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10/19/2017
Memory of the Church

The Everyday Prayer


 
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September 10 2017 16:15 | Congress Center Halle Muensterland

Intervento della Cancelliera Angela Merkel



Angela Merkel


Chancellor of the German Federal Republic
Spettabile Professor Riccardi,
Spettabile Professor Impagliazzo,
Spettabile Mons. Bode,
Spettabile Mons. Genn,
Eminenze,
Eccellenze,
Spettabili rappresentanti di Chiese e religioni,
Spettabile Signor Presidente della Repubblica del Niger, caro Mahamadou Issoufou,
Spettabile signor presidente del Parlamento dell’Unione Europea, caro Antonio Tajani,
Spettabile sindaco Lewe,
Signore e signori, 
Care partecipanti e cari partecipanti,
 
Già solo i saluti iniziali – che avrebbero potuto essere molto più lunghi, non ho nemmeno salutato il Grande Imam al-Tayyeb né il card. Kasper, ma lo faccio ora – mostrano che non si tratta di un incontro qualunque, questa è un’istituzione. Sono felice di poter partecipare nuovamente, dopo il 2011 a Monaco, ad un incontro internazionale per la pace in Germania. Qui a Münster e Osnabrück prosegue la più che trentennale tradizione che rappresenta uno straordinario segno di riconciliazione e di pace. 
 
Il messaggio è questo: il dialogo tra le differenti religioni è possibile. Ma è anche necessario. Perché l’accordo, la disponibilità ad ascoltare l’altro e a vedere il mondo con gli occhi dell’altro, questo è necessario per costruire quella comprensione che è essenziale per un fruttuoso vivere insieme sulla terra. 
 
Proprio di questo si tratta: le religioni hanno il compito di fare la pace. Non ci può essere nessuna giustificazione della guerra e della violenza in nome di una religione. Ed è triste che lo si debba sottolineare. Ma lo sappiamo, da sempre si è abusato della religione per dare una giustificazione putativa agli atti violenti. Per questo le comunità religiose sono chiamate ad opporsi con chiarezza all’appropriazione della religione da parte di coloro che calpestano la dignità umana. 
 
Certo, esisteranno sempre diverse convinzioni di fede, visioni del mondo e rivendicazioni veritative. Ma la domanda è come ci relazioniamo noi a questa molteplicità, alle contraddizioni e alle opposizioni. Non possiamo né dobbiamo ignorarle, se ci consideriamo membri di una comunità che ha a cuore gli uomini. 
Il dialogo interreligioso senz’altro non è mai facile. La fede tocca la parte più intima e profonda dell’essere umano. Potremmo semplicemente trincerarci in mondi paralleli ed eventualmente parlare gli uni sopra gli altri, invece che gli uni con gli altri. Ma in questo modo sapremmo molto meno gli uni degli altri. Dall’ignoranza del resto cresce fin troppo facilmente il rischio di pregiudizi e risentimenti. Questa via ci porterà sempre più lontano da una convivenza pacifica. 
 
All’opposto si colloca l’impegno per costruire la pace di una Comunità come Sant’Egidio. Essa si basa sulla forza della parola e della preghiera comune. Si basa sull’incontro, la comprensione e la riconciliazione. Nel dialogo offre sempre la possibilità di venirsi incontro. Lo fa nella convinzione – come ha detto  molto chiaramente Riccardi nel suo discorso – che il cambiamento in bene è possibile, anche se può richiedere molta pazienza e fatica. 
 
Per quanto riguarda la volontà e la capacità di dialogare, possiamo rivolgerci alla storia dell’Europa. L’incontro di quest’anno si svolge nelle città della pace di Vestfalia. A Münster e Osnabrück si riuscì nel 1648 a porre fine alle incredibili brutalità della Guerra dei trent’anni. Furono trenta terribili anni di distruzioni. Per la prima volta nella storia di riunì una conferenza di pace europea. Motivata dalla convinzione che la pace non possa essere trovata con la guerra, ma al tavolo delle trattative. Sostenuta dal riconoscimento che la guerra come mezzo per realizzare il perseguimento di interessi particolari in ultima istanza genera solo sconfitti. Ovviamente la pace di Vestfalia non risolse tutti i problemi della sua epoca, e sicuramente non per lungo tempo. Fu seguita da secoli di guerre orribili tra i popoli europei. 
 
