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10/12/2016
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16 Novembre 2008 16:30 | University of Cyprus – Sport Centre

Relazione introduttiva del Prof. Andrea Riccardi



Andrea Riccardi


Storico, fondatore della Comunità di Sant’Egidio

Santità, Beatitudini, Eminenze,
Illustri Rappresentanti
delle Chiese cristiane, delle comunità ecclesiali, delle grandi Religioni mondiali,

oggi Cipro diventa il crocevia di tanti uomini e donne di religioni e culture differenti, che si incontrano, parlano, dialogano, pregano gli uni accanto agli altri, gli uni per gli altri.
Saluto tutti i partecipanti e ringrazio in particolare il Signore Presidente della Repubblica, Dimitris Christofias, per le sue parole di benvenuto e per la cordiale accoglienza del Governo cipriota. Formulo i miei migliori auguri per il successo delle sue azioni di pace e dialogo.
Mentre rivolgo a tutti i leader religiosi qui presenti il mio pensiero grato, non posso non segnalare il ruolo decisivo di Sua Beatitudine Chrysostomos II, Arcivescovo di Nea Giustiniana e di Tutta Cipro, nella realizzazione di questo evento. Da lui è partito l’invito a venire in quest’isola. Ma anche la Chiesa di Cipro ci accoglie con ospitalità generosa. L’Arcivescovo manifesta così una grande tradizione di accoglienza tipica della gente cipriota.
Ringrazio quanti hanno lavorato alla realizzazione di questo evento. Ringrazio la fattiva ambasciata di Cipro presso la Santa Sede,  il signor Charilaou, e tanti altri che non ricordo per brevità. Saluto i quasi mille che sono venuti dall’Italia e dall’Europa che, tra l’altro, offrono il loro contributo volontario alla riuscita di questi giorni.
 
La gente di Cipro sa che cosa vuol dire la pace, perché ha conosciuto il dolore della guerra e dell’abbandono delle proprie case. Cipro ha alle spalle una storia di convivenza tra due comunità etniche e religiose. Ma, da vari decenni, è divenuta ormai l’ultimo lembo di Europa occupata. Cipro sa cos’è il dolore della divisione, dell’odio e dell’assenza di dialogo: per questo accoglie con gioia questo nostro incontro. Gioisce quando la colomba di pace si posa su quest’isola e da qui parte l’arcobaleno della pace. Abbiamo l’ambizione di fare di quest’isola ferita un luogo di incontro e di dialogo nel Mediterraneo.
Le terre del Mediterraneo sono mondi dove si vive insieme tra gente diversa, religiosamente e etnicamente. La convivenza è difficile. Penso al vicino Libano. Come non avere nel cuore l’impossibile situazione della vicinissima Terra Santa? Vivere insieme è la sfida della sponda meridionale e di quella settentrionale del Mediterraneo, con la nuova emigrazione. E’ quella dell’intero Medio Oriente e dell’Iraq. Ma anche di tante parti del mondo. Per vivere insieme, bisogna comprendere che la presenza dell’altro, anche se molto diverso, è un dono. Infatti la civiltà è tale, se non ha un solo colore, ma è arcobaleno, frutto di meticciati profondi tra storie e identità diverse. Il mondo in cui l’altro, il diverso, è soppresso, è la terra delle barbarie. La vera civiltà è quella del vivere insieme.

Eppure, perché parlare oggi di religioni e di civiltà del vivere insieme, quando il mondo è preso da un tracollo finanziario, la cui portata ci sfugge?
Siamo in un passaggio difficile della storia. Tante sicurezze sono scosse. Un prezzo altissimo della crisi sarà pagato dai più poveri del mondo, mentre i paesi industrializzati concentrano la loro attenzione nella tutela dei loro contribuenti. Lo nota con dolore un recente appello del mio amico Michel Camdessous, di Kofi Annan e di Robert Rubin. I quali, però, osservano che tale crisi può essere d’impulso per radicali cambiamenti. C’è bisogno di radicali cambiamenti. Ma, per realizzarli, c’è bisogno di più spirito e di più umanità. Uno spirito e un senso di umanità che mostrano come sia intollerabile un mondo con tanta miseria e ancora segnato da tanti conflitti.

