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NO JUSTICE WITHOUT LIFE – VIII Conferenza Internazionale dei Ministri della Giustizia – Roma, Campidoglio – 29 novembre 2013

Marazziti Mario
 

Si dice: quando si commette un crimine efferato e una persona si pone fuori dalla comunita’, la pena di morte e’ necessaria. E’ solo la ratifica del fatto che quell’essere umano si e’ macchiato di un crimine che lo mette fuori dalla comunita’ umana. E’ quello che il mondo, gran parte del mondo, ha pensato per secoli, millenni. Era, in Occidente, la teoria dell’”arto amputato” per impedire che la malattia mortale si estendesse a tutto il corpo. Ma nessun essere umano smette mai di essere umano, anche il piu’ violento, anche chi sembra un animale. E non si restituisce mai la vita a una vittima togliendone un’altra. Non si toglie mai il dolore profondo alle famiglie, eliminando un’altra vita umana e creando nuove vittime.

La pena di morte c’e’ sempre stata. Come in Giappone, in Iraq, in Egitto, in Arabia Saudita, in Cina, in Iran non sembra essere un problema avvertito da gran parte dell’opinione pubblica, così non è stato un problema nel mondo, praticamente dagli inizi dell’umanità. Tranne poche eccezioni, la pena di morte è stata presente in tutte le civilta’ e anche in Occidente. Anche la schiavitu’ e la tortura sono state normali per secoli, per millenni. Si pensava: sono fatti naturali nella società, fanno parte dello sviluppo economico, del diritto dei vincitori.

•                Ma oggi la schiavitù e la tortura sono considerate fuorilegge. Anche se ci sono 300 mila bambini soldato, anche se ci sono decine di milioni di bambini-schiavi, 50 milioni ogni anno di bambini e persone che non esistono e si aggiungono a quelli dell’anno prima: gli Invisible children, per cui la comunità di Sant’Egidio ha lanciato il programma Baravo!, il più efficace programma gratuito di registrazione anagrafica alla nascita. Per fare esistere ed eliminare la madre di tutti gli abusi, quella che fa morire anche si è ancora vivi.

•                Cito questo fatto perché la battaglia contro la pena dim rote fa parte di un’unica battaglia, per la dignità della vita umana, sempre, e per liberare le soscietà dall’illusione che quando si elimina una vita umana un problema può sembrare risolto. E’ una illusione: perché in realtà umilia ogni volta l’intera società al livello di chi uccide.

•                E’ quello che è diventato chiaro anche in casi clamorosi: l’orribile filmato e le risate dell’impiccagione di Saddam Hussein, sul cui orrore si è fatto l’ultimo miglio della prima, storica, Risoluzione dell’assemblea Generale delle Nazioni Unite per una moratoria universale delle esecuzioni cpaitali, in vitsa della piena abolizione.

•                E l’uccisione selvatica anche nei modi, come selvaggina, di Muhammad Gheddafi. Quando la vendetta, la sproporzione di violenza, qualunque fosse stata prima la vita dell’obiettivo di morte è risaltata in tutta la sua ovvietà: vendetta. Nient’altro.

•                Il linguaggio poi copre tutto. Anche in Italia si dice “giustiziare”, da “fare giustizia”, mentre si uccide. In inglese si dice “to execute”, “eseguire” suona in Italiano. Cioè semplicemente “obbedire”, oppure “compiere un ordine” o “portare a termine”, con un linguaggio neutro, che potrebbe essere applicato ai compiti a casa di uno studente, a un esercizio di matematica.

Vedete, questa grande battaglia di civiltà, per una giustizia dal volto umano, è anche una grande battaglia culturale e una battaglia che qualifica la qualità delle leadership. Fa la differenza tra la concezione della politica come “gregaria” , “followship” – quella che insegue l’opinione pubblica e gli istinti della popolazione per trovare consenso, e quell ache è davvero capace di “leadership”, che costruisce il consenso attraverso le scelte giuste e coraggiose, che portano la maggioranza anche attraverso difficoltà, ma non la lascia sola e, alla fine la porta fuori dal Mare Rosso, come Mosè, come Churchill durante la Seconda Guerra Mondiale, come Martin Luther King nella sua battaglia per i diritti civili, come il Mahatma Gandhi, come Nelson Mandela.

•                Sembrava impossibile che una societa’ potesse fare a meno della schiavitu’ per reggersi economicamente. Oggi sappiamo che era falso. La pena di morte sembra la risposta natural alla violenza estrema nella societa’ e un dovere per lo stato, quello di eliminare il criminale per conto della comunita’. Ma non e’ vero. E’ arrivato il tempo perche’ la pena di morte diventi come una vecchia television nel museo, oggi che viviamo nell’epoca degli smartphone, di iPhone e Android.

