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18/12/2017
Preghiera per la pace

Preghiera ogni giorno


 
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12 Settembre 2017 09:00 | Bischoefliches Priesterseminar Borromaeum, Kardinal-von-Galen-Saal

Intervento di Mario Giro



Mario Giro


Viceministro degli Affari Esteri, Italia
Senso di fastidio, di impotenza davanti all’Africa, una sempre più diffusa e sorda intolleranza. Anche i leader tradizionalmente più vicini alle problematiche africane, non riescono a trattenere dei giudizi di estraneità: da Sarkozy dell’Africa non ancora entrata nella storia, a Macron che parla di Africa davanti a una sfida di civiltà……alla fine tale estraneità porta nell'opinione pubblica alla rabbia e alla paura. 
 
Fondamentalmente l’Africa viene percepita come una terra indifferenziata, tutta uguale, inespugnabile e incomprensibile. Come scrive Calchi Novati, l’Africa “deve fare i conti con la sua solitudine”, anche quando accende gli appetiti per le sue ricchezze. 
 
Due i temi ricorrenti nei pensatori europei sull’Africa lungo il Novecento (almeno fino alle indipendenze): Africa senza storia e diversità razziale. 
 
Razza: filosofi e teorici razziali europei dell’Ottocento non hanno dubbi sulla diversità che porta alla gerarchizzazione delle razze e alla fine all’apartheid. Su questo non c’è molto da dire se non che la tratta degli schiavi, riducendo gli africani in merce, è all’origine del disprezzo razziale. Scrive WEB Du Bois nel 1903: “Il problema del XX sec è il problema della linea del colore, la relazione tra le razze più chiare con quelle più scure, in Asia, Africa, America e nelle isole” e qualche anno prima nel 1899 Conrad, nel suo Cuore di tenebra aveva accusato “lo straordinario sforzo di immaginazione” con cui gli europei avevano visto negli africani dei nemici. 
 
Sulla questione della storia la questione è complessa. Già Hegel scrive di un “continente senza storia”. Priva di tradizione statuale paragonabile a quelle d’Asia, Medio Oriente ed Europa, l’Africa esprimeva una “leggerezza” del potere tradizionale, una diversa idea del controllo del territorio (per es. capitali mobili), nessuna necessità di deterrenza, l’assenza della proprietà individuale della terra, cioè di un sistema più flessibile, incomprensibile per gli europei. A tale sistema di potere flessibile corrispondeva anche un’altrettanto grande flessibilità in ciò che noi chiamiamo cittadinanza nazionale o appartenenza nazionale. I passaggi da un popolo ad un altro erano frequenti e le linee di demarcazione molto labili. Tutto ciò è comprensibile ora, in tempi di società liquide, ma non ieri. Per questo sembrava senza storia, ma era solo diversa. 
 
Più recentemente si sono dati molti giudizi negativi a causa del mancato sviluppo, come se l’Africa fosse incapace di svilupparsi, fosse una causa persa. Ma tale “fallimento” dell’Africa può essere interpretato come il fallimento dell’Occidentalizzazione dell’Africa, come sostiene Latouche. Quindi il problema è biunivoco. 
 
Per capire, per entrare in relazione, occorre innanzi tutto guardare l’Africa per quello che è oggi. Non esiste una sola Africa, ne esistono molte, cosi come l’Europa è multipla e plurale. Certo c’è una unità intrinseca, storica e culturale, tra africani ma non diversa da quella tra noi europei. Vicinanze, somiglianze e differenze. Forzare nel senso dell’uniformità del continente significa applicargli una nostra visione, una nostra percezione. Dobbiamo accettare il fatto che l’Africa è un enorme continente, complesso e differenziato. 
 
Il problema dello spirito del tempo attuale in Europa, quello di europei benestanti e spesso arrabbiati e vittimisti, è quello di come fare ad essere lasciati in pace nel proprio benessere. Contro la paura e le minacce del mondo globale, crediamo solo alla medicina della tranquillità, che preservi ciò che abbiamo acquisito. In un mondo caotico in cui è facile essere spaesati, l’ideale è una vita da suburban americano o da piccolo borgo europeo...Il resto, il mondo e le sue complessità, diviene minaccia e pericolo imminente ...su cui fanno leva i populisti, gli estremisti e i sovranisti…: manipolano la nostra paura e la nostra voglia di esorcizzarla. Sono imprenditori della paura.- 
 
Perciò il tema di questo panel è centrale: ci sveglia dal sonno e ci obbliga a riflettere, a riprendere laddove i padri fondatori europei hanno lasciato: la relazione eurafricana. 
 
