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Il 36° Anniversario della Comunità di Sant'Egidio - Omelia del Cardinale Camillo Ruini


 
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Il 36° Anniversario della Comunità di Sant'Egidio - Omelia del Cardinale Camillo Ruini

La predicazione del cardinal Camilo RuiniEminenze, 
Cari confratelli nell'episcopato, 
Signori Ambasciatori, 
Cari amici
della Comunità di Sant'Egidio,

sono contento di accogliervi ancora una volta nella Basilica Lateranense per celebrare il trentaseiesimo anniversario della Comunità di Sant'Egidio. Il popolo numeroso che si ritrova nel cammino di Sant'Egidio oggi si raccoglie, in tutte le sue componenti, davanti all'altare del Signore e alla sua Parola, per rendere grazie.
La Parola di Dio ci guida sulla via del rendimento di grazie. Abbiamo ascoltato quello che rappresenta il testamento di Davide a suo figlio Salomone:

"Tu sii forte e mostrati uomo. Osserva la legge del Signore tuo Dio, procedendo nelle sue vie... perché il Signore attui la promessa che mi ha fatto quando mi ha detto: Se i tuoi figli nella loro condotta si cureranno di camminare davanti a me con lealtà, con tutto il cuore e con tutta l'anima, sul trono d'Israele siederà sempre uno dei tuoi discendenti".

Il futuro d'Israele è camminare davanti al Signore con tutto il cuore e tutta l'anima. Solo così avrà un futuro! Il segreto del futuro e della fecondità della vita cristiana è in un cuore che crede, quindi che ascolta e prega. Questo ci ha insegnato Giovanni Paolo II, in venticinque anni di ministero a Roma, quando ci ha richiamato al primato di una fede vissuta, generatrice di imprevedibili conseguenze sul piano della vita personale e sociale.

Sono lieto di riproporre queste parole e questo esempio, ricordando il cammino della Comunità di Sant'Egidio a Roma e nel mondo. Non mi soffermerò infatti a richiamare tutti gli aspetti del vostro impegno nella nostra Diocesi, ma devo sottolineare come il cuore della vostra Comunità sia proprio nella vita spirituale, che vi ha accompagnato fin dagli inizi. Ce ne rendiamo conto nella preghiera quotidiana in tanti luoghi della città, ma soprattutto nella Basilica di Santa Maria in Trastevere. Lì, in quell'antico quartiere romano, la sera, accorrono per la preghiera giovani e meno giovani, rendendo quella basilica un vero santuario. E' questo il primato di Cristo di cui vi ho parlato quando, nel 1991, partecipavo per la prima volta alla festa della vostra Comunità, allora a Santa Maria in Trastevere. Questo primato, a partire dalla preghiera, appartiene a quel tessuto spirituale che caratterizza il nostro cristianesimo di Roma.

Giovanni Paolo II, nell'ormai lontano 1979 poco dopo la sua prima visita a Sant'Egidio, disse affettuosamente: "...voglio esprimere un augurio. Ho sentito dal vostro assistente che la chiesa di Sant'Egidio è ormai divenuta per voi troppo piccola. Io vi auguro che rimanendo fedeli a questa sempre troppo piccola vostra chiesa possiate essere capaci di arrivare al punto che tutta Roma divenga troppo piccola per voi."

La realtà di Sant'Egidio è andata al di là della piccola chiesa e di Roma. Oggi è presente in tante parti del mondo, come un'animata fraternità di laici, a cui fanno riferimento anche Vescovi e sacerdoti, di cui alcuni sono qui presenti. E' quel rapporto tra Roma e il mondo che, nella vostra stessa Comunità, avete realizzato, portando i problemi del mondo a Roma, ma anche portando questo spirito di unità nel mondo.