•                Perche’, anzitutto? Perche’ quando lo stato uccide in nome della comunita’, abbassa tutta la comunita’ – l’ho detto -  al livello di chi uccide. Perche’ quando lo stato uccide dopo anni, a sangue freddo, compie un’azione piu’ efferata di chi ha commesso un crimine in preda di una mente malata, o della droga (e la maggior parte degli autori di crimini di pena di morte hanno molto a che fare con l’uso della droga), o della rabbia di un momento, o della paura mista a violenza e aun’educazione violenta. Compie un’azione piu’ terribile, lo stato, perche’ aggiunge un calcolo e una scientificita’ chef anno la differenza. E’ la differenza tra una prigione normale e un campo di sterminio, dove ogni azione e’ calcolata per distruggere. Quando e’ lo stato a uccidere c’e’ una sproporzione di forza tra chi e’ ormai detenuto e non puo’ piu’ nuocere alla collettivita’, che rende quella morte non una esecuzione, ma un delitto, non giustizia, ma vendetta.

•                Non rende la societa’ piu’ sicura. Colpisce sempre in maniera sproporzionata le minoranze o le fasce piu’ deboli delal societa’, non garantite da difesa accurate. E non c’e’ un caso al mondo in cui sia possibile affermare che c’e’ una relazione tra pena di morte e riduzione dei crimini piu’ gravi.

•                Ci sono aree del mondo e megalopolis dove la sicurezza della vita non è garantita. C’è una violenza diffusa. Ci sono le ferrite della guera civile che hanno scavato in una intera generazione di bambini salvadoregni, poi emigrati negli Stati uniti, poi diventata violenza di gang, e oggi toranata in America centrale con le terribili leggi delle maras, che si mangiano vite umane e una intera generazione: ma per questa violenza la pena di morte può nulla. E’ nella stessa logica, la morte è addirittura compagna nei riti di iniziazione. Fa più paura essere soli e isolati dal branco, dalla mara, che la morte di stato.

•                In Occidente si parla di giustizia retributiva: non importa se ha una utilita’ pratica, ma va restituito in maniera feroce il colpo ricevuto. Non e’ poi vero in pratica. Perche’ per fortuna I casi di omicidio sono molto piu’ numerosi dei casi di pena di morte. E anche qui sis vela un imbarazzo della societa’ e una ipocrisia: promette giustizia uguale per tutti, ma se fosse vero che la pena di morte e’ necessaria per riparare al disordine creato da un omicidio, migliaia rimarrebbero senza giustizia. Ma per fortuna non e’ cosi’.

•                Non possiamo mai diventare come gli omicidi. E l’unica risposta di una societa’ avanzata alla violenza, l’unica terapia e’ la vita e un senso piu’ alto, piu’ generoso della vita.

•                Ve lo dico con l’esperienza della Comunità di Sant’Egidio, che ha messo al tavolo del dialogo, fino a fare finire guerre civili e genocidi. Ho potuto personalmente partecipare al negoziato per la fine della guerra in Burundi: un genocidio tra etnia hutu e etnia tutsi, fondato su molte ragioni, sociali, prima che etniche. Un genocidio autentico, Come in Ruanda, come in Cambogia: e lo conoscete bene. Burundi, Ruanda e Cambogia: non si puo’ riconciliare un popolo se non si rinuncia alla pena di morte, perché è il modo di guarire dall’idea di vendetta e di risacimento per i torti subiti: che è sempre la premessa per  nuova violenza e una nuova guerra.

•                L’Europa  oggi, dopo due guerre mondiali si è ripensata come unita e ha scritto nella propria carta di identità costituzionale il rifiuto della pena capitale, proprio perché ha visto troppa morte sulla sua terra. L’Europa ha scelto di regalare questa sua esperienza al mondo ed è attiva nello sforzo mondiale contro la pena di morte. L’Italia, in Europa, ha scelto di fare diq uesta battaglia un perno della sua diplomazia umanitaria. La Commissione Esteri della camera dei deputati ha approvato lo scorso giugno una Risoluzione, all’unanimità, su mia proposta, per imprgnare il governo a un ruolo pro-attivo per sostenere network regionali contro la pena capitale – e abbiamo sentito la testimonianza dei caraibi -, per sostenere altri paesi nello sforzo di umanizzare le carceri, implementare il contrasto alla violenza, costruire percorsi alternativi all’uso della pena capitale. Ma non e’ “neo-colonialismo” dei diritti umani. E’ la scelta di mettere il meglio di sé a disposizione degli altri.

•                Stiamo lavorando per aiutare il mondo e ogni paese a essere più sicuro rinunciando alla pena di morte. Nel Parlamento italiano abbiamo costituito un gruppo interparlamentari che ha già raccolto 160 senatori e deputato contro la pena di morte. Ma stiamo lavorando con altro a creare un’Associazione mondiale dei parlamentari contro la pena di morte. Per rafforzare l’azione dei nistri colleghi in Paesi retenzionsiti e accelerare il cambiamento mondiale. Invito ognuno dei vostri paesi a collegarsi.

