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4 Ottobre 2010 16:30 | Palau Lloctinent

Barcellona 2010 - Intervento di Francesca ZUCCARI



Francesca Zuccari


Comunità di Sant’Egidio, Italia

La crisi economica ha portato ad un aumento progressivo dei mendicanti nelle città del mondo. Folle di poveri nelle grandi megalopoli del sud del pianeta stendono, la mano per racimolare il necessario per vivere. Ma anche nella nostra Europa la povertà cresce e negli ultimi anni coloro che si trovano costretti a dipendere dalla carità altrui sono sempre più visibili. Non sono più solo persone che vivono nella strada o zingari: a volte sono persone insospettabili, spesso anziani ben vestiti che davanti ai supermercati chiedono con vergogna qualche spicciolo per fare la spesa.

Le amministrazioni cittadine un po’ in tutta Europa si sono interrogate su come comportarsi di fronte a questo fenomeno, in nome per lo più del decoro urbano e della sicurezza che della tutela di questa categoria di poveri. E’ così che in molte città sono state emesse ordinanze per impedire l’elemosina soprattutto nei centri cittadini. E’ il caso di Bruxelles, Vienna, Colonia, Praga. La lista potrebbe essere molto lunga. In Italia per esempio nel 1995 una sentenza della Corte costituzionale ha abolito il reato di mendicità previsto dal Codice Penale: mendicare in un luogo pubblico non è vietato (resta un reato qualora lo si faccia con molestia o in presenza di minori). Ma di fatto negli ultimi anni varie amministrazioni cittadine hanno approvato provvedimenti che sanzionano l’elemosina e interdicono i centri storici ai mendicanti.

Si può dire che di fronte a problemi sociali di grande complessità suscitati dall’attuale crisi economica le istituzioni non riescano ad elaborare risposte adeguate e quindi a rimuovere le cause dell’impoverimento crescente di tante persone. Le ordinanze che impediscono la mendicità non costituiscono evidentemente una soluzione ma semplicemente allontanano il problema dalla vista di tutti. Del resto è un antico modo di affrontare i problemi sociali. Vengono in mente, con le dovute distinzioni, i provvedimenti contro la mendicità e il vagabondaggio dell’Europa del Cinque/Seicento. 

La risposta a questo cambiamento di atteggiamento verso i poveri però non va soltanto ricercata nel loro numero crescente e nell’incapacità a trovare delle risposte. Oggi tutto nella nostra società sembra essere governato dalla legge del mercato e quindi da un rigoroso meccanismo di dare e avere e dalla reciprocità nei comportamenti sociali: faccio una cosa se ne ricevo un vantaggio. Dare gratuitamente, senza contropartita sembra una ingenuità: quello che oggi si definisce buonismo. Anche la competitività e l’individualismo che sono altre facce di questo “pensiero unico”, spingono a giudicare il povero come colpevole della propria condizione e la povertà come una responsabilità individuale e non il frutto di fenomeni sociali complessi.

L’elemosina sfugge totalmente a questa logica: anzi è esattamente il rovesciamento di questa logica. E’ infatti un atto spontaneo, gratuito, verso una persona che nemmeno si conosce: non chiede né verifica né contraccambio, non attende rendicontazione né risultato immediato, neanche la gratitudine. Un gesto a fondo perduto in una società dove non si fa più niente per niente. 

Nel libro di Tobia Tobi raccomanda al figlio Tobia prima di morire. “Fa' elemosina con i tuoi beni e nel fare l’elemosina il tuo occhio non abbia rimpianti …. sia proporzionata ai beni che possiedi: se hai poco, non esitare a fare… secondo quel poco. Così ti preparerai un bel tesoro per il giorno del bisogno, poiché l'elemosina libera dalla morte e … per tutti quelli che la compiono …è un dono prezioso davanti all’Altissimo.” E’ questa una delle tante bellissime pagine della Scrittura che esaltano questo atto di carità.