La crescita di Sant'Egidio, lungo gli anni, si è svolta in quella dinamica profonda che è la missione a Roma e nel mondo: infatti la fede che si vive, per sua logica vitale, si comunica. E' quanto la Chiesa di Roma, dopo il sinodo, sta vivendo a partire dalla Missione cittadina, che non è un periodo concluso, ma deve trasformarsi in una dimensione permanente del suo essere nella città. Del resto abbiamo ascoltato proprio dal Vangelo come Gesù mandò i suoi discepoli due a due per predicare la conversione, per scacciare i demoni e per guarire gli infermi. E' la dimensione permanente della missione dei cristiani.

Gregorio Magno, predicando proprio nella Basilica Lateranense, affermava che il Signore mandò i discepoli due a due perché vivessero la carità. Questa è la forza delle vostre comunità che, vivendo la carità e la comunione, testimoniano e comunicano il Vangelo. E' quel calore che trasmette il Vangelo. E' la capacità comunicativa che abbiamo potuto constatare lungo la missione di Roma e che voi, con grande efficacia, testimoniate oggi.

Indubbiamente, di fronte alla complessità del mondo contemporaneo, della vita di Roma e del nostro Paese, ma soprattutto di tante parti del mondo, viene a volte da chiedersi quale sia la forza della missione del Vangelo. Riprendendo le parole che abbiamo ascoltato ci si potrebbe chiedere: che possono i discepoli mandati senza pane, bisaccia, denaro nella borsa, con i soli sandali e senza due tuniche? Non c'è un'irrilevanza cristiana di fronte al mondo della globalizzazione, le sue sfide, la forza del male, quella di un'omologazione che tutto appiattisce?
Sono domande a cui, tante volte, si risponde con quel pessimismo rassegnato che può insidiare i cuori e le menti, per cui la fede cristiana sarebbe destinata a un futuro esangue. Il pessimismo sembra ragionevole, imposto dalle circostanze.

Questa festa della Comunità di Sant'Egidio è invece la celebrazione della forza del Vangelo in questo nostro mondo contemporaneo. Ed è una smentita della ragionevolezza del pessimismo. La forza del Vangelo è testimoniata da voi, amici di Sant'Egidio, a partire dagli anni ormai lontani e difficili del '68, quando non pochi teorizzavano la fine o l'irrilevanza della fede, considerandola incapace di animare la vita sociale e di essere all'altezza dei tempi. Dobbiamo rendere grazie a Dio, perché la storia di questi anni ci ha mostrato -ed ora lo vediamo con più evidenza- come la Parola di Dio sia viva ed efficace.
Davide dice a suo figlio: "Tu sii forte e mostrati uomo". Quante volte nelle Scritture si ritrova questo invito alla forza. Anche l'Apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinti scrive: "siate saldi nella fede, comportatevi da uomini, siate forti" (16, 13). Sembra che l'apostolo echeggi quasi le parole di Davide, ma si rivolge non a un uomo solo, ma a tutti i cristiani: "comportatevi da uomini, siate forti". E' la forza della fede.
E qui ritorno alla domanda che mi ero posto: cosa possono i discepoli di Gesù in un mondo così complesso, grande, interdipendente come quello contemporaneo?

La fede rinnova il cuore, la vita, le energie. La fede - dice Gesù - sposta le montagne. La fede rende forti uomini e donne, che sono fragili e peccatori: "noi siamo forti nel nome del Signore nostro Dio" - cantiamo con le parole del Salmo 19. La fede ci rende forti. Forti nella carità che risulta convincente. Forti nell'intelligenza che si rimette in movimento. Forti perché non si vive più per se stessi. Forti nella riconciliazione in tanti scenari del mondo che sembrano dominati da una logica, sterile ma prepotente di contrapposizione e di conflitto. E si potrebbe continuare, perché la fede suscita sempre, con l'opera inesauribile dello Spirito Santo, nei cuori e nella vita degli uomini, nella vita della Chiesa, rinnovate energie.

