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09/12/2016
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Preghiera ogni giorno


 
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19 Settembre 2016 11:00 | Università per Stranieri

Laudatio del Prof. Marco Impagliazzo



Marco Impagliazzo


Università per Stranieri di Perugia, Presidente della Comunità di Sant’Egidio

Prof. Marco Impagliazzo
Laudatio per il conferimento della Laurea honoris causa 
in Relazioni internazionali e cooperazione internazionale
a Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca ecumenico di Costantinopoli

 
Santità, Eminenze, Magnifico Rettore, Autorità, Care Colleghe e colleghi, cari studenti, Gentili ospiti,
 
E’ un onore tutto particolare per l’Università per Stranieri di Perugia laureare oggi, a venticinque anni dalla sua elezione patriarcale, Sua Santità Bartolomeo I, arcivescovo di Costantinopoli-Nuova Roma. Nel suo intervento alla sessione plenaria del Parlamento europeo di Strasburgo, il 19 aprile 1994, l’illustre laureando affermava: 
«Permetteteci di notare che l’esperienza lungo i secoli conferma paradossalmente che la forza che continua a stimolare la storia si manifesta pienamente nella debolezza –come si legge nella seconda lettera di Paolo ai Corinzi, 12,9 -. I frutti che siamo stati ritenuti degni di raccogliere sono stati il prodotto della nostra debolezza, e non della nostra forza». (1)
È vero: gli ultimi cento anni della sua esistenza hanno rappresentato, per Costantinopoli, “seconda Roma”, un tempo di debolezza e di terribili prove, alle prese con il volto violento e intollerante dei nazionalismi, con la Grande Guerra, i disegni di annientamento della presenza cristiana, la nascita di una Turchia laica. Passaggi che hanno messo in discussione la stessa sopravvivenza dell’istituzione patriarcale, o meglio la possibilità che essa rimanga legata alla città con la quale da quasi venti secoli ha un profondo e fecondo rapporto: Istanbul. 
In tale complicato contesto sono emerse grandi figure di patriarchi, come Meletios, Atenagora, Dimitrios, Bartolomeo. Nella debolezza, essi hanno avuto la forza di incarnare una visione controcorrente, unitiva, riconciliante, lavorando per l’unità delle Chiese ortodosse e di tutte le Chiese cristiane, per la pace, e più recentemente, con grande impegno, per la salvaguardia del creato. Bartolomeo, in particolare, ha saputo interpretare e dare senso alla sua missione ben al di là dei confini della minoranza greca in Turchia, ridottasi drasticamente in seguito al Trattato di Losanna del 1923.
I venticinque anni (il prossimo novembre) del ministero del Patriarca Bartolomeo costituiscono un condensato di questa missione, da poco coronata dalla realizzazione di un evento di straordinaria importanza, il Concilio panortodosso tenutosi a Creta nel giugno scorso: un sogno accarezzato da tanti decenni e si potrebbe dire anche da un millennio. 
 
