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Non «un discorso apocalittico», ma che al contrario «valorizza la positività del fare, del comunicare e dell’educare». E che, soprattutto, ci dice con ottimismo cristiano che «anche il piccolo lavoro del prete, della comunità, il piccolo lavoro dell’educatore aprono una finestra di luce in questo tempo grigio ». Perché, alla fine, «la Chiesa è questo, è la comunione tra questi piccoli lavori, queste piccole speranze non schiacciate sotto una rassegnazione ma connesse a una visione di fede».
È in questa chiave che Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, legge la prolusione pronunciata dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, all’apertura della 58ª Assemblea generale della Cei, in corso da ieri in Vaticano. Discorso «forte» e, insieme, «un ragionamento originale sulla situazione italiana» che non a caso, osserva Riccardi, «parte dall’affermazione: 'Noi vescovi siamo segno eloquente dell’amore di Dio per il nostro popolo'».
Che cosa l’ha colpita di più della prolusione?
Credo che i punti «originali» siano diversi, dalla situazione italiana nel mondo al discorso sui Paesi dell’Africa e sull’emergenza alimentare, questo terribile «tsunami silenzioso». Ma andando più a fondo mi sembra che sia soprattutto da rilevare come non si cada in quella lettura pessimistica della storia italiana, tipica del nostro tempo, non si cada cioè in quella che Bagnasco chiama «fenomenologia del peggio». C’è invece una comprensione originale dell’uomo italiano, quale dev’essere quella della Chiesa. Di quest’uomo che oggi non è più asservito alla classe, alla razza, al lavoro, che però è funzionale al consumo, quest’uomo svuotato dall’interno ... Ecco, la domanda di fondo è: che cosa può dire la Chiesa a quest’uomo «spaesato», come lo chiama Tzvetan Todorov?
Una domanda che si apre immediatamente alla questione dell’emergenza educativa.
Sì, ed è molto importante l’affermazione che il primo problema dei giovani sono gli adulti. Quello del presidente della Cei, al riguardo, è un discorso sul problema educativo a tutto tondo, che non è solo il discorso della scuola, pur fondamentale, che non è solo il discorso della scuola libera, ma è quell’educazione cristiana che parte dalla comunicazione del Vangelo di Gesù. Dobbiamo chiederci chi siamo noi adulti, noi vescovi, noi preti, noi educatori, per questi giovani, che non respingono l’autorità, ma cercano l’autorevolezza dei testimoni e dei maestri. Questo mi pare la parte più importante, in quanto riguarda l’umanesimo cristiano che si comunica evangelizzando ed educando, anche se nella prolusione c’è una pagine «forte» sul mondo televisivo, perché secondo me c’è un grande allarme a questo livello, che meriterebbe di essere preso in considerazione molto, molto seriamente.
Come al solito si darà particolare enfasi alla parte della prolusione che entra più immediatamente nel dibattito politico. Come legge le parole di Bagnasco a questo riguardo?
Le leggo come un messaggio molto chiaro che il presidente della Cei invia alle due parti, e soprattutto a quelli che hanno vinto: «Avete la possibilità di governare bene, fatelo». E, in proposito, dice alcune cose che stanno a cuore alla Chiesa: la prima è il discorso sulla vita, che va dalla denuncia dei rischi di una mentalità eugenetica alla questione dei morti sul lavoro, che è una questione vergognosa in un Paese ricco come il nostro. La seconda cosa è la dignità del sistema scolastico, e poi c’è il discorso sulla immigrazione, di grande equilibrio, giocato sul concetto di non ghettizzazione degli immigrati, integrandoli in un’identità che preesiste.
C’è poi anche il tema sulla sicurezza.
Qui ho trovato il ragionamento molto originale, e a mio modo di vedere c’è un filo rosso che unisce l’idea che Bagnasco ha dell’Italiano come «uomo spaesato» proprio col discorso della sicurezza. Certo, c’è un incoercibile discorso che è il «bisogno di sicurezza», e quindi è grave non adottare misure efficaci, ma il punto importante è capire cos’è questa domanda di sicurezza, dialogare con essa, perché non si può rispondere solo con le misure di polizia. Questo non significa negare che ci siano difficoltà in alcune aeree del Paese, ma il cardinale invita a risalire a quella che è la radice di questa insicurezza, «che prima di essere un sospetto verso gli altri è senso di isolamento ». Cioè: qui c’è un’insicurezza profonda che viene dallo sradicamento, dalla solitudine, dalla non saldezza delle persone. Ecco, questo secondo me è il punto importante, e questo io ho estremamente apprezzato, perché lo trovo originale nel dibattito politologico. Non sarà una legge che renderà più sicura la gente, perché quella domanda viene dallo spaesamento. E la Chiesa sa, come dice il salmo, che «solo in Dio è sicura l’anima mia». Allora la grande sfida torna a essere quella di comunicare il Vangelo ed educare alla vita cristiana. È la sfida, in una vita che è strutturalmente insicura, di trovare la sicurezza in Dio.
Salvatore Mazza
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