Eppure sembra che le ragioni per preoccuparci ci siano: l’Africa sta diventando un gigante demografico, a causa di una migliore sanità e dell’aumento dell’aspettativa di vita... oggi è 1 mld; nel 2100, dicono, probabilmente 2 mld. Ma non è che recupero: nel 2030 tornerà ad avere un quarto della popolazione mondiale come ebbe fino all’inizio della tratta...Infatti tra il 1500 e 1900 la popolazione mondiale è aumentata di 3,5 volte mentre quella dell’Africa stagnava… e in 4 sec diminuiva in percentuale dal 17 al 7%. 
Resta il fatto che l’Africa cresce mentre l’Europa invecchia. Nella vulgata ciò viene percepito come minaccia, groviglio di problemi…pensiamo subito a invasioni, ebola, aids, migrazioni, povertà…e pensiamo che la cosa migliore sia starne alla larga. 
 
Ma se guardiamo davvero, e da vicino, ai problemi africani, scopriamo che sono in parallelo e molto simili ai nostri, con diversità di accenti o magnitudine certo. Scopriamo che risolvere i problemi africani corrisponde a risolvere quelli a casa nostra e viceversa. C’è molta più unità di interessi, connessione di interessi, di ciò che appare. 
 
Con i paesi dell’Africa del Nord, quella arabo-islamica, viviamo –ad es.- lo stesso problema della relazione con l’islam politico: siamo alla ricerca di una risposta al rapporto tra islam e democrazia, ciò che da noi si chiama integrazione e dall’altra parte del Mediterraneo prende l’aspetto della ricerca tra autoritarismo, reazione dell’islam politico e democrazia. E’ una sfida che viviamo da entrambi i lati del Mediterraneo. 
I foreign fighters europei e tunisini - ad esempio - si assomigliano nelle loro scelte… dicono le stesse cose… 
 
L’altra questione che ci unisce all’Africa è l’immigrazione dal sud sub-sahariano. Cosa fare? Ci attribuiamo la responsabilità a vicenda (pensiamo alla Libia) ma siamo davanti allo stesso problema, che si collega ad altri, come il ritorno del razzismo o del tradizionalismo. Non possiamo non vedere un altrettanto forte similitudine nella contemporaneità e cioè la domanda su quale democrazia: come reagire alle sfide della globalizzazione, al nesso cultura-tradizione, all’alternativa chiusura verso il passato/apertura al futuro? 
Le migrazioni da sud sono un impoverimento netto per i paesi di origine: una perdita perché si tratta in genere di ragazzi che hanno studiato (certamente più della generazione precedente). Su questa questione c’è molta ipocrisia dalle due parti: da parte europea perché si vorrebbe respingere tutti, salvo quando c’è bisogno di forza lavoro, e non si fanno sforzi adeguati per l’integrazione ecc. Da parte africana perché molti leader non si commuovono davanti al fatto che i loro giovani partano e abbandonino, votino con i piedi come si dice. Non ho visto nessun capo di stato africano a Lampedusa, ancora. 
 
I flussi sono anche una questione di tenuta dello Stato e di rischio di frammentazione. Nel Sahel i trafficanti mettono a repentaglio gli Stati e noi abbiamo un comune interesse a non avere altre “libie”, stati falliti. Questo ci travolgerebbe tutti. Pensiamo al nord del Mali…
 
D’altronde la tenuta dello Stato unitario così come lo conosciamo –che per noi europei può essere una crisi mentre in Africa diviene una tragedia- è messa a repentaglio ovunque da forze centripete, divisive, etno-nazionaliste, locali e tribali o sovraniste. E’ l’onda lunga del nazionalismo estremo che si propaga con le sue conseguenze. Così abbiamo come risultato stati falliti o semifalliti in Africa; stati inutili in Europa…o temute secessioni...la crisi del panafricanismo e dell’idea europea unitaria sono in parallelo e non basta proseguire la polemica postcoloniale, lo dico in particolare per gli africani, per salvarsi. 
 