Il Patriarca di Costantinopoli, primus inter pares nel cristianesimo ortodosso
Con la Sua presenza in questa Università, Lei Santità, ci dà occasione di approfondire non soltanto le virtù umane e scientifiche della Sua persona, ma di analizzare l’istituzione patriarcale costantinopolitana non sempre nota al grande pubblico in Italia. Il patriarca ecumenico, è l’arcivescovo della Chiesa di Costantinopli-Nuova Roma, ma anche il primus inter pares tra i primati ortodossi, fra cui ha la missione d’esprimere l’unità e l’universalità. Lei ha chiarito fin dal primo giorno della sua intronizzazione alla sede patriarcale: “Il patriarcato ecumenico rimane un’istituzione puramente spirituale, un simbolo di conciliazione e una forza disarmata, resta distaccato da ogni politica e si tiene lontano dalla ‘fallace arroganza del potere secolare’ (2). Questa è la sua visione del patriarcato ecumenico. E noi la accogliamo in questa Università con rispetto e onore, proprio a partire da queste sue parole. 
Tuttavia dell’Ortodossia, che conta oggi più di 250 milioni di fedeli, in Occidente sappiamo ancora troppo poco. La Sua presenza nell’Università per Stranieri, che ha nell’apertura internazionale uno dei pilastri della sua missione, ci porta a scoprire un cristianesimo capace di unire il mistero e la libertà, di fare della bellezza una via della conoscenza, di entrare a contatto con una spiritualità non disincarnata ma che si manifesta nella piena rivelazione della persona e della comunità. Lei è al contempo il figlio e il primo rappresentante di un bimillenario cristianesimo che ha in Oriente le sue radici e nella tradizione bizantina la sua manifestazione. Tuttavia Lei ha saputo unire nella sua persona i due mondi, quello orientale e quello occidentale. Può esprimere la saggezza dell’Oriente nel linguaggio dell’Occidente. E non soltanto per la sua perfetta conoscenza delle lingue latina, italiana, francese, inglese e tedesca. Lei è un uomo che, per il suo percorso di fede e di studi, ha saputo essere un ponte tra le due culture, quella orientale bizantina e quella occidentale latina. Per questo, santità, Lei è un passeur tra mondi differenti, l’Oriente e l’Occidente, il Mediterraneo, la cultura asiatica e via dicendo. La sua personalità, la rete ecclesiale della sua Chiesa, venticinque anni di viaggi e di incontri –come mai i suoi predecessori- fanno di lei un costruttore di ponti, proprio nel senso profondo della parola: pontifex
Lei conosce la nostra Italia. Ha studiato a Roma e ha visitato tante volte il nostro paese. Tuttavia, onorando la sua figura oggi, noi riconosciamo la presenza nel nostro Paese di più di un milione di cittadini italiani e nuovi italiani che professano la fede ortodossa. Sappiamo che Lei è anche alla testa di una delle giurisdizioni della Chiesa ortodossa in Italia, quella greca. A Venezia, la cattedrale di San Giorgio dei greci, risalente al Cinquecento, mostra il radicamento della sua Chiesa nelle nostre terre: una preziosa icona della Vergine, portata a Venezia da Costantinopoli nel 1453, rappresenta simbolicamente il legame tra la sua sede patriarcale e le nostre terre. Ma, specie nell’Italia meridionale, la tradizione cristiana orientale non è estrinseca –bensì intrinseca- alla cultura, all’arte e alla stessa religiosità italiana. 
Inoltre anche i fedeli di altre giurisdizioni ortodosse in Italia guardano a lei. I nuovi fenomeni migratori hanno fatto sì, infatti, che l’Italia si sia arricchita, in questi ultimi vent’anni, di molte comunità ortodosse, prima molto ridotte numericamente o inesistenti: greci, romeni, ucraini, moldavi, bulgari e altri. Oggi questi cittadini sono simbolicamente presenti in questa Aula Magna mentre onoriamo il patriarca ecumenico, primus inter pares tra i primati delle Chiese ortodosse. 
Vorrei ora tracciare brevemente il percorso umano di Bartolomeo I, per poi soffermarmi su alcuni tratti del suo impegno internazionale.
Dimitrios Archontonis – questo è il nome di famiglia del Patriarca – è nato in Turchia (nel 1940), nell’isola di Imbros, in un piccolo villaggio intitolato ai due Teodoro, i due santi omonimi lì venerati, all’epoca popolato da ottomila greco-ortodossi. Il metropolita Melitone, uno dei vescovi più illuminati della Chiesa ortodossa greca dell’epoca e grande frequentatore di papi, intuì le doti umane e spirituali del giovane Dimitrios, promuovendone gli studi prima liceali e poi universitari nella prestigiosa facoltà teologica di Halki, situata in una piccola isola sul mar di Marmara, un centro di irradiazione del sapere e della teologia ortodossa la cui chiusura, nel 1971, da parte delle autorità turche, rappresenta un serio problema. 
Le tappe successive della sua formazione, tra il 1963 e il 1968, sono significative: il Pontificio istituto orientale di Roma, l’Istituto ecumenico di Bossey in Svizzera, l’Università di Monaco di Baviera. A Roma ebbe modo di sperimentare da vicino l’intensa stagione dell’immediato postconcilio, e di incontrare al seminario francese dove risiedeva figure importanti dell’aggiornamento cattolico, come i teologi Jean Danielou, Yves Congar, Henri de Lubac. Guardò con entusiasmo allo storico incontro tra Paolo VI e Atenagoras a Gerusalemme nel 1964 dopo secoli di distanza tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli. Conobbe anche la spiritualità delle piccole sorelle di Gesù e della loro fondatrice, petite soeur Magdeleine, ispirata da Charles de Foucauld. 
Dimitrios fece ritorno a Istanbul nel 1969, venne ordinato prete e affiancò il metropolita Melitone, che gli trasmise il senso della missione universale di Costantinopoli. Nel 1973 è eletto metropolita di Filadelfia, in Asia minore, per poi succedere a Melitone alla sede di Calcedonia, e divenire cancelliere del Santo Sinodo. È stato protagonista della Commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese, mentre dal 1990 ha presieduto la Commissione per la preparazione del Concilio delle Chiese ortodosse. Infine, il 2 novembre 1991, in seguito all’elezione patriarcale, ha avuto luogo la solenne intronizzazione nella cattedrale ortodossa di San Giorgio, nel quartiere stanbuliota del Fanar. Da quel momento, il patriarca ha una missione universale, anche se ha sempre amato il paese di cui è cittadino, la Turchia, operando per il suo bene e portando a Istanbul avvenimenti di grande rilievo.
 
