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04/12/2016
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17 Novembre 2008 16:30 | Hilton Ciprus - Kantara Hall

Intervento di Françoise Rivière



Françoise Rivière


Direttore generale aggiunto per la Cultura dell'UNESCO

Monsignore,
Eccellenze,
Signori e Signore,

La celebrazione che ci riunisce si riconduce ad un fondamento primordiale, ossia la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, come è giusto fare, pur sottolineando che questo avanzamento decisivo non può neppure essere un’acquisizione definitiva. Dobbiamo allo stesso tempo ricordare che si trattava di un risultato, di conseguenza tributario di una lunga storia, e valutare fino a che punto questo compimento è esposto alle ingiurie del tempo.

Questo testo è stato affidato alle generazioni a venire, e la nostra è la prima di queste ad assumersene la responsabilità. Per riconoscere tutta la sua portata, è necessario mantenere viva la riflessione sulle condizioni che ci hanno portato alla sua adozione, e insieme difenderne attivamente tanto la lettera che le spirito, contro i tentativi e le tentazioni di corromperne il senso, o di opporvi accezioni contrarie della condizione umana.

Quest’opera è essenziale per la capacità di sopravvivenza dell’umanità, ora che questa passa per quanto chiamerò una struttura per giustapposizione ad una consistenza continua su scala planetaria. Una simile umanità globalizzata può sfuggire al fallimento generalizzato soltanto nella stretta misura in cui si fonda sui diritti umani.

In questo prospettiva vorrei prendere in esame in questa sede l’anteriorità dell’Atto costitutivo dell’UNESCO rispetto alla Dichiarazione universale del 1948.

Adottato il 16 novembre 1945, alla vigilia del Processo di Norimberga, questo testo è in effetti impregnato di una logica e di una speranza che mi sembrano andare al di là degli stessi diritti umani. Fondandosi sull’”ideale democratico di dignità, di eguaglianza e di rispetto della persona umana”, questo testo inquadra in qualche modo la nozione di diritti umani.

Ancor più, pone un “ideale di dignità”; più vicino di questa alla materialità, si rivolge alla persona umana; insomma, più che diritti normativi, propone un metodo fondato sulla democrazia e il rispetto, cioè modi concreti di organizzarsi e di comportarsi.

L’obiettivo, “la solidarietà intellettuale e morale dell’umanità”, supera l’affermazione di diritti e suona come un appello ad un processo dinamico collettivo, produttivo di un bene comune.

Insomma, quest’Atto costitutivo, ispirato dagli stessi ideali “di pace universale e di prosperità comune dell’umanità”, in vista dei quali è stata creata l’organizzazione delle Nazioni Unite e che sono alla radice della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, mette l’accento su dimensioni forse più ampie e più concrete.

Si rivolge alla persona, nella sua pienezza di essere vivente e non semplicemente di soggetto di diritto. E’ qui che si fonda il primato della cultura e dell’educazione come strumenti per favorire un progresso verso la pace, progresso esplicitamente affidato al movimento dei popoli, detti anche di collettività.

Infine l’entità cui si mira è proprio l’umanità, ossia una comunità. L’accento è posto sul movimento, non sullo statuto. Infine, se tutto questo è qualificato come « dovere sacro » degli Stati, l’agente attivo sul quale sono poste tutte le speranze è la relazione tra gli uomini, e non ciascuno di loro.

Manca il tempo per approfondire la dimensione di umanità che questo testo introduce, e che mi sembra organizzare uno sforzo, oso dirlo, coinvolgente rispetto alla semplice affermazione dei diritti umani.

Mi limiterò semplicemente a ricordare l’apporto significativo che l’UNESCO nascente ha fornito alla formulazione della dichiarazione del 1948. Su iniziativa del Direttore Generale dell’epoca, Julian Huxley, una sessantina di personalità tra cui ricordo il Mahatma Gandhi, Salvador de Madariaga, Benedetto Croce, Emmanuel Mounier, Chung Shu Lo, ecc. furono consultati nel 1947. I loro contributi diedero luogo ad un seminario dal 26 giugno al 2 luglio 1947, le cui conclusioni furono trasmesse alle équipes che lavoravano al progetto della dichiarazione.

La lettura di questi contributi, commovente, appassionante, rivela a distanza di tempo un tratto singolare: praticamente tutti i loro autori insistono sulle controparti collettive che giudicano necessarie al pieno esercizio dei diritti individuali.