Veniamo a Cipro, isola mediterranea bella e ferita, da un cammino, che ha mostrato la forza pacifica ed efficace dello spirito.
La nostra storia viene da lontano. Dal 1986. Allora accadde un evento eccezionale nella storica città italiana di Assisi, patria di San Francesco. L’invito sincero di un papa, Giovanni Paolo II, raccolse tanti leader religiosi della terra. Non fu un negoziato. Solo un incontro. Parole semplici, riconoscersi fratelli, pregare gli uni accanto agli altri. Molti si chiedevano nel clima della guerra fredda, della secolarizzazione vincente: le religioni non erano un fatto arcaico, destinato a scomparire con il progresso della modernità? Che potevano fare le religioni di fronte al sistema politico-militare della guerra fredda?
L’evento di Assisi mise in luce uno spirito: lo spirito di Assisi che ancora soffia forte. Mai era successo qualcosa di così semplice e decisivo. Giovanni Paolo II, con sguardo profetico, aveva intuito che le religioni avrebbero avuto un ruolo decisivo. La sera del 27 ottobre 1986, sul colle di Assisi, in un grande freddo, di fronte a un cielo terso, disse:
“Insieme abbiamo riempito i nostri sguardi con visioni di pace: esse sprigionano energie per un nuovo linguaggio di pace, per nuovi gesti di pace, gesti che spezzeranno le catene fatali delle divisioni ereditate dalla storia o generate dalle moderne ideologie…”
Vedere vicini leader delle grandi religioni, cristiani, ebrei, musulmani, buddisti, induisti, nel rispetto e in un clima spirituale, fu una visione di pace. Faceva molto freddo, ma il cielo del futuro era terso. Era l’utopia di un papa mistico? Il sogno consolatorio di fronte alla potenza dei due imperi della guerra fredda?
Noi della Comunità di Sant’Egidio non lo abbiamo creduto. Eravamo ad Assisi quel 27 ottobre 1986 e sentimmo il fremito della storia e il fascino di una profezia. Giovanni Paolo II disse, alla fine del suo discorso: “La pace è un cantiere, aperto a tutti e non soltanto agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi”. Rispondemmo: quel cantiere é il nostro cantiere!
C’è bisogno di lavoro nel cantiere della pace: tante guerre aperte. Non solo di specialisti. Noi, allora per lo più giovani, sentimmo che la pace era il nostro cantiere. Che lo spirito di Assisi doveva continuare a soffiare. Ed abbiamo testardamente e appassionatamente continuato a incontrarci, anno dopo anno. C’è chi ha detto che era inutile: una ripetizione rituale l’incontrarsi ogni anno; le religioni non avrebbero cambiato il mondo. Ma Assisi è stata una profezia: gente diversa insieme nel segno della pace, attenta alla realtà dell’umano.
La Comunità di Sant’Egidio è un piccolo popolo di credenti, figlio della Chiesa cattolica, che vive in tante parti del mondo, in Europa, in Africa, in Asia, in America: molti sono giovani, gente povera e semplice, tutti siamo amici dei poveri e dei bisognosi. Sì, i primi amici di Sant’Egidio non sono i grandi, ma i poveri, quelli delle città europee, i malati di AIDS in Africa, i carcerati, i mendicanti… I poveri sanno che la guerra è madre di tutte le povertà e che conflitto e violenza generano miseria e sono pagati prima di tutto da loro.
Cresciuti alla scuola del Vangelo, abbiamo orrore per la guerra e sentiamo che la pace è la nostra vocazione. La pace non è solo la fine della guerra: è solidarietà con i tanti, troppi, milioni di poveri nel mondo. Se vogliamo la pace, dobbiamo andare incontro ai poveri! Non c’è pace, quando tanti milioni di donne, di bambini, di uomini, subiscono la violenza della povertà! Questa non è teoria, ma coscienza viva di chi ha visto soffrire i poveri. Tanto dolore non è sopportabile.
Da quel 1986, ci siamo caricati sulle spalle lo spirito di Assisi e lo abbiamo portato negli angoli del mondo. Come una bestia da soma, portandolo in tanti angoli del mondo. Tanto che oggi risulta difficile distinguerci da questo spirito.

Lo spirito di Assisi manifesta la forza dello spirito. Ad Assisi si vedeva l’abbraccio tra uomini di religioni diverse che non si erano capiti per secoli, avevano avuto contrasti  o peggio si erano combattuti. Abbiamo compreso il legame profondo tra un autentico spirito religioso e la ricerca del gran bene della pace. Abbiamo visto come il mondo dello spirito abbia una sua forza, forza umile e debole, nei confronti di quella arrogante del potere politico o economico. E’ la forza della preghiera, dell’amore, del dialogo, dell’incontro. Sì, il mondo spirituale ha una sua forza pacifica e pacificatrice, che cambia gli uomini e la storia.
Infatti, dopo Assisi 1986, alcuni gesti di pace, non violenti, hanno spezzato le divisioni delle moderne ideologie. Fu la fine del mondo sovietico, che voleva costruire un futuro nuovo, calpestando la libertà dell’uomo. Abbiamo visto la forza della pace e dei valori dello spirito in varie transizioni pacifiche degli anni Novanta, come quella (che sembrava impossibile) dell’Africa del Sud di Nelson Mandela. Lo spirito di Assisi si è mostrato efficace anche nel lavoro della Comunità di Sant’Egidio. Questa, nel 1992, concluse l’accordo di pace tra governo e guerriglia in Mozambico, dopo che quel paese aveva pagato il prezzo di un milione di morti. La forza dello spirito può estinguere la guerra.