Patriarca in anni di transizione 
La sua elezione coincise con la fine della guerra fredda e il “ritorno” alla storia di popoli e nazioni che si trovavano al di là della cortina di ferro. Una transizione che pose numerose sfide alle Chiese ortodosse. Si doveva rilanciare l’unità a fronte di nuove spinte nazionali, legate alla nascita o rinascita di tante nazioni e ai risorgenti nazionalismi. Soprattutto, occorreva sostenere la rifondazione di tante Chiese vessate dai regimi comunisti, come quella di Albania, tra le più perseguitate. La Chiesa albanese è rifiorita attorno alla figura dell’arcivescovo Anastasio, scelto e sostenuto da Bartolomeo. 
Egli ebbe chiaro fin da subito come il vento di libertà e rinnovamento degli anni Novanta dovesse essere accompagnato da un radicamento nei valori evangelici e nella grande tradizione ortodossa, per evitare che il materialismo e le logiche di arricchimento ad ogni costo, proprie della globalizzazione divenissero l’unica prospettiva di vita. Sempre negli anni Novanta si verificarono la sanguinosa dissoluzione della Jugoslavia, la prima delle guerre del Golfo, l’accelerazione del processo di emigrazione dei cristiani d’Oriente dalle terre d’origine del cristianesimo. 
Di fronte a tante sfide, Bartolomeo si è messo in movimento. Ha visitato a più riprese tutte le Chiese ortodosse, si è recato presso le sue comunità della diaspora, direttamente dipendenti dal patriarcato, presenti in tutti i continenti; ha parlato in diverse occasioni alle istituzioni europee e internazionali, da fautore quale è dell’Unione; ha moltiplicato e approfondito le relazioni con la Chiesa cattolica. E’ stato sempre più riconosciuto, non solo come legittimo capo di una Chiesa, ma come espressione e leader del mondo ortodosso: un insieme di fede, cultura, tradizione, che ha trovato una voce nei consessi internazionali e non solo ecclesiastici.
Ha infatti affermato: «Il patriarca ecumenico di Costantinopoli, nella sua qualità di primus inter pares, ha l’onore di presiedere nella carità a tutte le Chiese ortodosse. Mio compito è perciò di servire l’unità ortodossa; i miei viaggi servono a prendere contatto con tutta l’ortodossia. In maniera del tutto naturale, essi testimoniano un modo di essere tipico dell’ortodossia, la cui vocazione è di vivere in comunione permanente». (3)
 
