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Il 38° Anniversario della Comunità di Sant'Egidio - Omelia del Cardinale Camillo Ruini


 
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Omelia del Cardinale Camillo Ruini
alla Santa Messa per il XXXVIII anniversario
della Comunità di Sant’Egidio

Roma, Basilica di San Giovanni in Laterano, 9 febbraio 2006

Eminenze, Cari confratelli nell’Episcopato,
Signori Ambasciatori, Autorità, Cari amici tutti,
l’occasione che oggi ci raduna in questa basilica di San Giovanni in Laterano è il trentottesimo anniversario della Comunità di Sant’Egidio. Rivolgo a tutti i membri della Comunità un caldo saluto: in particolare al prof. Andrea Riccardi, che ne è stato l’iniziatore, al prof. Marco Impagliazzo suo Presidente, all’assistente ecclesiastico don Matteo Zuppi, mentre ricordo in modo speciale mons. Vincenzo Paglia, Vescovo di Terni, con tutti i sacerdoti della Comunità, ormai numerosi, e i responsabili. Saluto anche i rappresentanti delle Chiese e delle comunità cristiane, che con la loro presenza manifestano la qualità delle relazioni ecumeniche della Comunità, nella prospettiva dell’unità dei cristiani.
E’ ben giusto che, oltre tanti di Sant’Egidio, siano convenuti qui amici e estimatori della Comunità, che appartengono a mondi diversi: quelli della periferia romana, dove più forte è il bisogno, quelli dell’impegno sociale, ma anche quelli della cultura, della diplomazia, della vita politica. Perché mondi diversi?
La Comunità di Sant’Egidio infatti non ha, fin dall’inizio, voluto essere un’associazione specializzata in un campo d’azione, fosse pure quello del volontariato: ha inteso essere una realtà di cristiani che, nella città e nel mondo, seguivano il Signore Gesù, lasciandosi interrogare dalle situazioni concrete e mettendo al primo posto la ricerca di Dio.
Ho incontrato la Comunità, lungo gli anni del mio ministero a Roma, nelle parrocchie e nei quartieri di periferia, spesso laddove ci sono situazioni sociali difficili. L’ho incontrata accanto agli anziani soli e poveri, vicino ai disabili e alle famiglie in difficoltà. Ho visto la generosità dei suoi membri, spesso giovani, per i quali l’amore per i poveri è qualcosa di serio. Ho visto il suo senso di responsabilità e di iniziativa nella realtà di Roma; ma ho anche colto la sua inserzione nella vita delle parrocchie, specie con l’animazione e il sostegno di talune liturgie e momenti di preghiera.

Sono convinto che uno degli aspetti fondamentali che rende le periferie di Roma meno disperate rispetto ad altre città europee sia proprio la presenza di cristiani, come quelli di Sant’Egidio, accanto a altre numerose presenze cristiane: sono un messaggio di speranza e di amore per i romani. La storia di Sant’Egidio a Roma è stata anche quella di un’evangelizzazione delle periferie, di giovani e adulti, senza cedere a quella rassegnazione, in passato forte, per cui era inutile o secondario comunicare il Vangelo. Fin dal 1968 avete fatto questo! L’evangelizzazione si intreccia con la solidarietà. Molti di voi, che siete qui, sono in un certo senso figli di questa comunicazione del Vangelo, avvenuta lungo gli anni a Roma.
L’enciclica Deus caritas est, che Benedetto XVI ci ha recentemente donato, trova un’eco profonda nell’esperienza della Comunità. Da molti anni essa ha creduto che la carità non andasse ideologizzata o ridotta a mera professionalità. In questo modo invece si è esaurito l’impegno, pur generoso, di tanti. Voi avete creduto nella carità che viene dal Vangelo e si pratica con umanità, con amicizia, con prossimità. Non si spiegherebbe la fedeltà ai poveri, tante volte in situazioni umane al limite, senza la fede in quel Gesù che si ritrova in ogni uomo nudo, affamato, carcerato. E’ la fedeltà scritta nella storia di Sant’Egidio. Il Papa ha affermato: “chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino”. E più volte insiste su quel legame, che voi stessi vivete, tra solidarietà e spiritualità.

Avete nel cuore un’intuizione semplice e basilare: imparare dal Signore. Gesù dice: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore”. Ma come imparare dal Signore se non ascoltando la sua Parola? se non ci si allontana dalla vita rumorosa di ogni giorno per ascoltarlo? Come imparare se non mettendo in pratica questa Parola? Come imparare senza mettere al centro della propria vita la preghiera? Dal Signore ogni giorno voi imparate ad amare.
La storia di Sant’Egidio non è stata solo quella dell’impegno, ma soprattutto quella della preghiera, dell’accoglienza della Parola di Dio, della vita spirituale. Quasi quattro decenni di vita di Sant’Egidio a Roma hanno voluto dire una storia spirituale che è la vostra, ma anche parte di quella della nostra Chiesa di Roma. Abbiamo ascoltato l’apostolo Paolo ai colossesi: “La parola di Cristo dimori tra di voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali”. La Parola abbonda in quelle preghiere serali che, a partire dalla basilica trasteverina di Santa Maria, celebrate in tanti luoghi e chiese della nostra città. La Parola abbonda nelle vostre celebrazioni. Da questa abbondanza sgorga la carità, si comunica la fede. Dalla ricchezza della fede sgorga un umanesimo, quella fede che si fa cultura, ricerca e dialogo, riflessione: sono tutte espressioni della vita di Sant’Egidio in Italia e nel mondo.
Nella preghiera sono le vostre sorgenti. La preghiera delle vostre comunità a Roma veglia su voi stessi, sui bisognosi e sull’intera nostra città. I luoghi della preghiera, in questi anni, sono stati un approdo anche per tanti che, in un tempo di incertezza, si sono rivolti al Signore. La carità e la preghiera, di cui anche voi siete stati protagonisti, hanno rigenerato e rigenerano Roma dal di dentro, nel suo intimo. Infatti in questi anni, nonostante le difficoltà, Roma non ha smarrito la sua anima.