Oggi siamo qui per celebrare un anniversario della vostra Comunità, che ci è cara e che tanto è legata alla vita della Diocesi e della città di Roma, perché nata da questa Chiesa: proprio nella vita della vostra Comunità si constata come la fede sia generatrice della forza della carità.

La città di Roma ne è testimone. Penso agli anziani che, in questi anni, hanno vissuto periodi difficili. L'estate scorsa, ad esempio, il grande caldo ha particolarmente colpito la popolazione anziana. Da anni, gli amici di Sant'Egidio, con una rete di attenzione e solidarietà, lottano per contrastare la solitudine degli anziani, che spesso vuol dire morte prematura.

Tanti poveri della nostra città trovano Sant'Egidio al loro fianco quando la vita si fa difficile o insopportabile: quelli che vivono per strada e li hanno come confortatori nel bisogno; gli zingari nei loro campi poveri e dimenticati; gli immigrati a cui, con la scuola e una rete di integrazione, additano la via del vivere insieme con dignità, rispetto e speranza; chi non ha da vivere e trova nelle vostre mense cibo e sostegno; i disabili che hanno trovato non solo sostegno, ma anche un impegno di crescita nella fede, in particolare con il catechismo Gesù per amico. Si potrebbero ricordare alcune opere, ma penso particolarmente a quella rete di presenza attenta e solidale, che si avverte nella vita della città.

La forza della fede genera carità. Ma mette in movimento pure le energie dell'intelligenza. Vivere con la fede in questa città di Roma ha rimesso in movimento un pensiero su questa città. Il Santo Padre vi disse nel 1993: "Le vostre Comunità portano il segno di questa maternità della Chiesa di Roma, che presiede nella carità ed è aperta al mondo intero".

In questo senso Sant'Egidio, pur essendo romana, respira una dimensione universale, sente i problemi di altri Paesi e continenti. Perciò, nell'odierna celebrazione, si nota la presenza di tanti ambasciatori e di personalità di altri Paesi, che hanno imparato a considerare Sant'Egidio come un punto di riferimento. Ma anche molte personalità di altre Chiese, che saluto con rispetto ed affetto, sono qui ad attestare come Sant'Egidio abbia lavorato per quell'ecumenismo che per il Santo Padre è un'ansia costante del suo pontificato.

Non posso poi non ricordare l'Africa, che è nel cuore delle vostre preoccupazioni per la pace, a cui avete dato un notevole contributo. Ed ora il vostro impegno si è caratterizzato anche per la lotta all'AIDS in vari Paesi africani, che è della più grande importanza per dare un futuro a questo continente.

Vorrei ancora ringraziarvi per aver dato continuità a grandi intuizioni del Pontificato di Giovanni Paolo II, come quella significata dagli incontri di Assisi nel 1986 e nel 2002: il dialogo tra religioni e civiltà, che nel difficile mondo odierno appare tanto necessario, ma non per questo facile. Tale dialogo si fonda su una identità cristiana radicalmente vissuta, che vi ha portato, specialmente con il Giubileo del 2000, a meditare e approfondire il tema del martirio cristiano. Proprio oggi, mentre ricordiamo una martire dei primi secoli, Sant'Agata, il nostro pensiero va al luogo memoriale dei nuovi martiri che avete eretto nella basilica di San Bartolomeo all'Isola, punto di riferimento per cattolici e per cristiani di altre Chiese e comunità ecclesiali.

In questo senso, attraverso la vostra esperienza, la generosità quotidiana di tanti di voi e l'appoggio dei vostri amici, i luoghi antichi, come quelli moderni e difficili della vita contemporanea, parlano la lingua della fede. Non possiamo non essere grati. Vorrei tutti incoraggiare su questa strada, formulando per ciascuno di voi, in particolare per il vostro Fondatore il carissimo Prof. Andrea Riccardi, e per tutta Sant'Egidio un augurio affettuoso, carico di fiducia e di speranza.

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