La pace
Nel descrivere il suo impegno per la pace, scelgo di menzionare alcuni momenti particolari. Il primo risale al febbraio del 1994, quando Bartolomeo I raduna a Istanbul cento rappresentanti musulmani, ebrei e cristiani mediorientali per una riflessione comune, che approda alla stesura della “Dichiarazione del Bosforo”. Un documento importante, che afferma con chiarezza come “ogni guerra condotta nel nome della religione sia una guerra contro la religione”. 
Ha vigilato sullo sfruttamento della religione a fini nazionalistici. In occasione della guerra in Bosnia ha affermato:
«Non posso neppure per un istante permettere che si dica che la guerra attualmente in corso in Bosnia è una guerra di religione. Già nel 1992 avevo intuito il pericolo di un possibile recupero distorto della fede e avevo convocato nel marzo l’insieme dei patriarchi e degli arcivescovi delle chiese di Serbia, Romania, Russia, Grecia, Bulgaria… e all’unanimità, in maniera solenne, abbiamo condannato in quell’occasione lo sfruttamento della religione a fini nazionalistici e politici. Da allora non ho smesso di moltiplicare gli appelli al cessate il fuoco e alla negoziazione». (4)
I nazionalismi aggressivi, che già tanto avevano minacciato l’unità dell’Ortodossia tra XIX e XX secolo, si sono ripresentati all’alba del terzo millennio con modalità nuove. Il Patriarca, che ben conosce la condanna dell’ortodossia costantinopolitana del “filetismo” (tendenza moderna in alcune frange dell’ortodossia, a prendere come base della giurisdizione ecclesiastica la nazionalità), è intervenuto per indicare quale senso di appartenenza nazionale debbano vivere i cristiani:
«Noi ortodossi concepiamo l’identificazione con la nostra nazione come il diventare coscienza critica della medesima, in nome dell’evangelo. La Chiesa è il cuore della nazione, e dunque la sua coscienza. Ogni accento nazionalistico viene in tal modo sradicato e risulta completamente contrario all’ecclesiologia ortodossa. D’altronde il nazionalismo fu condannato come eresia dalla nostra chiesa durante il concilio del 1872». (5)
 