Dobbiamo essere grati a voi per la vostra fedeltà, quella di laici, con un impegno professionale e familiare, che avete preso sul serio in questi anni il Vangelo del Signore. Il Papa ha scritto: “l’amore è possibile…”. Sì, voi mostrate che l’amore è possibile. E la traccia più profonda che resta di una vita e di una esperienza è proprio l’amore.
Il Vangelo che abbiamo ascoltato manifesta il rendimento di grazie di Gesù in mezzo ai suoi discepoli: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”. E’ una benedizione per coloro che si sono fatti piccoli nella fede nel Signore, nell’amore per i piccoli. Questa liturgia eucaristica è associarsi al ringraziamento di Gesù in mezzo a noi. E’ un ringraziamento a cui si uniscono qui tanti Vescovi, che saluto, e tanti amici che hanno collaborato con la Comunità e per cui essa è un punto di riferimento spirituale. Tale essa è in tante parti del mondo in cui la presenza e la missione di Sant’Egidio si è estesa. Penso a molti paesi europei, americani, asiatici, anche dove i cristiani sono minoritari. Un ringraziamento particolare viene proprio dai più dimenticati, da quei poveri di Roma e del mondo che non avete trascurato.
Un pensiero particolare va all’Africa, di cui sono presenti alcuni rappresentanti, dove la Comunità è presente in più di venti paesi con comunità di gente locale impegnata nello spirito di Sant’Egidio. Ho in mente la lotta contro l’AIDS, che vi ha portato a un articolato impegno per la cura di quasi ventimila malati nel continente africano. Questo vostro impegno vi ha fatto meritare lo scorso anno il conferimento del prestigioso Premio Balzan per la pace (che fu concesso al beato Giovanni XXIII), il cui importo voi avete destinato alla costruzione dei servizi per la cura dell’AIDS in un paese dimenticato dell’Africa, la Guinea Conakry. La cura dei malati, l’attenzione ai bambini, quella alle donne, manifesta il vostro impegno per la famiglia africana.
Dare speranza all’Africa è uno dei maggiori impegni di Sant’Egidio e non da oggi: si sviluppa sul piano concreto e su quello spirituale. La speranza è sostenuta da varie azioni di pace, tra cui ricordiamo tutti quella in Mozambico. La speranza è il miglior antidoto per le giovani generazioni africane, che, disperate, abbandonano i loro paesi per la via drammatica dell’emigrazione. Il futuro dell’Africa e dei suoi giovani ci riguarda come cristiani e come europei: occorre costruire là situazione vivibili. Per questo, la Conferenza Episcopale Italiana si è fortemente impegnata nella promozione del Sud del mondo, considerandola prioritaria per i cristiani e per lo stesso nostro paese: anzi, tale impegno dà la qualità morale di una vita nazionale che non vuole essere dimentica dei propri vicini in difficoltà. Un mondo globalizzato – come insegnava il Servo di Dio Giovanni Paolo II – ha bisogno di una crescita di globalizzazione della solidarietà.

Sant’Egidio, che a Roma conosciamo presente sul territorio, ha nel cuore la geografia e una cultura del mondo con un genio suo, genio di comunione cristiana e di universalità. Avete costruito a Roma angoli dov’è forte la memoria del mondo, come la basilica di San Bartolomeo, luogo memoriale dei nuovi martiri del XX secolo. Vivete questo sodalizio di universalità in modo affettivo ed effettivo. Anche con i cristiani più dimenticati o in difficoltà. Oppure con quelli a cui manca la pace. Perché la pace vi vede solleciti in varie parti del mondo. Lo stesso Benedetto XVI, proprio il primo gennaio scorso, ha salutato il vostro impegno per la pace.
Da Roma vivete la globalizzazione dell’amore. Avete sentito che Roma ha bisogno di un’anima, di un’idea e di una cultura. Avete così interpretato la vocazione all’universalità di Roma come amor, a cui tante volte il Servo di Dio Giovanni Paolo II ci richiamava. Debbo qui ricordare che questo grande Papa vi volle bene e vi accompagnò fin dall’inizio del suo ministero a Roma. Io stesso sono stato testimone, tante volte, del suo affetto per voi.
Certo il vostro cammino ha le sue fatiche quotidiane, l’impegno per sostenere un carico materiale e spirituale di impegni, la sollecitudine per differenti situazioni. Ma, con la vostra gioia e il vostro interesse per tanti, mostrate come sia vera la parola del Signore Gesù che abbiamo ora letto: “Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico è soave”. Quanto può sembrare, esternamente, peso, fatica, impegno, quindi mancanza di libertà o di tempo per sé, invece è intimamente esperienza di dolcezza e di soavità per coloro che credono e che amano. Voi ce lo testimoniate, cari amici, a cui rivolgo con grande affetto un fervido augurio.

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