I tempi che ci aspettano dovrebbero ricordarci tutto questo. Mentre la necessità di proclamare continuamente, di difendere sempre e di affermare instancabilmente nei fatti i diritti umani resta un’urgenza pressoché assoluta nel mondo in cui viviamo, la nostra nuova appartenenza ad un’umanità coestensiva con la terra intera invita a maturare poco a poco, ma sempre di più, l’idea di doveri collettivi che abbiamo gli uni verso gli altri.

Questi doveri – e lascerò quest’idea in sospeso per le nostre future riflessioni – non sono fondati in anticipo da una qualsiasi istanza, e soprattutto, non da quelle che li brandiscono in contraddizione con i diritti umani in quanto diritti individuali.

Sono invece l’effetto del pieno sviluppo dei diritti umani, nel senso che la pienezza della dignità umana comporta necessariamente la relazione con l’altro e dunque la cura del bene comune.

Questo slancio verso la dimensione di fraternità inscritta nel più profondo dei diritti della persona umana è in ultima analisi profondamente naturale, e tutta la scommessa dell’Atto costitutivo dell’UNESCO è fondarsi su questa intuizione: l’educazione, la cultura, la comunicazione, la libera ricerca della verità non hanno certo l’ambizione di piantarne il seme, ma di favorirne la crescita.

Meditando la frase emblematica dell’ideale dell’UNESCO “le guerre nascono nell'animo degli uomini ed è l'animo degli uomini che deve essere educato alla difesa della pace”, vi troviamo due nozioni superiori, che meritano di essere poste accanto ai diritti umani.

La prima è che l’ideale non è da proclamare come un diritto né da imporre come un dovere, ma da far avvenire, attraverso la libera ricerca della verità nell’animo degli uomini (e non solo attraverso la virtù dei soli diritti dell’Uomo), attraverso il loro libero intelletto.

La seconda è che le difese della pace ci sono già nell’animo degli uomini, di tutti gli uomini e donne quali essi sono, e che basta permettere loro di levarsi, di elevarsi come fa il pane sotto l’effetto del lievito, perché si compia un progresso decisivo, al di là del diritto e le norme, nell’ordine della vita, del rispetto e della solidarietà umana.

Insomma, l’invito a chinarci sulle condizioni del dialogo tra culture, religioni, società, conduce quasi necessariamente a interrogarsi sulle capacità degli individui, membri di queste società, fedeli di queste religioni, eredi di queste culture, a dialogare tra loro.

Scelgo di proposito questo termine “s’entretenir” (dialogare) perché esso evoca l’idea di “entretien”, cioè un po’ più di un dialogo, un po’ meno di un dibattito o una discussione, una conversazione. Ma esso vuole anche dire l’attenzione costante volta a mantenere in buono stato qualcosa, a coltivarla, a conservarla al meglio della sua forma.

Conversazione, conservazione, le due parole si riflettono, e si fondano sull’idea di entretien, per mettere in evidenza l’idea su cui vorrei soffermarmi, cioè che la chiave della nostra problematica è di puntare tutto sulla relazione tra gli uomini, individui indissolubilmente innestati in culture, storie, vissuti e sogni di futuro, uomini e donne la cui singolarità è fatta per natura dall’incrocio sempre rinnovato di appartenenze multiple e di destini nuovi.

Dobbiamo trovare nella persona umana, in ogni uomo, in ogni donna, la leva di questa propensione alla pace che ci anima, o piuttosto sta a loro forgiarla per favorire i loro dialoghi. Favorire questi dialoghi è dunque il metodo propizio al fine perseguito, e qui risiede il ruolo dell’educazione, della scienza, della comunicazione, della cultura.

Coltivare la cultura, le culture, significa generare una cultura del dialogo, dei dialoghi. 

E, se si deve concludere con una parola che invece speri di aprire ad uno scambio creativo, suggerirei di passare dal concetto di cultura della pace, che può essere intesa, foss’anche a torto, come il fatto di coltivare una varietà particolare di nozione chiamata pace – ma allora attraverso chi, con quale diritto, fino a che punto? – al concetto di cultura per la pace, che ha il vantaggio di suggerire fortemente che si vis pacem, cole culturam! Se vuoi la Pace, investi nella cultura!

Vi ringrazio.


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