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17 Novembre 2008 09:30 | Hilton Cyprus - Ballroom B

Intervento del Card. Stanislaw Dziwisz



Stanislaw Dziwisz


Cardinale, Arcivescovo di Cracovia, Polonia

Vorrei dire qualche parola come testimone della vita e del servizio pastorale di Karol Wojtyla, arcivescovo di Cracovia, che dal 16 ottobre 1978 divenne Successore di Pietro, assumendo il  nome di Giovanni Paolo II.
Per capire la personalità di Giovanni Paolo II, il suo modo di guardare ed affrontare i problemi del mondo contemporaneo, occorre tener presente non soltanto la sua profonda fede in Gesù Cristo, Redentore dell’uomo, ma anche la sua esperienza personale di due regimi totalitari che ha profondamente segnato la sua vita. Dopo quasi sei anni di terrore nazista durante la seconda guerra mondiale vissuti non lontano dai crematori di Auschwitz, il giovane prete ed in seguito vescovo Karol Wojtyła è stato messo davanti ad un’altra enorme sfida: predicare il Vangelo ed essere pastore della Chiesa in un sistema che non solo s’appoggiava su un’ideologia atea, ma anche cercava d’imporla a tutti, usando i mezzi che disprezzavano la libertà dell’uomo. Era un sistema che negando Dio finì per negare l’uomo creato a immagine di Dio (cf. Gn 1, 27) come essere libero. Aggiungiamo che in quei tempi la Polonia faceva parte del cosiddetto “blocco sovietico”, in cui i cittadini non godevano di libertà politica, né culturale.
Dalla sua esperienza dei due totalitarismi Giovanni Paolo II ha imparato che la vera pace può essere costruita soltanto sulla base di rispetto per la piena verità sull’uomo, per la sua libertà e dignità. La pace è frutto della libertà concepita e vissuta come dono e come impegno per le giuste e solidali relazioni tra singoli, tra gruppi sociali e nazioni. La libertà raggiunge la sua forma matura nella solidarietà.
 
Evidentemente, dopo la sua elezione a pastore della Chiesa cattolica, lo sguardo del nuovo Papa ha guadagnato una nuova prospettiva, il suo cuore si apriva a tutti. L’esperienza polacca lo ha preparato formando la sua sensibilità per percepire, pensare ed agire in una prospettiva universale. Doveva affrontare nuove situazioni e sfide, nuove culture e mentalità. Sentiva la responsabilità di dover guidare non soltanto la Chiesa cattolica, ma anche di dover entrare in dibattito sui grandi problemi del mondo d’oggi, per servire l’uomo, indipendentemente dalla sua razza, lingua e religione. Questo lo portava ad intensificare non soltanto i contatti ecumenici con le altre Chiese e Comunità ecclesiali, ma anche ad entrare in dialogo con le grandi religioni e con gli uomini di buona volontà.
Posso dire che Giovanni Paolo II durante il suo pontificato ha vissuto in profondità tanti conflitti, tensioni, attacchi terroristici e guerre che scoppiavano nelle diverse parti del mondo. Tutti questi difficili avvenimenti diventavano oggetto dei suoi colloqui con i più stretti collaboratori, dei suoi interventi – spesso riservati, ma efficaci. E’ difficile contare tutti i suoi appelli per salvare la vita delle persone, per alleviare le sofferenze delle vittime innocenti, per salvare la pace. Ma soprattutto – e qui vorrei dare la mia personale testimonianza – Giovanni Paolo II portava tutti i grandi problemi dell’umanità al trono dell’Altissimo. Portava questi problemi alla sua cappella, al luogo della preghiera, dove – su esempio di  Mosè – intercedeva in favore del popolo di Dio, di ogni popolo, di ogni uomo. Mai dimenticherò la figura del Santo Padre in ginocchio, davanti all’altare, dopo aver appreso la notizia su un avvenimento che minacciava la pace nel mondo.
 
