Comunità di S.Egidio


 

20/08/2006


Guerra in Nord Uganda: la fine è a portata di mano
Il negoziato - Per la prima volta dopo due decenni, il governo e i ribelli sembrano pronti a deporre le armi. Intensi i colloqui tra le parti. Tra i mediatori la Comunità di Sant'Egidio

 

Per la prima volta in vent'anni le prospettive di porre fine al terribile conflitto nel Nord dell'Uganda sono reali e concrete. Il negoziato in corso a Juba, capitale del Sud Sudan, è tra i tanti tentativi messi in atto in questi anni, quello che ha, a detta di tutti gli osservatori, le maggiori possibilità di successo. Da quasi un mese le delegazioni del governo di Kampala e del Lord resistence army (Lra) si incontrano con una certa regolarità ed hanno accettato di discutere anche le questioni più spinose per trovare una via di uscita negoziale ad una delle guerre più lunghe e crudeli d'Africa. L’Lra da anni terrorizza la popolazione del Nord del paese ed è divenuto tristemente famoso per l'utilizzo massiccio di bambini soldato e per la crudeltà con la quale conduce i suoi attacchi. L'esercito ugandese risponde portando avanti una guerra senza risparmio di colpi (e di atrocità) che ha preso in ostaggio l'intera popolazione civile, costretta a vivere in campi profughi che raccolgono più di un milione e mezzo di persone.

La Comunità di Sant'Egidio, da vari anni sulle tracce di una seria possibilità di mediazione per fermare questa strage, già nel 1996 aveva condotto colloqui per favorire la liberazione delle ragazze del Saint Mary College di Gulu, capoluogo del Nord Uganda, rapite dall'Lra.

L'occasione propizia per una nuova fase negoziale si presentata dopo la firma della pace tra Nord e Sud Sudan. Il nuovo governo del Sud Sudan si è dichiarato disposto ad ospitare serie trattative. I contatti di Sant'Egidio, tramite un estenuante lavoro preparatorio svolto tra Kampala, Londra, Nairobi e la foresta alla frontiera della Repubblica democratica del Congo, oltre ad altri approcci, hanno fatto il resto.

Da mesi l'alto comando dell'Lrn compreso il suo misterioso leader Joseph Kony, si è infatti rifugiato nel Nord-Est dell'Ituri, nella Repubblica democratica del Congo. Non sono mancati, durante tale trasferimento, raid devastanti nelle regioni frontaliere dello stesso Sud Sudan.

Si è però costituito un team di mediatori con il vice presidente del Goss, Riek Machar, la stessa Comunità di Sant’Egidio e alcune personalità africane. I colloqui sono iniziati il 13 luglio con una cerimonia introdotta dal successore di John Garang, il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit. Subito dopo sono iniziati i lavori: da una parte la delegazione del governo di Kampala, diretta dal ministro dell'Interno Rugunda; dall' altra la composita rappresentanza dei ribelli, tra cui non figurano per ora i membri dell'alto comando, né lo stesso Kony. Messi da circa un anno sotto accusa dal Tribunale penale internazionale, i capi ribelli hanno preferito delegare alcuni membri civili della diaspora nord-ugandese, assieme a due ufficiali.

Nelle prime settimane di discussioni è stata approvata l'agenda dei lavori ed è stata affrontata una serie di temi cruciali, quali il ritorno dei rifugiati interni, il reinserimento dei combattenti dell’esercito, l’amnistia, la distribuzione della terra, la riconciliazione.

Non sono mancati momenti di tensione, in particolare quando sono state affrontate le cause del conflitto. Le due delegazioni hanno ascoltato anche la testimonianza dei leader religiosi e culturali del Paese, presenti a Juba in qualità di testimoni delle sofferenze della popolazione civile e delle atrocità degli anni passati. L’arcivescovo di Gulu, monsignor Odama, i capi tradizionali, il vescovo anglicano, l'imam e molti altri, hanno chiesto alle parti di impegnarsi a fare la pace rapidamente.

Alla fine della prima settimana la mediazione si è spostata da Juba nella foresta alla frontiera con il Congo, per incontrare l'alto comando dell'Lra. Kony ha confermato di essere impegnato seriamente e ha dichiarato una sua unilaterale cessazione delle ostilità: «Se anche l'esercito ci attacca, per ora non risponderemo». «Voglio la pace» ha aggiunto, chiedendo perdono per i crimini commessi in Sud Sudan in questi ultimi anni. Certo, per ora l'uomo più ricercato d'Africa rifiuta di riconoscere una gran parte dei crimini che sono attribuiti al suo movimento; a suo giudizio le popolazioni del Nord-Est del suo paese sono vittime della discriminazione del governo di Kampala ed in loro nome dice di aver condotto questa lunga e sporca guerra. Tuttavia, dopo quasi un mese di incontri, anche se le posizioni delle parti sono spesso divergenti, è un fatto che la pace sembra finalmente più vicina.

Vittorio Scelzo