Nel 2018 ricorderemo i 100 anni dalla fine della Prima guerra mondiale. Nei quattro anni del conflitto bellico si dissanguò nelle trincee una intera generazione di giovani europei. Ma non se ne trassero le conseguenze, o se ne trassero di sbagliate. Dovevano giungere tempi ancora peggiori, con la Seconda guerra mondiale scatenata dalla Germania e con la frattura della civiltà rappresentata dalla shoah. 
Dopo queste indicibili sofferenze come si sarebbero mai potuti superare i profondi solchi che dividevano i popoli e le nazioni europei?
Eppure ciò che era quasi impossibile si realizzò. E in questi decenni è cresciuta sempre di più la collaborazione europea. Questo passaggio dall’odio e dall’inimicizia alla riconciliazione e alla cooperazione è una storia di successo che non ha eguali. È stata ed è possibile, perché è sostenuta da valori fondamentali condivisi.  È orientata a scopi comuni, e si manifesta in progetti comuni. Quando parlo di comunione, non intendo dire che l’integrazione europea abbia qualcosa in comune con l’omogeneità nell’uniformità. No, l’Europa è e resta il continente delle diversità. Differenze tra persone e anche tra stati sono normali. Si può ben convivere con le differenze, se siamo concordi nel rispetto dei valori fondamentali, come i diritti umani, la libertà e la responsabilità.  
 
Noi europei abbiamo sperimentato, che la pace e il benessere sono correlati. Abbiamo imparato che insieme possiamo affrontare le sfide comuni in maniera molto più efficace di quanto non potremmo fare da soli. Fare quest’esperienza – e Antonio Tajani sa di cosa parlo – presuppone la capacità di scendere a compromessi, e il rispetto reciproco. 
 
Abbiamo potuto mettere alla prova questa facoltà già molte volte in occasioni importanti. Ma, lo dico chiaramente, saremo sempre nuovamente messi alla prova. E non sempre troviamo un denominatore comune. 
Particolarmente duro è stato il colpo inferto dalla perdita di fiducia nell’Unione Europea della maggioranza della popolazione britannica. È chiaro che anche dopo la sua uscita dall’UE vogliamo mantenere buone relazioni con la Gran Bretagna, anche se la nostra collaborazione necessariamente non potrà più essere così forte come è stata finora. E contemporaneamente i 27 membri dell’Unione Europea dovranno in futuro trovare risposte convincenti alle domande sul futuro dell’Europa. 
 
Sforzandoci di rendere forte l’Europa nella competizione globale, a prova di crisi e con capacità di azione, dovremmo concentrarci indubbiamente sulle questioni che possono essere risolte più efficacemente a livello europeo che a livello nazionale. Comunque non mancano le sfide di fronte alle quali ci confrontiamo insieme, come i problemi climatici o quello dei profughi e dei migranti, o quando ci interroghiamo su come si possa affermare nella competizione mondiale il modello economico e sociale europeo con i nostri alti standard, o quando ci chiediamo come possiamo conservare la sicurezza e la pace in Europa e promuoverle nei paesi vicini. 
 
Noi europei non possiamo abituarci alle tante aree di crisi del mondo, come se non ci riguardassero. No, ciò è contrario ai valori e ai diritti fondamentali dai quali facciamo discendere il nostro convivere, ma che non cessano di essere validi quando si varcano i confini dell’Europa. E in ogni caso nel nostro mondo così interconnesso gli sviluppi e le decisioni prese in altre regioni hanno conseguenze sulla nostra vita in Europa, e viceversa. 
 
Che lo vogliamo o meno, abbiamo la responsabilità di provvedere alla sicurezza e alla stabilità non solo dell’Europa, ma anche di altre parti del mondo e di impegnarci per sostenere le soluzioni pacifiche. Indubbiamente ciò è più facile a dirsi che a farsi. Pensiamo solo al nostro impegno pluriennale insieme alla Francia nel quadro del quartetto di Normandia per la stabilizzazione della situazione nell’Ucraina orientale. Pensiamo ai nostri sforzi per dissuadere la Corea del Nord dal perseguire il suo programma missilistico e nucleare che viola il diritto internazionale. O pensiamo agli interminabili conflitti e guerre civili – dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Siria alla Libia – e alla lotta al terrorismo di Boko Haram nella regione del lago Ciad o contro il terrorismo in altre regioni, ad esempio in Mali. 
 
Anche noi in Europa avvertiamo le conseguenze delle crisi e dei conflitti. Ma questo non fa che rafforzare il monito a non abbandonare i paesi in crisi. Papa Francesco ha sottolineato questo dovere quando alla preghiera per la pace di Assisi un anno fa ha detto, e lo cito: “Pace vuol dire collaborazione, scambio vivo e concreto con l’altro, che costituisce un dono e non un problema… perché il nostro futuro è vivere insieme”.
In realtà la comunità mondiale ha il dovere morale e la pressante necessità di comprenderlo meglio e di realizzarlo insieme. Vorrei ringraziare il Prof. Riccardi per le sue parole sulla globalizzazione che ha bisogno di un’anima. 
 