•                E’ importante dirvi questo, proprio per ricordare che la pena di morte non e’ un tratto identitario di nessun Paese. Quando in Europa la pena di morte era normale, nel Medioevo europeo l’imperatore Saga, nell’818, in Giappone, aboliva la pena capitale: e questo divieto duro’ tre secoli, fino al 1156. In Occidente il primo stato ad abolire la pena capitale fu il Granducato di Toscana, in Italia,  nel 1786. Domani, come ogni anno, la Comunita’ di Sant’Egidio  e tante organizzazioni non governative nel mondo, la coalizione Mondiale contro la pena di morte, amministrazioni locali, cittadini celebreremo come ogni anno dal 2002,  le Citta’ per la vita, le citta’ contro la pena di morte, in occasione di quell’anniversario, e quest’anno saranno, credo,  1900 citta’ nel mondo.

•                Per fermare la pena di morte occorre fare un passo in avanti dentro un pensiero nuovo: è una grande battaglia culturale, prima che politica. La pena di morte non è un tratto distintivo della mia, della nostra identità nazionale. L’esempio del Giappone è forse il più clamoroso: tre secoli senza pena capitale, anche se oggi può sembrare a gran parte di noi non accettabile che ci siano più di 120 persone nel braccio della morte, che si facciano esecuzioni senza comunicare al diretto interessato la data dell’esecuzione. E molte delle sentenze sono la conseguenza di 23 giorni di interrogatori preliminari senza molte delle garanzie considerate normali in Occidente, e tutto questo porta a firmare confessioni. Eppure il Giappone può vantare quello che né l’Europa né le Americhe possono vantare. L’Africa forse potrebbe, ma non esistevano stati moderni, ed è difficile dirlo.

•                Ogni Paese tiene in grande conto la propria identità e storia. Ma la pena capitale non è mai un tratto distintivo. In Cina sono ormai Quattro gli interventi solenni, al massimo livello, per ridurre i casi di applicazione della pena capitale e le corti periferiche sono state private di questo potere. In Italia, in Francia, in Gran Bretagna, il cambiamento è recente. Ma oggi la legge e la Costituzione difendono la popolazione dall’istinto di vendetta esemplare quando ci sono casi efferati, che colpiscono bambini o donne in maniera oscena. Invece la nostra società non ha maturato gli stessi anticorpi verso le morti degli anziani soli in casa, o in ospedale, magari rpivati delle cure disponibili e della terapia intensive per motivi economici. Nessuna società è perfetta. Ma quello che posso dire a tutti noi è che mai la pena capitale è parte dell’identità di un Paese.  Si può rinunciare alla pena capitale e essere se stessi, e più vicini al resto del mondo

•                A New York, all’apertura dell’assemblea Generale delle Nazion Unite, a settembre, con la delegazione italiana ho chiesto alla delegazione pakistana di ufficializzare la moratoria delle esecuzioni che riguarda 7000 persone nel braccio della morte in quell Paese. E due settimane dopo è stato dato un annuncio ufficiale: il Pakistan non è meno Pakistan dopo questa decisione. E non è meno sicuro o più insicuro.

•                Il mondo e’ cambiato rapidamente. Nagli anni ’70 appena 17 paesi avevano abolito la pena capitale. Adesso sono 141 I paesi che non la usano piu’, per legge o di fatto. Negli Stati Uniti, negli ultimi anni, New Jersey, New York, New Mexico, Illinois, Connecticut e Maryland hanno abolito la pena di morte: 6 stati in 6 anni,  dal 2007. L’Uzbekistan, il Kirgysztan, il Kazakhstan hanno fermato la pena capitale, in questi stessi anni. Il Gabon, il Togo e il Benin in Africa. La Mongolia in Asia.

•                Condivido le parole di Thrbjorn Jagland: “La pena di morte è un  travesty della giustizia”. Dà l’idea delal forza e della precisione della giustizia, rassicura il mondo facendo finta che è bianco e nero e semplice. Ma non è così. Non aiuta le vittime dell’ingiustizia, Non ne guarisce il dolore. Aggiunge una ingiustizia all’ingiustizia.

•                Ecco allora il significato di questo summit: sinergia tra stati, paesi, nel rispetto reciproco. Sinergia tra società civile e governi. Amicizia. Ma anche un passo in avanti per una rivolta culturale che è indispensabile per aiutare ciascuno di noi ada avere più forza, più leadership, per aiutare il mondo e la nsotra gente ad essere migliore.

•                Grazie ad ognuno di voi di essere qui.


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