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20 Settembre 2016 08:30 | Sala della Conciliazione

Intervento di Aleksandra Kania



Aleksandra Kania


Sociologa, Polonia

 

La mia scuola della pace è stata la guerra. La seconda guerra mondiale mi ha rubato cinque anni della mia infanzia, durante i quali sognavo sempre la fine dei conflitti e desideravo ardentemente la pace. Prima che iniziassero la guerra e le bombe, i bambini giocavano per strada e nei cortili. Ricordo che alcuni di loro gridavano: “Vorrei davvero che venisse presto la guerra!”. Queste parole risuonavano nella mia mente come una maledizione. Mi è bastato qualche giorno di guerra vera, guardare le case bruciare e crollare e vedere i corpi lacerati e senza vita delle persone, per capire rapidamente che di me sarebbero potuti restare solo pezzetti di carne insanguinata, e che la guerra non è un gioco ma una questione di vita o di morte, di sopravvivenza.

[Sono sopravvissuta perché sono stata portata nella Casa Internazionale per l’infanzia ad Ivanovo, in Russia. Dal 1933 in poi, questa casa ha accolto bambini provenienti da settanta paesi diversi, che avevano sperimentato gli orrori della guerra: avevano provato la fame, il gelo e il caldo torrido senza avere riparo, e avevano perso le persone più care, i genitori, i familiari, gli amici. Noi siamo sopravvissuti perché abbiamo imparato a collaborare, a lavorare insieme, a costruire una nuova comunità di amici e una nuova solidarietà anche tra persone provenienti da nazioni in conflitto. Ora tutti quelli che hanno trascorso un periodo della loro vita in quella casa si riuniscono ogni anno (negli ultimi dieci anni si sono incontrati in Austria, Bulgaria, Cina, Ecuador, Germania, Grecia, Ungheria, Polonia, Russia, Svezia), per rinnovare la memoria della loro infanzia in tempo di guerra e per discutere di come assicurare un’esistenza pacifica ai loro figli.]

La scuola della pace inizia ricordando e condividendo le esperienze negative della guerra, descrivendo le sofferenze, le atrocità, gli orrori. L’importanza di questo percorso è stata sottolineata durante la Giornata Mondiale della Gioventù in Polonia, nella quale il Santo Padre, papa Francesco, ha dato voce a giovani provenienti da diverse parti del mondo per parlare della loro memoria della guerra. 

Il compito dell’educazione alla pace è quello di mettere in guardia dai pericoli della violenza nelle sue molte forme, come ad esempio la distruzione dell’ambiente, il genocidio, i conflitti moderni, l’odio etnico, il razzismo, gli abusi sessuali e la violenza domestica, e di consigliare quali percorsi di pace possono essere intrapresi al fine di ridurre la violenza tra le persone e sull’ambiente.

Gli studi sulla pace e sulla guerra suggeriscono due approcci differenti. Il primo è il cosiddetto senso di pace “negativo”, che si riferisce alla cessazione della guerra o all’assenza di violenza. Il secondo tipo, la pace “positiva”, identifica le condizioni che eliminano alla radice le cause delle guerre e delle violenze. In questo modo si aiutano le persone a risolvere i loro conflitti senza l’uso della coercizione personale e a cooperare per migliorare la qualità della loro vita.

Secondo Johan Galtung, “il modo migliore per definire la pace è definire la violenza, la sua antitesi” . John Schwartzmantel scrive: “La violenza può essere definita semplicemente come l’uso della forza fisica per raggiungere i propri scopi. In questo senso, chi adopera la violenza fisica sta rinunciando a ogni tentativo di convincere gli altri esponendo le proprie ragioni o appellandosi alle autorità costituite, e opera attraverso la paura: la paura del dolore fisico inflitto a chi non si adegua alle proprie richieste”. 

