualche settimana, i dolori della gente del Mozambico. La colonia capitolina è ampia, ed è composta da medici, insegnanti, impiegati, avvocati, assistenti sociali. Molti di questi hanno scelto di aiutare il progetto «Dream» della comunità di Sant´Egidio, che vuole dare agli africani quei medicinali antiretrovirali che stanno salvando la vita di un gran numero di malati in Occidente. Qui a Maputo, dove luglio è fresco come il nostro ottobre, in questi giorni hanno trovato il loro sindaco, Veltroni, che ha visto da vicino il lavoro dei volontari.

«Sono assistente sociale al V Dipartimento del Comune» sillaba Elio Pittiglio, 42 anni, mentre nell´ambulatorio di Sant´Egidio di Matola, sobborgo di Maputo, si intrattiene con le donne che aspettano di fare il test dell´Aids. Oggi, tre su diciotto hanno scoperto di essere sieropositive. Ai volontari tocca rivelare loro l´amara verità, ma anche l´incredibile speranza di potercela fare: avranno, gratuitamente, assistenza e quelle medicine che in Africa non dispensa nessuna struttura pubblica. «Certo - dice Pittiglio - a mio figlio di 7 anni dispiace che me ne vado per un po´, ma ha detto che quando si fa grande viene con me a Maputo». E racconta che a giugno ha lavorato come un matto per racimolare un po´ di ferie e alla fine ce l´ha fatta, optando però per l´aspettativa non retribuita.

Il viaggio? Se lo pagano, ma non si sentono eroi. L´unione fa la forza, spiegano questi volontari, e anche l´allegria. «Questo progetto mi piace molto - dice Cristiana D´Angelo, 35 anni, fisioterapista - sono venuta a vedere come il modello di cura per il nord ricco possa essere applicato anche agli africani. La famiglia l´ho tranquillizzata, spiegando che non ci sono pericoli». E in ufficio? Qualcuno ironizza, ma poi si ricrede. «I colleghi, si aggiunge Tonino Sammarone, impiegato della Provincia - prima di partire mi hanno consegnato uno scatolone con dei biberon da regalare ai bambini. Certo - confessa - mia moglie mi ha lasciato andare a denti stretti, ma quando torno si va con tutta la famiglia in vacanza al mare».

La vita scorre con ritmi precisi: sveglia alle 7.15, colazione, per stare in ambulatorio alle 8. Il lavoro tra la gente dura fino alle 17 poi si torna a casa. Sabato e domenica si alternano impegno e gite. Invece, a mezzogiorno di martedì, l´attività ferve a Matola, centro di salute per la prevenzione della trasmissione dell´Hiv madre-bambino, uno dei gli snodi strategici del progetto «Dream»: nella vicina struttura pubblica vengono a partorire le donne, e i volontari danno alle mamme sieropositive e al neonato la cura per impedire che il virus attacchi i piccoli. «Il 23 luglio - spiega al sindaco Doriana Tessarolo, una maestra di Monteverde - festeggeremo il primo dei centosessanta bambini nati sani».

Al centro nutrizionale di Matola, altro spicchio della presenza di Sant´Egidio, prima delle 13 sono già cento i bambini in fila. Avranno un pasto gratis «ne vengono distribuiti 250 al giorno», ma devono attendere che gli altri finiscano. Susanna, 3 anni, piange per lo spavento perché oggi ci sono troppi bianchi. Sulla stuoia c´è Felisinea, un anno, sieropositiva. I genitori sono morti di Aids, e adesso di lei si prende cura il nonno che la stringe tra le braccia. «A guardare le statistiche e la speranza di vita - riflette Stefano Capparucci davanti a quest´icona africana - credo che se fossi nato in Mozambico, probabilmente, sarei già morto. Dare qualche settimana dell´anno: sì, forse è il minimo che si possa fare».

Alberto Mattone