L’ecumenismo
Non è abbastanza conosciuta e riconosciuta, in Occidente, la tensione ecumenica che ha animato il Patriarcato in età contemporanea. Mentre nel mondo cattolico il movimento ecumenico muoveva i suoi primi passi circondato da una forte diffidenza della gerarchia, Costantinopoli promuoveva iniziative di avvicinamento e riconciliazione. Come nel gennaio 1920 – in un frangente difficile per il patriarcato -, con l’enciclica sinodale rivolta per la prima volta non solo all’ortodossia ma a tutte le Chiese di Cristo, ovunque nel mondo. Vi si legge: «La terribile guerra che è appena finita ha portato alla luce molti sintomi malati nella vita dei popoli, rivelando mancanza di rispetto per i più elementari principi di giustizia e di carità». Di fronte a ciò si manifesta «l’urgenza di riavvicinamento, di “ristabilimento di rapporti di mutua fiducia, ricerca di un’unificazione del calendario, scambi teologici”, e molte altre cose ancora». (6) 
Prima ancora era intervenuto il patriarca Ioachim III, già nel 1901. E Meletios, che nel 1922 si era recato personalmente nella delegazione apostolica di Istanbul, e a più riprese aveva espresso la volontà di preparare un “terreno favorevole all’unione tra le Chiese cristiane” (7). E’ il primo passo dell’incontro tra Roma e Costantinopoli. Ed è noto l’impulso del patriarcato alla fondazione del Consiglio ecumenico delle Chiese e di altri luoghi di collaborazione e dialogo tra le confessioni cristiane. 
L’investimento di Bartolomeo in tal senso è ricco. Egli è un promotore dello spirito di Assisi, e dell’annuale “Preghiera per la pace” voluta da Giovanni Paolo II e continuata ogni anno dalla Comunità di sant’Egidio con i responsabili delle religioni mondiali, cui ha partecipato nel 2002, nel 2007, nel 2011 e oggi ad Assisi nel trentesimo anniversario. I suoi incontri con Giovanni Paolo II (è stato il primo patriarca ecumenico a partecipare ai funerali di un papa) e Benedetto XVI sono stati numerosi. Di forte impatto spirituale è stato il commento alle stazioni della via crucis del papa al Colosseo del 1994. E un rapporto tutto particolare si è instaurato con papa Francesco, in una sintonia che ha avuto almeno due momenti molto alti: l’incontro di Gerusalemme, con il rinnovarsi dell’abbraccio fraterno a cinquant’anni da quello storico tra Paolo VI e Atenagoras, e il recente viaggio a Lesbo, in visita ai profughi scampati dal viaggio nel Mediterraneo. Un gesto della massima forza, che ha posto l’Europa di fronte alle proprie responsabilità, e mostrato come l’unità dei cristiani non sia una questione soltanto interna o teologica, ma una necessità innanzi alle grandi sfide epocali del nostro tempo, che lo stesso Bartolomeo individua nell’ “immigrazione, nel cambiamento climatico, nella disuguaglianza economica e nell’ingiustizia sociale”. (8) 
 
L’impegno ecologico
«Quando ero bambino e accompagnavo il prete del nostro villaggio per qualche celebrazione in una delle cappelle isolate che sono nella mia isola natale di Imbros in Turchia, il legame tra la magnificenza dei paesaggi montagnosi e lo splendore degli uffici liturgici era del tutto evidente». (9)
Nell’infanzia e nella giovinezza di Dimitrios vi è dunque un seme che può forse spiegare l’acuta sensibilità del Patriarca nei confronti dell’ambiente e di tutte le questioni a esso legate. Grande celebrante della liturgia della Chiesa è anche un convinto ammiratore della natura. L’ecologia è un tema di estrema attualità e di grande preoccupazione, che non era altrettanto sentito nel cristianesimo – per non dire quasi completamente trascurato – nel 1989, quando il Santo Sinodo istituì per il primo settembre la Giornata di preghiera per la salvaguardia dell’ambiente. Bartolomeo l’ha estesa a tutte le Chiese ortodosse, e papa Francesco, lo scorso anno, vi ha associato la Chiesa cattolica, iniziando proprio dalla sfida ambientale la riconciliazione dei due calendari liturgici, ancora incomprensibilmente distanti per le feste principali della fede cristiana. 
Nei suoi studi e insegnamenti Bartolomeo ha approfondito lo spazio dell’ambiente nella teologia ortodossa, mostrando la centralità della dimensione della venerazione dell’habitat in cui siamo inseriti, e la gravità e la responsabilità di ogni comportamento che arreca danno alla casa comune. Nel libro Grazia cosmica, umile preghiera del 2007, ha spiegato così le ragioni del suo impegno:
“può destare meraviglia che il primo tra i gerarchi della Chiesa ortodossa abbia particolarmente a cuore le questioni ambientali. Il motivo è che la Chiesa ortodossa crede che la creazione di Dio, sia quella naturale che spirituale, è “molto buona” e l’umanità è tenuta a coltivare e custodire il bel mondo dentro al quale Dio ci ha posto come amministratori e custodi, non come padroni irragionevoli e arroganti” (10)
In vari passaggi che sono stati poi ripresi e citati da papa Francesco nell’enciclica Laudato si’, ha denunciato quanto il degrado ambientale e i cambiamenti climatici, conseguenza di uno sviluppo ineguale e insostenibile, siano destinati, e sempre più lo saranno in futuro, a pesare anzitutto sui più deboli, sui paesi più poveri e sulle fasce, in essi, dei più indifesi. La sua attenzione ai cambiamenti climatici e ambientali che si stanno verificando sul pianeta è puntuale, dettagliata. Il patriarca sente il suo impegno ecologico come un dovere ed è convinto – sono sue parole – “che la crisi ambientale va affrontata con discernimento, consapevolezza, amore e sacrificio”. Ed aggiunge non senza amarezza: “Stiamo perdendo tempo e più aspettiamo più i danni saranno complessi e irreparabili” (11) 
Nella sua azione non c’è soltanto la denuncia e lo studio, ma una serie – poco nota in Occidente – di iniziative concrete, numerose, che non posso elencare con completezza, dal convegno ecologico di Creta ai seminari di Halki, ai convegni itineranti sul mare, le “crociere ecologiche” internazionali, interconfessionali e scientifiche, cui ha aderito anche Giovanni Paolo II. Insieme, Bartolomeo e Francesco chiedono oggi un cambiamento in profondità dell’essere umano. Sono entrambi persuasi che sia necessario passare dal consumo al sacrificio, dallo spreco alla capacità di condividere, in un’ascesi “che significa imparare a dare e non solamente a rinunciare”. (12)
Ancora: “che gli esseri umani distruggano la diversità biologica della terra e contribuiscano al cambiamento climatico, spogliando la terra delle sue foreste naturali o distruggendo le sue zone umide: che gli esseri umani inquinino le acque, il suolo, l’aria: tutti questi sono peccati. […] un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e contro Dio”. (13) Questo si legge nel bel libro Una casa chiamata terra.
 
