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Allora quelli che temono l’Eterno si sono parlati l’uno all’altro e l’Eterno è stato attento ed ha ascoltato…»: il profeta Malachia (3,16) ha scritto parole fondamentali per il dialogo tra le religioni: esso non è una esercitazione accademica, un "esercizio di stile", ma un «atto di devozione all’Onnipotente».
Ispirandosi alle parole di Malachia, David Rosen, presidente dell’International Jewish Committee for Interreligious Consultations, è intervenuto al convegno su «La fede di Israele e l’Umanità – il contributo dell’ebraismo al mondo contemporaneo» svoltosi ieri a Roma per iniziativa della Comunità di Sant’Egidio. «Noi incontriamo Dio nella creazione e nella storia – ha spiegato Rosen –, ma nella storia c’è solo la persona umana che riflette l’immagine di Dio. Incontrare il divino che è negli altri è un atto di devozione a Lui». Il dialogo è dunque un dovere prima di tutto, e poi anche come opportunità, perché «se vogliamo affermare valori come la vita, la pace, la giustizia, dobbiamo coinvolgere altri che credano in queste verità, per diventare qualcosa di più delle nostre somme». I progressi fatti dal dialogo fra ebrei e cristiani, d’altra parte, è «un esempio di come un nuovo inizio può esistere all’interno di una storia possibile».
Ne è convinto il cardinale Walter Kasper, presidente della Pontificia commissione per i Rapporti religiosi con l’ebraismo, secondo il quale una svolta così profonda si colloca anche nel clima creato dal Concilio, «che ha affermato la necessità del dialogo a tutti i livelli della vita: quello ecumenico, dunque, ma anche quello interreligioso, culturale, con gli artisti e gli scienziati, oltre che all’interno della Chiesa stessa e delle comunità». Il dialogo, si potrebbe dire, come stile di vita, legato al fatto che, come ci ha insegnato la filosofia dialogica di Buber e Lévinas, «Dio non ci ha creati come individui ma come esseri sociali. Esistiamo nel dialogo, siamo incontro con l’altro». In questo senso, secondo il cardinale Kasper, il dialogo è «da una parte una prospettiva critica nei confronti della società occidentale, profondamente individualista; dall’altra il presupposto per la pace nel mondo». Tanto che è arrivato il momento di passare «da un dialogo teoretico ad un dialogo di cooperazione, che magari coinvolga anche i musulmani moderati». Attorno alla concretezza della carità, e all’impegno di affrontare insieme alcune eclatanti ingiustizie come la fame in Africa, si possono aprire nuove prospettive. È sul terreno dei valori, infatti, che il dialogo si fa storia e acquista concretezza quel nuovo «umanesimo mediterraneo» di cui la nostra epoca avrebbe bisogno, e che non può essere ricostruito se non partendo dalle sue radici ebraiche.
Secondo lo storico Andrea Riccardi, della Comunità di Sant’Egidio, il Novecento europeo ha cercato di liberarsi dell’ebraismo e del suo portato culturale. Il riferimento non è soltanto al nazismo, ma anche a quella tendenza culturale presente ad esempio in Francia e in Italia, che tendeva a «nazionalizzare» il cristianesimo: Mussolini, secondo Riccardi, si poneva come «esempio emblematico e rozzo di questa concezione quando sosteneva che è stata Roma a fare di una piccola setta (i primi cristiani di Palestina) un impero spirituale». La dura reazione di papa Pio XI che affermò: «Noi siamo spiritualmente semiti», era legata alla consapevolezza che lungo questa strada si affermava una religione solo di potere, ma senza umanesimo. E se il dialogo tra ebrei e cristiani oggi è essenziale è proprio perché «c’è bisogno di un uomo nuovo, di un richiamo al destino comune. La tolleranza non basta più, né può bastare un relativismo superficiale. C’è un solo Dio e un unico uomo: il dialogo è l’appuntamento da cui può scaturire un nuovo uomo contemporaneo».
D’altra parte, è a una sola voce che cristiani ed Ebrei pregano per la pace. Oded Wiener, direttore del Gran rabbinato di Israele, ha ricordato come la pace sia il bene supremo, tanto che «il Signore non ha costruito il mondo se non perché ci sia pace tra le genti». Perciò l’ebreo la invoca tre volte al giorno, ma anche il cristiano chiede continuamente dona nobis pacem. Ma, come ha detto Enzo Bianchi, la pace è «integrità di vita, possibilità di comunicazione nella giustizia e nell’amore. È una realtà terrena che ha una dimensione religiosa perché è un volere di Dio, è il pensiero di Dio per l’uomo e per la sua comunità». Per questo «intercedere per la pace significa fare un passo in mezzo, mettersi fra le due parti in conflitto per stabilire relazioni, anche a costo di pagare personalmente. La preghiera di pace non è fatta con le labbra, ma con la vita».
È in questo contesto che si è alzato il grido d’aiuto del Rabbino capo di Israele: non tutti sono disposti al dialogo, «c’è infatti chi usa il Corano per giustificare atti terroristici». E non solo: «Sei milioni di ebrei sono stati uccisi dal nazismo. Ora c’è chi cerca di imitare Hitler: il popolo ebreo si trova sotto la minaccia dell’Iran. Chi vive in Europa deve sapere che tutto comincia con delle parole dopo le quali vengono i fatti. Meglio intervenire un minuto prima».
Paola Springhetti
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