Comunità di S.Egidio


 

08/03/2008


Andrea Riccardi: «Il mondo globalizzato ha bisogno dell'umanesimo fondato sulla sapienza della storia»
L'intervista - Lo storico: «Nella dimensione religiosa c'è una preziosa realtà universale»

 

Il discorso del Papa è un'altra bella pagina di umanesimo cristiano. In cui la Chiesa non difende solo se stessa da una "storiografia ostile", ma afferma il valore di un umanesimo fondato sulla sapienza della storia».

Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, ma in questo caso anche e soprattutto ordinario di Storia contemporanea all'Università Roma Tre, è piacevolmente sorpreso, oltre che convinto, delle parole rivolte ieri da Benedetto XVI ai membri del Pontificio comitato di Scienze storiche.

Professore, ma la storiografia è davvero minacciata da «positivismo e materialismo»?

Abbiamo avuto una storiografia positivista e ideologica, non c'è dubbio, che a appiattito lo spessore della storia a fatti meccanicistici, a fattori ideologici. Negli anni '70, quando Gabriele De Rosa volle riproporre la storia religiosa, dovette vincere forti resistenze e convincere i suoi interlocutori che la storia religiosa è storia di tutti, è storia sociale, che non possiamo trascurare. Mi vengono in mente poi figure come Mircea Eliade o Cari Gustav Jung, i quali sostenevano che l'archetipo religioso, la dimensione religiosa è una realtà universale dell'uomo, insopprimibile, quindi inscindibile dalla sua storia. Insomma, la «materializzazione» della storia ha comportato inevitabilmente una sua perdita di senso».

L'Italia, con la ricchezza del suo passato, dovrebbe essere immune da questo impoverimento.

E invece pensi al dibattito politico, dove la memoria storica non esiste praticamente più, pensi al problema dell'unità nazionale. La Repubblica dei partiti una volta amava far riferimento ad alcuni grandi nodi della nostra storia; l'Italia prefascista amava richiamarsi al Risorgimento: oggi, se uno accende la televisione, il massimo che può sentir dire in un dibattito politico è "tu eri comunista", "tu non eri comunista". Tutto qui. Ovviamente non si prova nemmeno spiegare cos'era davvero il comunismo.

Questo problema ha toccato in qualche modo anche la Chiesa?

In una certa misura sì. Siamo passati dal culto della pastorale o della sociologia ad altre cose, ma la dimensione della cultura storica, in questo senso, non mi pare si sia molto sviluppata. Inoltre abbiamo dovuto subire, per un certo periodo, una sorta di «fondamentalismo delle origini» nella lettura della storia della Chiesa. Ma non è che le origini arrivino a noi come se cadessero dal cielo. Ci giungono attraverso una lunga, travagliata storia, che è necessario conoscere e interiorizzare. La storia è il letto del fiume su cui scorre l'acqua della tradizione e del vissuto dei cristiani, senza il quale la tradizione stessa si fossilizza. Quanto bisogno abbiamo della storia per comprendere a pieno i padri della Chiesa, o per capire fino in fondo l'originalità di Francesco...

C'è chi pensa che, in fondo, senza la storia si vive bene lo stesso. Perché non «serve», non ha utilità pratica.

Volenti o nolenti, la storia ce l'abbiamo dentro. E non fare storia vuoi dire lasciar dentro di noi una profonda insoddisfazione, una domanda frustrata. In secondo luogo, in questo mondo complesso, globalizzato, senza frontiere, la storia diventa necessaria un po' come l'inglese per viaggiare. Quando uno si vede arrivare i musulmani o i cinesi vicino a casa sua, un po' di cultura storica, per orientarsi, la deve avere... non può più accontentare di una beata ignoranza.

Andrea Galli