Domande globali possono essere unicamente risolte con risposte globali. Questa convinzione ci ha anche guidato nella presidenza tedesca del G20 di quest’anno. Solo nell’intesa si potrà riuscire a gestire la globalizzazione in modo tale che essa sia a vantaggio non solo di alcuni paesi, ma di tutti. Non avremo uno sviluppo positivo a livello mondiale, se non sarà possibile che tutti abbiano parte in uno sviluppo durevole. Con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite tutte le nazioni si sono impegnate ad adoperarsi affinché vi siano buone prospettive di vita in tutto il mondo. In ciò, noi popoli d’Europa ci troviamo davanti alla responsabilità di adoperarci di più per l’Africa, continente a noi vicino, di quanto fatto finora, e di farlo come partner.
 
È evidente che la classica cooperazione allo sviluppo non è sufficiente. Perciò, insieme ai paesi con cui cooperiamo, lavoriamo affinché siano migliorate le condizioni generali nel contesto in cui operano gli investitori privati, per migliorare in tal modo la situazione occupazionale nei paesi africani. Ma se anche ci fossero le condizioni economiche più favorevoli ciò sarebbe di poca utilità, se non potessero essere sfruttate. Ciò significa che l’istruzione e la formazione professionale sono e rimangono una questione centrale nello sviluppo economico. Direi di più: il livello d’istruzione determina anche la partecipazione politica e lo sviluppo democratico di una società. Ho parlato con il Presidente Issoufou degli sforzi che sta compiendo affinché per esempio tutti i bambini del suo paese abbiano un’istruzione scolastica. È proprio lo sviluppo dell’istruzione delle bambine ad essere importante, ed è anche decisiva pensando a un paese come il Niger. Signore e Signori, soprattutto per l’Africa vale il fatto che la gioventù è il futuro di un paese, poiché qui più della metà della popolazione ha meno di 25 anni. Come paesi del G20 dedichiamo alla gioventù particolare attenzione, investendo, anche e soprattutto nelle zone rurali, in scuole e luoghi di formazione, e promuoviamo l’accesso alle tecnologie digitali.
 
Constatiamo però anche che in molti luoghi manca la sicurezza – a causa di stati deboli, di conflitti, del terrorismo e di catastrofi umanitarie. A ragione nel preambolo dell’Agenda 2030 si dice – (cito): “Non ci può essere sviluppo sostenibile senza pace, né la pace senza sviluppo sostenibile“. Veramente non è pensabile l’una cosa senza l’altra! Perciò nella nostra partnership con l’Africa si tratta anche di promuovere la sicurezza e la stabilità – e dunque di attenuare la sofferenza umana e contemporaneamente creare le condizioni basilari per poter cominciare a svolgere attività economica.
 
Noi sappiamo che uno sviluppo a lungo termine presuppone sempre una presa di responsabilità diretta. Perciò la Germania sostiene le organizzazioni regionali, in particolar modo l’Unione Africana, nella costituzione di un’architettura africana autonoma per la sicurezza e la pace. Si tratta soprattutto di sostenere le capacità di mediazione e di prevenzione di crisi. Vorrei mettere in evidenza l’”Alleanza per il Sahel”, iniziata dalla Germania, dalla Francia e dall’Unione Europea. Il suo scopo è un migliore coordinamento delle misure per lo sviluppo e la stabilizzazione nella regione del Sahel.
 
Quando mancano la sicurezza e le prospettive economiche, quando vi è mancanza di speranza, gli uomini e le donne cercano una vita nuova altrove. Per fare ciò, nella loro miseria e disperazione accettano anche le strade più pericolose, e si affidano agli scafisti ed a mercanti di esseri umani. Ciò significa che, nella misura in cui rafforziamo i nostri partner africani, con politiche di sviluppo e di sicurezza, possiamo anche contrastare coloro che, senza scrupoli, fanno profitti sul destino delle persone.
 
Dobbiamo arginare la migrazione illegale e criminale condotta dagli scafisti verso l’Europa, che è già costata la vita a migliaia di persone. Allo stesso tempo si tratta di creare vie sicure e legali per persone che hanno bisogno di protezione. La convenzione tra l’UE e la Turchia è la dimostrazione che ciò è possibile. Grazie ad essa siamo riusciti in larga misura a togliere agli scafisti criminali la fonte dei loro guadagni, ed anche il numero di morti nell’Egeo è diminuito molto significatamene.
 
