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Unterstützung der Gemeinschaft

  

Dankgottesdienst zum 50. Jahrestag der Gemeinschaft Sant’Egidio

10. Februar um 17.30 Uhr in der Lateranbasilika des Hl. Johannes

Die ersten Personen sind 2018 durch die humanitären Korridore in Italien angekommen. Die neue Phase des Projektes, das zum Modell der Gastfreundschaft und Integration für Europa geworden ist


 
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17 November 2008 16:30 | Hilton Cyprus - Ballroom B

Intervento di Ciprian



Ciprian


Orthodoxer Bischof, Patriarchat von Rumänien

Prima di presentarvi qualche pensiero sul tema di questa tavola rotonda, vorrei rivolgere i nostri cordiali ringraziamenti a Sua Beatitudine Crisostomo II, l’Arcivescovo di Cipro, per l’amabilità di avere invitato la Chiesa Ortodossa Rumena a questo incontro.

È un grande onore per me partecipare a questi lavori, come delegato di Sua Beatitudine il Patriarca Daniel, in primo luogo perché questo convegno ha uno spiccato carattere di anniversario, dato che la Comunità di Sant’Egidio festeggia i suoi 40 anni di fruttuosa attività, apprezzata a livello internazionale, e in secondo luogo perché il tema oggetto di studio costituisce «l’espressione essenziale» di questa attività. I circa 50.000 membri della Comunità, sparsi in più di 70 paesi dei quattro continenti, si comportano da cristiani responsabili, coscienti della loro missione nel mondo contemporaneo, con l’intento di promuovere la pace con tutti i mezzi, dalle ben note «scuole della pace» organizzate per i bambini e fino agli sforzi per ristabilire e facilitare il dialogo tra gli Stati implicati in conflitti militari, oppure per coltivare e dinamizzare la fraternità e la solidarietà tra i popoli.

La «civiltà della pace» non è soltanto un tema emblematico, un tema «blasone» per la comunità di Sant’Egidio, ma anche materia di estrema attualità, in quanto sembra che anche nella nostra epoca si confermi la tesi secondo la quale la guerra, i conflitti, le lotte siano delle realtà permanenti nell’esistenza della società umana. I conflitti armati provocati da interessi economici e politici condannabili o da rivendicazioni territoriali ingiuste e tendenze revisioniste, il terrorismo determinato da sedicenti movimenti di liberazione e di emancipazione nazionale o dal fondamentalismo e fanatismo religioso, come anche le reti di organizzazioni criminali internazionali sono delle realtà tragiche con le quali l’umanità si confronta nel presente e si confronterà, purtroppo, sempre più nei prossimi decenni. L’attualità e implicitamente la necessità di dibattere questo tema derivano anche dal fatto che, abbastanza spesso, viene rimproverato ai cristiani che, in passato, dei conflitti e proprio delle guerre sono scoppiate per ragioni di ordine religioso. Simili rimproveri ugualmente riguardano la situazione attuale in certe regioni del mondo, dove esplosioni di violenza si celano sotto la maschera e le apparenze della fede. È per questo che è imperativa la necessità di valorizzare, affermare e confessare, applicandolo nella vita quotidiana, il messaggio cristiano pacificatore.

Senza adottare posizioni «pro domo», ma con un profondo rispetto per la verità storica e assumendo la nostra responsabilità per le situazioni presenti, si deve accettare che ci furono delle circostanze in cui alcuni cristiani hanno cambiato il «servire Dio» in «servirsi di Dio», che scatena e sostiene guerre «in nome della religione», senza comprendere che queste diventano inevitabilmente delle guerre «contro la religione». Sottolineiamo il sintagma «alcuni cristiani», soltanto «alcuni cristiani»! Sono coloro i quali, per diverse ragioni e sotto diversi pretesti, hanno ignorato la stessa Sacra Scrittura – fondamento di rivelazione della nostra fede. Nell’Antico Testamento, il termine «pace – eirini» viene utilizzato circa trecento volte, e nel Nuovo Testamento, più di cento, ricoprendo il più ampio spettro di significati. Talvolta significa l’integrità e la piena realizzazione della persona umana (Gb 9,4), altrove è sinonimo di «benedizione, riposo, gloria, ricchezza e salvezza». Secondo la Sacra Scrittura, la pace è il dono di Dio fatto agli uomini, «il frutto dello Spirito» (Gal 5,22) che «sorpassa ogni intelligenza» (Fil 4,7), e vita eterna (Rm 14,17).