Essere minoranza tra Oriente e Occidente
Un’ultima parola vorrei spendere per accennare al paziente lavoro pastorale e “diplomatico” di Bartolomeo nella sua Istanbul e nella sua Turchia. Egli spiega così il legame con la città:
«È escluso che lasceremo Istanbul. Anzitutto per ragioni storiche: mai abbiamo lasciato Costantinopoli, eccetto per la città di Nicea durante il XIII secolo, per un breve periodo di 57 anni. Perfino dopo la conquista di Costantinopoli da parte dei turchi abbiamo continuato a svolgere il nostro ministero in questa città. E poi anche per ragioni ecumeniche: installarci a Tessalonica sarebbe come identificarci con la Grecia, mentre vogliamo porci al di sopra delle nazioni. Istanbul è un crocevia di razze, civiltà e lingue. Io considero anzi una benedizione per il patriarcato ortodosso il fatto di poter risiedere in un paese laico e a maggioranza musulmana». (14)
In altre occasioni egli ha sottolineato quale fattore di ricchezza costituisca per Istanbul la presenza dell’istituzione patriarcale in un paese, come la Turchia, la cui laicità è rispettata dal patriarcato, ma anche a contatto con il grande musulmano che, in Istanbul, ha avuto un suo riferimento. 
Nel quadro laico della Turchia, Bartolomeo ha sempre affermato il valore sociale delle religioni. Anzi ha rivendicato come le minoranze religiose abbiano un ruolo decisivo a sostegno della democrazia e di una società più ricca perché plurale, fino a diventare un punto di riferimento per le minoranze, per autorevoli settori della società turca, per tante personalità pensose sul futuro, anche non cristiane. 
Sua Santità è una personalità di statura internazionale. L’impegno del patriarca per la pacificazione e la riconciliazione è oggi più che mai prezioso per la Turchia e tutto il quadrante mediorientale, scosso da guerre, si pensi a quella in Siria, che i “potenti della terra” non sembrano in grado di fermare”. 
È per tutte queste ragioni che l’Università per Stranieri di Perugia ha voluto insignire Bartolomeo I di un titolo – e ringrazio quanti hanno permesso che ciò si realizzasse in tempi brevi – pienamente meritato, e laurearlo dottore magistrale in “relazioni internazionali e cooperazione internazionale”. Devo qui ricordare che grazie alla sua ottima conoscenza della lingua italiana, il patriarca Bartolomeo va considerato tra i principali ambasciatori della nostra lingua nel mondo, che egli usa in occasioni pubbliche e private. Per il nostro ateneo, che nello studio e nella conoscenza della lingua italiana ha i suoi capisaldi, la competenza linguistica e italianistica del patriarca è un fatto che lo rende naturalmente parte del nostro corpo accademico. E questo è per noi un grande onore visto che Sua Santità è il custode di una tradizione che costituisce, per usare le parole del teologo ortodosso Olivier Clément, “un immenso patrimonio teologico, liturgico e soprattutto spirituale”. 
Ed è un uomo che respira a due polmoni, conosce dall’interno l’Oriente e l’Occidente cristiani, ed è capace di esprimere – cito ancora Clément – “la saggezza del primo nel linguaggio del secondo”. (15) 
Santità, quando lei fu eletto al trono patriarcale, ormai venticinque anni fa, un grido in greco si levò dal popolo riunito nella Chiesa di San Giorgio al Fanar: “Axios! Axios!”, che in italiano significa: “E’ degno! è degno!”. Questo antichissimo grido accompagna la consacrazione del clero, dei vescovi e dei patriarchi nelle Chiese ortodosse. E’ la voce del popolo che approva la scelta. Mi lasci concludere con la stessa espressione questo momento solenne per un’Università che è il conferimento di una laurea Honoris causa: Axios! Axios! Sei degno, sei degno!”. Sei degno di entrare a far parte del Collegio dei Docenti dell’Università per Stranieri di Perugia per i tuoi studi, la tua opera, il tuo infaticabile impegno per la pace, per il dialogo e per la nostra madre terra.
 