Anche la crisi dei giovani ci unisce: giovani alla ricerca di senso in Europa, giovani facile preda degli estremisti in Nord Africa, giovani che fuggono nel resto del continente…c’è una connessione di interessi nell’occuparsi di tanti giovani che si sentono non amati…è un tema globale. 
 
Un altro interesse comune è la lotta contro la mala globalizzazione: cresciute in zone grigie cioè zone di guerre endemiche che non finiscono mai (ce ne sono troppe e troppo dimenticate), tali filiere del male, questi poteri oscuri, vivono di traffici di ogni genere, sono molto più globalizzati degli Stati, sanno collaborare fra loro e stendono una rete globale parallela a quella ufficiale. Tale criminalità corrompe il principio del servizio pubblico (pensate alle mazzette alle forze dell’ordine…ma anche alle élite…). 
 
In questo esiste un auspicabile impegno comune delle religioni: invece che gareggiare, che essere competitive tra loro in Africa, dovrebbero collaborare per l’educazione civile della società, contro la corruzione, per i programmi socio-sanitari e educativi dei giovani, per la tenuta del tasso di moralità generale e soprattutto, per la pace. Con l’estremismo e il proselitismo concorrenziale, soprattutto se violento, le religioni sono manipolate e alla fine perdono. Nella concorrenza periremo tutti. 
 
Infine c’è la questione economica. Sappiamo che c’è bisogno di aiuti e che esistono le rimesse, più importanti degli aiuti e che giungono direttamente alle famiglie. 
Quello che manca è ancora l’investimento privato. C’è stato un aumento di quest’ultimo: grandi investimenti e grandi cantieri; ferrovie, strade, dighe, centrali, porti. Ma ancora non è sufficiente. 
 
Nel rapporto Honest Accounts 2017, appena pubblicato da Global Justice Now, si calcola che ogni anno in Africa tutta entrano aiuti e investimenti per 162 mld $ e ne escono 203$. Non c’è equilibro. L’investimento privato deve essere sopratutto orientato alla creazione di imprese: occorre un settore industriale di piccole e medie imprese che crei un circolo virtuoso di creazione di lavoro e spirito di impresa. Dal 2006 i flussi privati superano quelli pubblici, ma occorre di più: è l’unico modo per connettere l’Africa al mercato mondiale. 
Alcuni paesi investono di più: in primis la Cina che dal 2000-2014, ha aumentato da 10 a 220 mld $ (crescita di 22 volte)! 
Vi sono altri paesi, Turchia ma ora rallenta, India, Giappone, Corea ecc. Ci sono i vecchi investitori Usa ed Europa. Poi ce ne sono di nuovi come i Paesi Golfo e A. Saudita (ma importano anche finanza islamica e wahabismo).
Gli aiuti europei all’Africa superano la metà di quelli globali che sono circa 40 mld $. Solo l’UE ne stanzia oltre 20. L’idea di un Piano Marshall è all’ordine del giorno. 
 
L’Europa deve darsi una politica a lungo termine. 
 
Si è molto discusso su queste questioni: aid, dead aid, trade not aid ma ora nemmeno trade a causa della politica protezionista di molti Stati. Quindi la polemica sull'aiuto era pretestuosa.
 
Abbiamo bisogno di nuovi programmi, come quelli per l’elettrificazione e l’energia (sono ancora 600 milioni gli africani senza corrente), i trasporti, l’agricoltura e la trasformazione dei prodotti agricoli (terre), la farmaceutica, le telecomunicazioni e la digitalizzazione (penso al Kenya). 
 
Esiste una sola soluzione: cosviluppo. Invece di chiudersi l’Europa può trarre vantaggio da un accordo su tale tema. Esempio positivo, malgrado le critiche, è quello dell’accordo Nord americano, il Nafta.... la mia proposta è che vada negoziato un accordo commerciale e industriale di cosviluppo che porti parte della produzione (penso all’agro-industria) in Africa. Non basta un accordo sulle materie prime…che sarebbe di sfruttamento. E' necessario un vero accordo commerciale e di politica industriale e agricola, che connetta i nostri interessi. 

 

#peaceispossible #stradedipace
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