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ROMA. 21. Dei cristiani in Iraq si rischia di parlare al passato. Le organizzazioni internazionali li considerano minoranza senza futuro e non inviano aiuti. Sebbene le violenze, le più eclatanti, nei loro confronti siano in diminuzione, la situazione rimane critica. Intimidazioni, difficoltà nei rapporti quotidiani, ostacoli di vario genere spingono molti a lasciare il Paese. La denuncia viene da monsignor Jean Benjamin Sleiman, arcivescovo di Baghdad dei latini. intervenuto ieri al seminario «Cristiani d'Oriente» promosso dalla comunità di Sant'Egidio. «Nei cristiani iracheni - ha raccontato monsignor Sleiman c'è forte paura del domani. Essi vivono una tragedia che termina spesso con l'autoesilio. La preoccupazione della sparizione dei cristiani dall'Iraq è fondata». Molti cristiani sono stati spinti a trovare rifugio in Siria, in Giordania oltre che nel kurdistan iracheno. Dove però la situazione spesso non è migliore. E di ieri la notizia che il Governo giordano ha espulso diversi espatriati cristiani per «proselitismo, sotto copertura di attività caritatevoli». In Giordania, Paese musulmano che ha al suo interno una minoranza cristiana, il proselitismo è vietato. «Alcuni stranieri sono entrati in territorio giordano sotto la copertura di fare attività caritatevoli, ma hanno violato la legge abbandonandosi al proselitismo», ha dichiarato il ministro dell'Informazione. Nasser Jawdeh, citato dall'agenzia Petra. «Il governo ha aggiunto il ministro parlando davanti al Parlamento - seguiva da qualche tempo le loro attività illegali e ha preso la decisione di espellerli». Il Governo non ha fornito dettagli sul numero e la nazionalità delle persone colpite dal provvedimento, né la data dell'espulsione. La questione religiosa in Giordania è come noto, complessa.
Anche il Consiglio delle Chiese di Giordania (Cej), che raggruppa tutte le comunità cristiane del Paese, la settimana scorsa aveva denunciato «la presenza di sette in Giordania» in aumento. Una quarantina di organizzazioni operanti nel Paese avrebbero inviato, secondo il Cej, gruppi di predicatori che agirebbero sotto la copertura di attività caritatevoli, sociali e culturali. Lo stesso Cej ha definito «pericolose per la sicurezza del Paese» le attività di queste sette che «seminano zizzania in seno alla comunità cristiana e tra cristiani e musulmani». I cristiani di Giordania, per lo più ortodossi, cattolici, armeni cattolici e latini, sono circa il quattro per cento della popolazione del Paese, su un totale di cinque milioni e ottocentomila abitanti.
La «persecuzione» dei cristiani si inserisce quindi in realtà indubbiamente multiformi, rendendo difficile anche stabilire una via efficace di intervento. La condizione dei cristiani in Iraq però è sempre più evidente. Chi espatria è in grande difficoltà, ha spiegato il vescovo Sleiman all'agenzia Sir, non ha trovato lavoro e parlare di rientro è presto. Qualcuno prova a ritornare in patria. ma sono casi isolati. «C'è sofferenza psicologica - ha spiegato ancora il presule - poiché tornare significa non aver realizzato niente. Molti per partire hanno venduto tutto, hanno lasciato il lavoro ed ora è difficile ritrovarlo. Qualcuno poi è costretto a rientrare perché espulso dal Paese ospitante. Il sentimento più diffuso tra i rifugiati cristiani è quello di aver perso legami con la Patria, con la sua cultura. Molti arrivano a dire "questa non è più la mia terra". Si registra. sì, un lieve miglioramento nella sicurezza ma la violenza continua anche sotto forme diverse».
Monsignor Sleiman ha ricordato come, nella scorsa primavera, migliaia di famiglie cristiane siano state costrette con la violenza a lasciare le proprie case e a fuggire senza portarsi dietro niente, dal quartiere di Dora a Baghdad: «O si convertivano all`Islam e pagavano le tasse musulmane, o davano le loro figlie ai miliziani, o dovevano abbandonare le loro abitazioni, pena la morte: questa era l'alternativa», ha raccontato il vescovo. Dal milione e duecentomila cristiani che vivevano nell'Iraq di Saddam Hussein, più della metà, secondo cifre ufficiose, sarebbero perciò fuggite all'estero.
Parole di speranza vengono dal vescovo di Aleppo dei Caldei (Siria), monsignor Antoine Audo: «I cristiani arabi o di cultura araba - spiega - sono degli interlocutori privilegiati per un confronto con l'Islam. La cultura araba può diventare un cammino che cristiani e musulmani possono percorrere insieme al servizio della società. Assumendo questa ricchezza culturale i cristiani possono rappresentare un'alternativa fraterna, una memoria storica e biblica per la teologia musulmana». Secondo il vescovo «i cristiani arabi possono costituire un legame di comunicazione con la modernità occidentale che invece potrebbe essere vista solo come pericolosa per una società tradizionale».
Il conflitto culturale è in effetti un formidabile detonatore anche dei contrasti religiosi. I cristiani arabi. spiega monsignor Audo, «nella misura in cui saranno capaci di interagire con gli aspetti positivi della modernità - libertà religiosa, separazione tra Stato e Chiesa, dialogo interreligioso potranno essere i mediatori privilegiati nelle società islamiche dei valori della giustizia e della pace». Questa comunicazione potrebbe avere influssi positivi anche sul dialogo interreligioso che «non deve limitarsi a discorsi di cortesia. La Siria attuale - afferma monsignor Audo - ha bisogno di luoghi dove cristiani e musulmani possano conoscersi e accettarsi nelle differenze». Un'impostazione condivisa anche dal fondatore della comunità di Sant'Egidio. Andrea Riccardi, per il quale «i cristiani in Medio Oriente non sono solo vittime della storia e di un presente che li spinge ad una posizione di cittadini di seconda categoria, ma sono anche protagonisti del presente. La loro situazione è ricca, sofferta e complessa. Non sono solo vittime dell'intolleranza mussulmana, ma sono una grande chance per il mondo mussulmano per non essere solo con se stesso».
Perché questo accada occorre però che anche i cristiani dimostrino la capacità di seguire un cammino comune. Su questo punto le difficoltà che si registrano in Libano sono allarmanti. Secondo il ministro degli esteri libanese, Tareq Mitri, «le divisioni tra i cristiani libanesi rischiano di distruggere non solo la presenza della chiesa maronita ma anche l'intero Paese». Il ministro ha lodato il ruolo del patriarca di Antiochia dei maroniti, il cardinale Nasrallah Sfeir. « Sfeir - ha spiegato - non si è schierato; anche se non è riuscito ad ottenere una riconciliazione, tuttavia ha ricordato e ricorda a tutti i cristiani qual è la posta in gioco, ovvero l'indipendenza e la sovranità del Libano». (Marco Bellini)
Marco Bellizi
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