Nella Chiesa dei primi secoli – la Chiesa indivisa, la Chiesa «modello» per tutti i cristiani – la pace autentica è legata indissolubilmente alla verità e alle grandi virtù della fede, della giustizia e dell’amore. È il campo in cui fiorisce il fiore della verità, la vigna dove matura la giustizia e da cui zampilla la sorgente vivificante della vera fede (Severianus Gabalensis, De Pace). Per il mondo contemporaneo, dove l’«homo oeconomicus» pensa e risente tutto – ivi compresa la pace – attraverso i suoi interessi egoisti, è da ritenere e sottolineare il fatto che, nella Chiesa indivisa, erano affermate senza riserva l’interdipendenza e la complementarità tra la pace e l’amore. «Se c’è l’amore, ci sarà anche la pace, e se c’è la pace, ci sarà anche l’amore» (S. Giovanni Crisostomo) era divenuto allora un principio essenziale della vita cristiana. Evidentemente, in queste condizioni, la pace comporta una dimensione interiore profonda, di «pace dello spirito» e del cuore. Lo stato di autentica e costante pace interiore può essere raggiunto attraverso il perdono, acquisito in quanto corollario della giustizia, attraverso l’acquisizione di questa «memoria passionis Christi» e «la fondazione» in unione con Dio glorificato nella Santa Trinità, giustamente glorificato perché Egli «riconcilia» la nostra vita. I cristiani adottavano tale comportamento nei riguardi di tutti i loro simili, senza alcuna discriminazione su criteri di appartenenza religiosa, di origine etnica o razziale o formazione culturale. La loro posizione era ispirata dall’antropologia cristiana, che afferma senza equivoci che tutti gli uomini sono «degli esseri razionali, creati a immagine di Dio».

L’insegnamento della Sacra Scrittura e l’esperienza di vita della Chiesa dei primi secoli chiama i cristiani del mondo intero a rendere testimonianza della speranza del Vangelo della pace proclamato a ogni creatura sotto il cielo (Col 1,23), del Cristo «che è la nostra pace… e ha abbattuto il muro di separazione – l’inimicizia» (Ef 2,14). Per professare insieme il Vangelo di Cristo, facciamo appello, innanzitutto, al dialogo intercristiano e interreligioso condotto nel rispetto dell’identità confessionale dell’altro. È proprio in questo che consiste il senso del nostro incontro! Noi siamo convinti che il dialogo concepito in questi termini e che ha come obiettivo la realizzazione della pace autentica è richiesto con insistenza dalle «esigenze dei tempi». Adesso, i conflitti rivestono delle forme inedite, determinate da strategie che mirano a imporre la globalizzazione, concepita come una «pax romana» nella quale la persona e l’ethnos perdono la loro identità spirituale. Ora più che mai, «la pace della natura» stessa è minacciata dalla cupidigia senza limiti, la concorrenza  economica sfrenata e la ricerca irragionevole del profitto. « Nunc tempora et mores mundi» indirizza a tutti i cristiani la chiamata ad aggiornare tutte le «potenzialità e le virtualità della pace» che Dio ha iscritto nelle loro anime e anche, più profondamente, nel loro genoma spirituale. Noi abbiamo il dovere di rispondere con prontezza e sollecitudine alla chiamata del mondo che Dio ha tanto amato «da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16)… Grazie al Suo aiuto, sulla terra, questa casa comune che Lui, il Creatore di tutto, ha costruito e ha lasciato in eredità a tutti i Suoi figli, si instaurerà il clima e l’atmosfera di grazia che regna nel Regno dei cieli. Allora, «Il lupo dimorerà insieme con l'agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà» (Is 11,6). Allora, gli uomini, «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell'arte della guerra» (Is 2,4).

Per concludere, porto il messaggio di pace e fraternità che la Chiesa Ortodossa Rumena rivolge a tutte le persone presenti, messaggio originato tanto dalla fede cristiana, definitoria per la nazione rumena, che dall’esperienza secolare di coesistenza dei Rumeni ortodossi con altre etnie e confessioni religiose, riguardo alle quali essi hanno sempre manifestato non solo tolleranza, ma anche un atteggiamento di comprensione per le loro tradizioni e culture specifiche, fondate sulla fede vissuta.

Noi speriamo di imparare ad amare di più il nostro prossimo, poiché siamo tutti fratelli tra noi e figli dello stesso Padre celeste.


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