L’approccio negativo prevede lo studio delle cause della guerra e dei motivi dei conflitti violenti, delle ostilità e dell’odio. Queste ricerche dimostrano come la giustificazione dei conflitti prolungati in quanto risultato di un bisogno di vendetta, e la giustizia punitiva riparatrice, o “autodifesa preventiva” (ovvero quando si previene un attacco nemico), possono portare a una escalation della violenza, e mettono in luce i costi economici, politici, sociali, psicologici e ambientali delle guerre, nonché i danni causati all’umanità intera e al nostro pianeta. Come ha sottolineato Umberto Eco nel suo testo Riflessioni sulla pace e sulla guerra, “In qualsiasi modo vada una guerra, [….] (essa) si ripercuoterà sotto forma di una drammatica instabilità politica, economica e psicologica per i decenni successivi”. “La guerra non può essere giustificata in termini di diritti della specie: è, infatti, peggio di un crimine. È uno spreco inutile”. 

A questo punto sorge spontanea una domanda: per quale motivo alcune persone, individui, gruppi, nazioni ricorrono alla violenza e rifiutano di accettare un approccio pacifico alla risoluzione dei conflitti, escludendo la politica del dibattito, del negoziato e del compromesso? Nella ricerca di una risposta, dovremmo ricordarci del messaggio di Sua Santità papa Francesco, che ha condannato la tendenza a “… giustificare alcune politiche economiche deplorevoli, foriere di ingiustizie, divisioni e violenze, in vista del conseguimento del proprio benessere o di quello della nazione. Non di rado, infatti, i progetti economici e politici degli uomini hanno come fine la conquista o il mantenimento del potere e delle ricchezze, anche a costo di calpestare i diritti e le esigenze fondamentali degli altri. Quando le popolazioni vedono negati i propri diritti elementari, quali il cibo, l’acqua, l’assistenza sanitaria o il lavoro, esse sono tentate di procurarseli con la forza” . In alcuni casi quindi, le persone si affidano alla violenza per rispondere alle disuguaglianze crescenti, all’esclusione, alla mancanza di riconoscimento, all’ingiustizia e alla corruzione dei propri governanti, e all’oppressione etnica.

Lo studio della pace positiva è la ricerca di soluzioni pacifiche e non violente dei conflitti. Tuttavia, molte di queste ricerche non tentano più ormai di dare una definizione univoca e onnicomprensiva di ‘pace’: al contrario, adottano l’idea che abbia più di un significato. Alcuni studiosi infatti prendono in esame le condizioni economiche, politiche e sociali che pongono fine alla povertà, alle disuguaglianze, alle discriminazioni, alla marginalizzazione e all’oppressione sociale, e allo stesso tempo assicurano la giustizia sociale, il benessere, i diritti umani e la stabilità sociale, creando una comunità di cittadini uguali e ponendo le premesse per il dialogo. Altri studiano come sviluppare relazioni di cooperazione e sostegno tra individui, gruppi e nazioni, per promuovere la comprensione reciproca, il rispetto per le diverse identità e la dedizione all’interesse collettivo. La ricerca sulla pace positiva descrive società pacifiche, in cui le guerre con l’esterno e la violenza interna sono ridotte al minimo, i conflitti sono risolti senza aggressività e l’accordo, la gentilezza, la cortesia verso gli altri sono incoraggiati con successo.

Le religioni professano diversi significati della pace. Alla scuola della pace si dovrebbe insegnare agli studenti a pregare per la pace nella loro lingua, ma dovrebbero anche imparare che la pace è il bene comune di tutto il genere umano. Nella giornata della pace 2002, il papa Giovanni Paolo II pregò affinché “la verità di questa affermazione sia incisa in ogni cuore, non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono. Possa l'umana famiglia trovare pace vera e duratura, quella pace che solo può nascere dall'incontro della giustizia con la misericordia!” . Nel suo messaggio per la giornata della pace 2016 papa Francesco ha sviluppato questa idea affermando che “la pace è il frutto della cultura della solidarietà, misericordia e compassione”

 

#peaceispossible #setedipace
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