Questo stile di guardare e vivere i grandi problemi del mondo da parte di Giovanni Paolo II, ha trovato la sua espressione molto densa durante la Giornata mondiale di preghiera per la pace ad Assisi, il 27 ottobre 1986. Sul contesto di questo avvenimento ho detto qualche parola nel mio libro “Una vita con Karol”.
Lasciamo parlare Benedetto XVI su questo avvenimento, ricordato da lui venti anni più tardi (2 IX 2006): “L’iniziativa promossa vent’anni or sono da Giovanni Paolo II assume il carattere di una puntuale profezia. Il suo invito ai leaders delle religioni mondiali per una corale testimonianza di pace servì a chiarire senza possibilità di equivoco che la religione non può che essere foriera di pace. Come ha insegnato il Concilio Vaticano II nella dichiarazione Nostra Aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, «non possiamo invocare Dio come Padre di tutti, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni uomini creati ad immagine di Dio» (n. 5). Nonostante le differenze che caratterizzano i vari cammini religiosi, il riconoscimento dell'esistenza di Dio, a cui gli uomini possono pervenire anche solo partendo dall’esperienza del creato (cf. Rm 1, 20), non può non disporre i credenti a considerare gli altri esseri umani come fratelli. A nessuno è dunque lecito assumere il motivo della differenza religiosa come presupposto o pretesto di un atteggiamento bellicoso verso altri esseri umani”.
 
Oggi possiamo dire: Giovanni Paoli II è stato profeta della pace. In che senso? Egli intravvedeva le condizioni della pace. La pace è risultato del rispetto della verità, della dignità della persona umana, della libertà. La pace è frutto della giustizia e della solidarietà. Giovanni Paolo II non si risparmiava per contribuire alla realizzazione di queste condizioni. Egli si impegnava affinché gli uomini e donne di diverse culture, confessioni e religioni possano incontrarsi nel rispetto e nell’ascolto reciproco. Egli creava occasioni di incontri, in cui i partecipanti potevano  risvegliare la coscienza che tutti siamo figli di un unico Dio.
 
Concludendo il mio intervento vorrei soffermarmi su un aspetto che ritengo molto importante. Giovanni Paolo II sapeva bene, che la pace non si costruisce da soli. Perciò ha sempre cercato di coinvolgere più persone possibili. Egli cercava persone e ambienti che condividevano il suo desiderio di pace, i suoi metodi nel cercarla, che erano pronte a impegnarsi per essa. Uno degli ambienti che comprendeva e condivideva il suo desiderio di pace e sul quale egli volentieri s’appoggiava era l’ambiente della Comunità Sant’Egidio. All’inizio sembrava che la preghiera dei rappresentanti delle religioni per la pace sarebbe stata un occasione puntuale, senza continuità. Ben presto però divenne chiaro che questo evento apriva una nuova strada, apriva un nuovo orizzonte che andava ben oltre gli schemi a cui eravamo abituati e richiedeva il coinvolgimento di tutte le forze della Chiesa. Giovanni Paolo II concepiva l’impegno per la pace come “un cantiere aperto a tutti”. La Comunità di Sant’Egidio di Roma divenne uno degli eccezionali strumenti di questo coinvolgimento. La Comunità Sant’Egidio ha percepito nella voce del Papa una vocazione da accogliere. Penso che la risposta a questa vocazione ha contribuito a definire l’identità della stessa Comunità di Sant’Egidio.    
Sono molto riconoscente a questa Comunità che continua ad impegnarsi profondamente per coinvolgere le religioni in un dialogo che aiuti a difendere e a costruire la pace nel nostro mondo. Il Santo Padre era convinto che occorreva unire le forze, le preghiere, le volontà degli uomini, per superare le divisioni e le sterili diffidenze.
Ripeto: su questa terra noi tutti siamo figli di un unico Dio. E’ un messaggio da portare e da testimoniare in ogni angolo del nostro pianeta. La Comunità di Sant’Egidio già partecipa a questa missione profetica che è una sfida per tutti.
Allora: coraggio e grazie!

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