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Il 42° Anniversario della Comunità di Sant'Egidio a Firenze (Italia) - Omelia di Mons. Giuseppe Betori


 
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Il 42° Anniversario della Comunità di Sant'Egidio a Firenze (Italia) - Omelia di Mons. Giuseppe Betori
27 febbraio 2010

Il cammino della Quaresima può ben trovare una sua significativa cifra interpretativa nell’esperienza dell’esodo. Di una dislocazione della nostra identità alla fine si tratta: da schiavi a liberi, non più dal paese d’Egitto verso la terra promessa, bensì da quel terreno di intreccio di peccato in cui è imprigionata la nostra vita a un nuovo ambiente vitale, in cui ci si apre l’orizzonte della nostra verità, un ambiente costituito dalla libertà di figli di Dio a cui siamo rigenerati nel battesimo.

Non ci meraviglia pertanto che nel racconto della trasfigurazione del Signore Gesù, che viene proposto dalla liturgia nella seconda domenica del tempo quaresimale, l’evangelista Luca specifichi che oggetto del dialogo tra Gesù e i due profeti anticotestamentari, Mosè ed Elia, sia proprio l’esodo: non più l’esodo d’Israele in cui a Mosè era stato affidato il compito di guida, né quell’esodo spirituale di cui si era fatto banditore Elia, per far tornare il popolo alle radici dell’alleanza con il suo Dio, ma l’esodo di Gesù, cioè il cammino che egli sta per iniziare verso Gerusalemme, verso il luogo in cui consumerà la sua pasqua di morte e risurrezione, riportando l’umanità di cui si è rivestito a quel seno del Padre dal cui amore era stata creata e dal cui stesso amore ora viene redenta mediante il Figlio.

L’esodo di Gesù diventa così per i cristiani il paradigma della Quaresima, il modello di vita offerto a tutti suoi discepoli e il cammino aperto davanti a loro, e per loro reso possibile dalla grazia con cui lo stesso Signore lo apre e lo sostiene. È un cammino, quello di Gesù, fatto di dialogo con il Padre nella preghiera, di parola accolta e donata alle folle dintorno, di gesti di misericordia, di perdono e di vita con cui sorregge i fratelli, con particolare predilezione per i poveri. Su questa immagine si costruisce anche l’esodo del discepolo, che trae dalla figura di Cristo i tratti che devono caratterizzare il proprio cammino di fede.

Ma il vangelo odierno ci dice qualcosa di più, cioè quanto in questo cammino sia essenziale la consapevolezza della meta e la certezza dell’orientamento. Gesù nel suo itinerario con i discepoli ritiene necessario, prima che la strada prenda decisamente la direzione di Gerusalemme, che essi siano consapevoli di verso dove egli sta camminando e di chi è colui con cui essi camminano. Sta qui il senso della trasfigurazione. Non bastano le parole quotidiane di un insegnamento, pur necessario e decisivo, né sono sufficienti i gesti prodigiosi con cui Gesù mostra la presenza in lui della potenza di Dio. Tutto questo non basterebbe a renderlo diverso da un qualsiasi profeta e taumaturgo, magari proprio da coloro, Mosè ed Elia, che appaiono accanto a lui e, nel circondarlo, si manifestano a lui sottomessi. Ciò che lo rende ben più che un profeta e altro che un semplice operatore di prodigi è proprio l’essere indirizzato verso la gloria attraverso la croce. Questo si rivela nella trasfigurazione ai tre discepoli ancora ignari di ciò che tutto questo significa, fino a scambiare l’evento di rivelazione che deve prepararli al futuro come un obiettivo già raggiunto. «Maestro è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia», propone Pietro. E l’evangelista, con schiettezza, commenta: «Egli non sapeva quello che diceva». Solo dopo la Pasqua i discepoli potranno parlare sapendo quel che dicono, perché saranno stati testimoni di come la gloria è il frutto della croce. Solo nell’esodo della morte Gesù raggiunge la sua gloria, che ora è offerta solo come segno anticipatorio. Solo nella condivisione della croce anche l’itinerario del credente diventa un esodo verso la gloria. Nell’annuncio della Pasqua la fede cristiana si stacca da una qualsiasi religiosità e acquista la sua specifica identità, liberandosi da ogni riduzione ideologica o etica.

Ma per perseverare su questo cammino di croce-risurrezione occorre mettersi all’ascolto di Gesù, riconosciuto nella fede come il Dio con noi, il Figlio donato dal Padre, sua immagine perfetta. «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!» chiede la voce del Padre ai tre discepoli sul monte e continua a chiedere a tutti noi ogni giorno. Riconoscere in Gesù il Figlio di Dio è il presupposto della nostra disponibilità a fare dell’ascolto della sua parola l’unico riferimento dell’esistenza, in mezzo alle tante contraddittorie voci del mondo. E solo nell’ascolto della parola di Gesù possiamo alimentare il nostro cammino secondo il giusto orientamento che ci conduce a condividerne il mistero della Pasqua, vale a dire a rigenerare la nostra vita, per coglierla in pienezza, come vita divina a noi donata dal cuore squarciato d’amore del Figlio di Dio.

Non è difficile, cari amici di Sant’Egidio, sentire attorno a voi apprezzamenti per la bella testimonianza che offrite sia nel servizio ai poveri sia nelle diverse iniziative di riconciliazione, nel dialogo ecumenico, in quello interreligioso e a favore della pace tra i popoli. Permettete che, nell’aggiungermi a queste voci, richiami a voi per primi, ma poi a tutti, che questi gesti di presenza della novità di Dio e del suo amore possono scaturire solo da una chiara fede nel Cristo riconosciuto come Figlio di Dio e da un quotidiano ascolto della sua parola, meditata in un contesto di preghiera, secondo una consuetudine ben ferma nelle vostre comunità.

Solo all’interno di una dimensione contemplativa, come quella in cui si trovano immersi i discepoli sul monte della trasfigurazione – non a caso l’evangelista sottolinea che l’evento si realizza quando «Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante –, solo in una dimensione contemplativa può nascere quella partecipazione all’esodo di Gesù e alla sua identità che fa scaturire da noi i gesti della carità e della misericordia. Non mancate mai di alimentare alla sorgente della preghiera il vostro impegno per i poveri e per la riconciliazione! Insegnate a tutti a pregare, nell’ascolto della parola del Signore, come scuola di discepolato cristiano.

Al tempo stesso continuate a fare della Pasqua il centro della vostra fede. Lo esprime bene un’altra vostra specifica attenzione: quella ai testimoni della fede nel nostro tempo, a quanti nel mondo in questi anni continuano a offrire il proprio sangue con quello di Gesù, diventando segno concreto della potenza della croce. L’attenzione alle sofferenze dei discepoli del Signore in tanti paesi nel mondo si scontra spesso con la disattenzione, non poche volte ideologicamente nutrita, di molti e con la dimenticanza degli stessi cristiani. Questa nostra celebrazione sia segno di condivisione delle sofferenze dei nuovi martiri e stimolo per noi a una più coraggiosa e coerente testimonianza.

+ Giuseppe Betori
Arcivescovo di Firenze

 

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