Oggi le religioni occupano la scena della vita pubblica con molta più evidenza che vent’anni fa. André Malraux diceva che il XXI secolo sarà quello delle religioni o non sarà. Ma le religioni sono purtroppo anche benzina gettata sul fuoco della guerra. E’ la storia dei fondamentalismi religiosi, dell’odio e della violenza in nome di Dio. Sì, le religioni possono essere acqua che spegne il fuoco dell’odio, ma anche benzina che lo infiamma. Per questo debbono coltivare un linguaggio di pace. Per questo, soprattutto, debbono coltivare la profonda ricerca di Dio, che porta a trovare lo spirito di pace che è al fondo di ogni religione.
Lo scorso anno eravamo a Napoli, in un incontro di pace circondato da grande fervore di popolo (e ringrazio ancora il card. Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli). Allora Benedetto XVI, incontrando i leader religiosi, parlò dell’autentico spirito di Assisi e disse:
“si oppone ad ogni forma di violenza e all’abuso della religione quale pretesto per la violenza. Di fronte a un mondo lacerato da conflitti, dove talora si giustifica la violenza in nome di Dio, è importante ribadire che mai le religioni possono diventare veicoli di odio; mai, invocando il nome di Dio, si può arrivare a giustificare il male e la violenza. Al contrario le religioni possono e devono offrire preziose risorse per costruire un’umanità pacifica, perché parlano di pace al cuore dell’uomo.”
Lo spirito di Assisi si oppone alla violenza in nome di Dio. Per questo lo spirito è soffiato con forza a Napoli e soffia qui con tanta forza. Il nostro parlare, il nostro incontrarci, sarà soffiare con tutto il fiato dei nostri polmoni, perché questo spirito cresca, abbracci menti e cuori, divenga il vento di una nuova stagione per le donne e gli uomini, per il mondo intero: divenga una cultura e un clima di pace.

Tanti dicono che una civiltà di pace è impossibile e che bisogna rassegnarsi alla dura realtà. Dicono che questa è la natura dell’uomo e dei popoli. Sono quelli che credono che la guerra crei la pace, anche se lascia quasi sempre un’eredità di veleno. Sono quelli che affermano che la pace possa venire solo dallo sviluppo del mercato, che si affidano all’unica provvidenza vera per loro: il mercato. E, nell’ultimo mese, abbiamo assistito al fallimento di questa fiducia nel mercato. Bisogna essere ragionevoli e saper trarre la lezione dalla storia. Non sarà la provvidenza dell’economia a portare la pace. Non sarà un unico paese, per quanto potente. Non sarà un unico attore. Gli attori e i protagonisti della storia oggi sono tanti e forti. Non siamo sognatori, ma realisti. La realtà è complessa, determinata da tanti.
Chi ha camminato sulla via dello spirito, sa bene che la realtà non può essere ridotta a solo economia e a sole leggi brute della forza. Un mondo nuovo è possibile: non come il frutto di una magia, ma come un processo paziente di costruzione di una civiltà del vivere insieme, nel piccolo dialogo quotidiano, nell’incontro, nel rispetto per la libertà e la personalità altrui, nella solidarietà con i più poveri, con i piccoli, con la vita in tutte le sue manifestazioni e stagioni. Per costruire un mondo nuovo c’è bisogno di più umanità e di più spirito. Umanità e spirito possono realizzare una vera comunità umana, una comunità di popoli.  
Non sarà uno specialista, non un potente, non un uomo solo, a costruire un mondo nuovo. Ma lo saranno i popoli, con l’aiuto di Dio, con il rispetto verso tutti. C’è bisogno di più spirito, spirito di pace, spirito di compassione in questa stagione: può essere l’alba di un mondo migliore o un tempo di caos.
Le religioni fanno sperare milioni di donne e di uomini: nella possibilità di perfezionarsi personalmente, in un mondo migliore, nella vita eterna. Le religioni sono una patrimonio di speranza. Ma non siamo troppo rassegnati alla realtà della guerra, dei tanti conflitti armati, di troppa povertà? Non siamo troppo rassegnati a una mentalità da conflitto permanente tra nazioni, tra culture, tra religioni? Non lo sono proprio gli uomini e le donne, credenti, che sono portatori della speranza?
Per questo siamo qui: per confrontarci, dialogare, stringere amicizie che durano ed allontanano l’odio, che troppo spesso viene seminato nelle menti.
Dobbiamo, illustri amici, sperare in una civiltà di pace vera, fatta di ripudio della guerra, di convivenza sincera tra culture e religioni diverse, di solidarietà con i più poveri. Dobbiamo sperare che dal mondo dello spirito scaturisca un vero umanesimo, capace di compassione.
Diverse sono le nostre convinzioni, le nostre tradizioni, la nostra fede. Questo non ci spinge all’odio o al disprezzo. Non ci spinge nemmeno a cancellare le differenze. Non sarebbe giusto! Ma la pace nella differenza è il vero segno di cui ha bisogno il nostro tempo: segno di umanità, di libertà, di ricchezza. Per questo siamo tanto grati a voi tutti che, da questa Cipro bella in un mondo difficile, invierete un segnale di pace: quello della colomba e dell’arcobaleno.  
 

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