Ora stiamo lavorando alla prospettiva del Mediterraneo centrale, per troncare l’immigrazione illegale, la quale avviene soprattutto attraverso la Libia. A questo scopo alla fine di agosto mi sono incontrata con i miei colleghi di Francia, Italia e Spagna, come anche di Niger, Ciad e Libia. Permettetemi di elencare brevemente i punti su cui ci siamo accordati.
 
In primo luogo vogliamo arginare l’immigrazione illegale verso la Libia. A tale scopo occorre collaborare meglio con i paesi d’origine e di transito, per eliminare, per quanto possibile, le cause che spingono a fuggire.
 
In secondo luogo sosteniamo gli sforzi dell’Italia e della UE per rafforzare la guardia costiera libica nel salvare i migranti. La guardia costiera libica ha salvato già più di 12.000 persone quest’anno. Il suo impegno rafforzato ha contribuito a far scendere il numero di migranti sulla rotta del Mediterraneo centrale. Grazie alla diminuzione del numero di traversate illegali per fortuna anche il numero di morti è diminuito notevolmente.
 
In terzo luogo dobbiamo occuparci del benessere delle persone sofferenti che sono approdate in Libia. Le condizioni umanitarie sono in parte catastrofiche. Perciò è estremamente importante collaborare con le autorità libiche ed avere accesso ai campi. Inoltre, insieme all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ed all’organizzazione ONU per i rifugiati, l’UNHCR, collaboriamo alla costruzione di un’infrastruttura umanitaria per rifugiati e migranti in Libia. Persone che hanno particolare necessità di protezione vengono evacuati dalla Libia, con la collaborazione dell’UNHCR, e portati in Niger, da dove l’UNHCR cercherà possibilità di ricollocamento. Dico espressamente che noi in Germania siamo pronti a dare il nostro contributo, e credo che lo saranno anche molti altri paesi europei.
 
In quarto luogo ciò significa anche che l’accoglienza per motivi umanitari di persone con particolare bisogno di protezione è e rimane uno strumento importante della nostra politica migratoria.
 
Per riassumere, si tratta di fare due cose: in primo luogo combattere le cause che portano a fuggire dal proprio paese, in secondo luogo creare una migrazione per vie legali anziché per vie illegali, sulle quali già tanti hanno trovato la morte.
 
In questo contesto vorrei mettere in evidenza l’impegno della Comunità di Sant’Egidio per la creazione di corridoi umanitari. Essi aiutano ad impedire che i profughi cadano nella trappola dei trafficanti di esseri umani e che tentino traversate del Mediterraneo in cui rischierebbero la vita. Ringrazio di cuore per tutto ciò. Con questo lavoro date un esempio bellissimo del ruolo che la società civile può e dovrebbe assumere, per dare un volto umano al mondo.
 
Sono proprio le Chiese e le Comunità Religiose che si distinguono grazie a una forza fantasiosa di umanità, che troppo spesso manca alla politica in molte parti del mondo. Che si tratti di istruzione o assistenza sanitaria in paesi poveri, in questi ed in altri campi essi si rivelano partner insostituibili nella cooperazione allo sviluppo, e si rivelano anche come persone che in maniera instancabile preparano la strada per una convivenza pacifica. Grazie di cuore.
 
Signore e Signori, nella Preghiera della Pace del 1986 ad Assisi Papa Giovanni Paolo II – cito – disse: “La pace è un cantiere aperto a tutti, non solo agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi. La pace è una responsabilità universale: essa passa attraverso mille piccoli atti della vita quotidiana. A seconda del loro modo quotidiano di vivere con gli altri, gli uomini scelgono a favore della pace o contro la pace.“
 
Si, le vie della pace – nel grande e nel piccolo – sono molteplici. Il titolo di quest’anno, “Strade di Pace”, vi fa riferimento. Le religioni hanno spesso strade diverse dalla politica. Ma insieme portiamo la responsabilità per la pace nel mondo. L’incontro internazionale della Comunità di Sant’Egidio sottolinea questa responsabilità. Possa essere di grande stimolo per voi e per tutti i partecipanti e di ispirazione per un continuato impegno a favore della pace.
 
In tal senso auguro a tutti voi di avere degli incontri interessanti, dei bei colloqui e dei giorni fruttuosi a Münster e Osnabrück. Grazie di cuore per il grande segno di pace, che mandate da questo luogo al mondo intero. Sono sicura che i Sindaci di Osnabrück e Münster faranno la loro parte affinché vi troviate bene.

#pathsofpeace
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