Grazie, Santità. 
 
 
________________________
  1. Cit. in Bartholomeos I, Gloria a Dio per ogni cosa, Qiqajon, Magnano (BI) 2001, p. 81.
  2. Bartolomeo I, Discorso di intronizzazione a arcivescovo di Costantinopoli e patriarca ecumenico, 2 novembre 1991, in Gloria a Dio per ogni cosa, cit.,  p.13
  3. Intervista a Le Figaro, 19 aprile 1994. Cit. in Gloria a Dio, cit., p. 93.
  4. Da un’intervista rilasciata ad Henri Tinq, Le Monde, 20.4.1994. Cit. in Gloria a Dio, cit., p. 101.
  5. Da un’intervista rilasciata ad Elie Marechal, Le Figaro, 19.4.1994. Cit. in Gloria a Dio, cit., p. 90.
  6. Cit. in V. Martano, L’Ortodossia e gli altri, in A. Riccardi, Le Chiese e gli altri. Culture, religioni, ideologie e Chiese cristiane nel Novecento, Guerini e associati, Milano 2008, p. 184.
  7. Ibidem, p. 187.
  8. Da un’intervista ad Antonio Spadaro, cit. da M. Gnavi, Introduzione a Bartolomeo, Una casa chiamata terra, Francesco Mondadori, Milano 2016, pp. 14-15.
  9. Ibidem, p. 24.
  10. Bartolomeo, Ortodossia e ambiente, in Grazia cosmica, umile preghiera. La visione ecologica del patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, a cura di J. Chryssavgis, LEF, 2007, p.377
  11. Ibidem, pp.377-378 
  12. Una casa chiamata terra, cit..
  13. Ibidem.
  14. Gloria a Dio, cit., p. 100.
  15. O. Clément, «La vérité vous rendra libre». Entretiens avec le Patriarche œcuménique Bartholomée I, Desclée de Brouwer, Paris 1996, p. 10.
 
 

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