Comunità di S.Egidio


 

26/01/2005


Johnny e Luigi, in branda nella «Casa del rifugio»

 

Perfino Johnny, il senzatetto orgoglioso di piazza Santa Maria in Trastevere, si è lasciato convincere. E ieri mattina, punto dal freddo, è sceso a patti con la propria ostinazione, ha raccolto le sue cose e si è presentato a palazzo Leopardi, la «Casa del rifugio» e anche stanotte dormirà lì. Almeno stavolta, il gelo non potrà portarselo via come ha fatto con Leonardo Zizzari, il 7 gennaio. Da due settimane, la comunità di Sant' Egidio ha allestito un ricovero temporaneo in una piccola stanza del palazzo cinquecentesco restaurato per il Giubileo. È successo dopo l' Epifania, in seguito alla morte di un altro senzatetto «storico», in quei giorni speciali della pietà per i terremotati dell' oceano, dell' impotenza e del primo vero freddo dell' anno. Tossicodipendenti, alcolisti, persone consumate dalla vita di strada e con le difese atrofizzate. Per qualche giorno avranno diritto a un pezzo coperto di città. Si tratta di barboni che vivono all' aperto da anni e che non avendo la forza di reagire al freddo più intenso, si lasciano andare. È già accaduto con Leonardo Zizzari, trovato assiderato, la mattina del 7 gennaio, in via di San Francesco a Ripa. Racconta Francesca Zuccari, volontaria della comunità: «Leonardo aveva 49 anni e viveva per strada, era molto fragile, beveva e allora non si accorgeva del freddo. È morto così». È stato quel giorno che si è pensato ad allestire una stanza del palazzo per gli amici di Leonardo. Il ricovero ha regole severe. Si entra alle nove di sera, si esce alle otto di mattina. È vietato introdurre qualunque tipo di alcolici e droghe. Occorre invece adattarsi alle regole della convivenza e collaborare. La stanza è piccola, pulita, con i letti a castello, rifatti. Per tutti c' è a disposizione un sacco a pelo blu, delle ciabattine infradito di gomma per la doccia, gli asciugamani e la buonanotte. Questa è importante, perché i senzatetto di Palazzo Leopardi sono affamati di affetto come di un cibo introvabile. «Sono provati anche psicologicamente dalla vita di strada - spiega la volontaria - e non si curano di sé. È sempre così per chi vive in strada, ma nel loro caso anche di più. Alcuni sono già stati in cura dai servizi sociali, ma non ce l' hanno fatta e allora hanno ricominciato a bere o a drogarsi. Nessuno investe più su di loro e così si lasciano andare». Forse avrebbero voglia di conoscere, di comunicare, ma poi prevale la sfiducia e alla fine vanno tutti a dormire, senza parlare tra loro, stanchi. Tranne Luigi. Ha quasi 42 anni, piccolo, asciutto, ha perso due incisivi inferiori. Parla a voce bassa come fosse un po' mortificato. Ha un figlio di tre anni e una moglie che vivono a Tivoli. Nell' ultimo annoha dormito nelle stazioni Ostiense e Tiburtina. A Termini no: troppa confusione e pericoli, ma nelle altre «si può fare». Basta stare attenti ai documenti e alle scarpe. Luigi è alcolista e quando si ubriacava picchiava la moglie. Lei lo ha cacciato di casa definitivamente un anno fa e lui, ora, le telefona tutti i fine settimana: «Quando sono sicuro di me e trovo un lavoro, torno», le dice. Fino ad allora niente, insiste, nemmeno una visita. È come se stesse seguendo una dieta che esclude l' amore e la gratificazione di sé. Due anni fa, Luigi salvò la vita a un ragazzo che si era buttato nel fiume. Lo vide tuffarsi, lo raggiunse e, benché quello pesasse il doppio, riuscì a ripescarlo. Le cronache locali scrissero di quella specie di «barbone-angelo custode» che come nel film di Frank Capra, aveva salvato un uomo dalle sue delusioni. Luigi conserva il ritaglio di giornale in cui si parla di lui e dell' altro. «Aveva problemi con il lavoro ed era solo. Piangeva. Per un po' siamo stati amici, poi, un giorno è sparito» racconta. Lui invece non si allontana mai molto dalla città. Non la lascia e non la vive, ma le resta aggrappato come al suo unico rifugio. Almeno finchè non cambia il tempo.

Ilaria Sacchettoni