Comunità di S.Egidio


 

21/02/2008

TESTIMONI DELLA FEDE
«Cristiani in Medio Oriente ancora cittadini di serie B»
La Comunità fa il punto sulla situazione Il ministro degli Esteri libanese Mitri: «Le nostre Chiese soffrono, sopravvivono ma si sono perse alla ricerca della propria identità»

 

Per loro sfortuna, non esiste una antropologia dei cristiani del Medio Oriente. Con il suo gusto tranchant, Régis Debray foto­grafa così la situazione: «La loro sventura è essere troppo arabi per la destra occidentale e un po’ troppo cristiani per la sinistra. Non rientrano così nel nostro scacchiere manicheo del bianco/nero o del nord/sud». La Comunità di Sant’Egidio fa il punto di questa condizione troppo spesso dimenticata, ma tuttavia drammatica: «I cristiani del Medio oriente – sottolinea Andrea Riccardi, fondatore della comunità trasteverina – non sono solo vittime della storia e di un presente che li spinge ad una posizione di cittadini di seconda categoria: sono anche protagonisti del presente, per questo le comunità cristiane hanno necessità di un ressourcement che non si fa da soli, ma in un quadro di intensa comunione».

La condizione preoccupa la Chiesa: «Non parlerei di persecuzione, – dice il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali – ma tanti cadono nelle reti della violenza. Abbiamo tanti problemi in Occidente a vivere la propria vita cristiana, immaginiamo se ci aggiungiamo anche la violenza, il terrorismo e situazioni che portano all’esilio e alla divisione delle famiglie. Per questi nostri fratelli cristiani ci vuole una sensibilità più sostanziale perché vivono la nostra stessa fede».

Sant’Egidio ha raccolto molte voci provenienti da questi Paesi, e alcune sono drammatiche, come quella del vescovo di Baghdad, Jean Benjamin Sleiman che ha ricordato come la primavera scorsa migliaia di famiglie cristiane siano state costrette a lasciare le loro case e a fuggire dal Paese. «L’alternativa – dice – era terribile: o si convertivano all’islam e

Riccardi di Sant’Egidio: «Non sono solo vittime di una storia che li spinge a una posizione di cittadini di seconda categoria, sono anche protagonisti di primo piano nel presente»

pagavano le tasse musulmane, o davano le loro famiglie ai miliziani oppure dovevano abbandonare le loro abitazioni, pena la morte». Secondo stime non ufficiali, nell’Iraq di Saddam Hussein vivevano un milione e 200mila cristiani; la metà di loro è fuggita per lo più in Giordania e in Siria. Per il vescovo, anche gli aiuti dagli organismi internazionali stanno venendo meno poco alla volta.

Della Siria riferisce appunto il vescovo di Aleppo dei Caldei, Antoine Audo. Nel Paese, i cristiani si sentono a casa propria e possono accedere a tutti gli impieghi, «tuttavia – precisa – molti giovani cristiani pensano sempre più alla possibilità di emigrare altrove ». Dispersione, assottigliamento e diaspora sono il destino di questi cristiani. Così è anche in Libano: «Le nostre Chiese – dice Tareq Mitri, ministro degli Esteri – sono nella sofferenza, sopravvivono ma si sono perse come il sale alla ricerca della propria identità. Negli anni Novanta si parlava di comunità cristiane al plurale, oggi al singolare, e questo è segno di indebolimento». Il ministro libanese pone a Roma l’annosa questione della presidenza della Repubblica e accusa una parte dei cristiani, alleati di Hezbollah, di bloccare da mesi l’elezione.

Diverso lo scenario palestinese, improntato a un costante dialogo, come lo descrive Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa: «Il dialogo – spiega – è nella vita di tutti i giorni. Quello con l’islam è buono. I problemi nascono con alcune cellule fondamentaliste. Il dialogo principale passa attraverso le istituzioni della Chiesa, come la scuola e gli ospedali. È dunque un dialogo concreto. Con Israele è diverso, poiché non ha bisogno della Chiesa. Israele non è solo il Paese dei check-point e dei carri armati, e dunque la Chiesa non può permettere che la guerra recida questo filo di dialogo».

Giovanni Ruggiero