Anche i Padri della Chiesa non mancano di richiamare i cristiani del loro tempo a praticare l’elemosina, che viene indicata come la Regina di tutte le virtù capace di “innalzare gli uomini fino alle sfere del  cielo e farsi la migliore nostra avvocata.” 

Perché l’elemosina, che è un atto di misericordia raccomandato in tutte le religioni, è in questo tempo messo in discussione ed è a volte additato come un comportamento negativo? 

Questo piccolo gesto infatti suscita tante obiezioni a volte anche tra i cristiani stessi. Del resto l’incontro con il povero, che certe volte si vorrebbe evitare, inquieta sempre la nostra coscienza e la interroga. 

Quali sono queste obiezioni? Si dice fare l’elemosina è troppo poco, bisognerebbe fare molto di più. E’ vero è davvero poco ma è quello che serve a quella persona per procurarsi da vivere magari per un solo giorno. Dare qualche spicciolo non esime certo dalla responsabilità verso chi ha bisogno: ma costringe almeno a fermarsi, a guardare in faccia il povero, a donare qualcosa del proprio, perché quella persona interroga proprio te. Non è sostituivo di un impegno più complesso - sicuramente necessario - per sollevare quel bisognoso dalla propria condizione; comunque e soprattutto, è quello che in quel momento si è in grado di fare per lui. In ogni caso può essere l’inizio di un ulteriore interessamento. 

E’ questa la storia di tante amicizie con i poveri delle strade di molte città del mondo vissute dalla Comunità di Sant’Egidio. Si inizia fermandosi a scambiare due parole su un marciapiede, un piccolo aiuto, un panino, e da qui prendono avvio itinerari sempre sorprendenti di riscatto e di liberazione dal bisogno, vere e proprie resurrezioni di persone piegate dalla durezza della vita che ritrovano nel rapporto personale, nell’amicizia e in tanti casi nello spendersi a loro volta per gli altri, un futuro migliore.

Talvolta si pensa che i poveri fingano oppure si dice che non meritano quel piccolo aiuto costituito da poche monete, perché sicuramente non ne faranno un buon uso. Sono obiezioni antiche: ne sentiamo l’eco quando leggiamo le omelie, sorprendentemente attuali di Giovanni Crisostomo ai suoi contemporanei.

“Se (il povero) simula miseria è un disonore più per te che per lui: sa che ha a che fare con gente senza cuore. e – continua - “L’unico merito del povero è il suo bisogno: …. non facciamo l’elemosina al comportamento ma all’uomo: né proviamo compassione per la sua virtù, ma per la sua sventura” - 

A volte si sostiene che fare l’elemosina induce ad adagiarsi nella condizione di povertà. Forse si dimentica che chiedere l’elemosina è umiliante, si è sottoposti agli sguardi di tutti, non di rado anche a qualche giudizio sprezzante. Si è costretti a stare per ore all’aperto, a volte al freddo. Insomma quasi mai si sceglie a cuor leggero di mendicare se c’è un’alternativa concreta, alla propria portata. 

Ma è meglio fare l’elemosina o dare il proprio contributo alle organizzazioni impegnate nella lotta alla povertà? Piuttosto che dare l’elemosina –si dice - è più giusto rimuovere le cause della miseria. Certamente. Quindi allora è un problema che riguarda principalmente le istituzioni non il singolo cittadino. Ma la vera questione non è invece proprio lasciarsi interrogare da quel povero che chiede aiuto proprio a te? L’elemosina è sicuramente un modo parziale ma concreto almeno di porsi il suo problema, a volte è l’unica cosa che si è in grado di fare. 

Non c’è in realtà nessuna contrapposizione tra l’elemosina e la giustizia sociale. Non si tratta di stabilire se sia meglio l’una o l’altra. A ben vedere – ed è in questo senso che ne parlano i Padri della Chiesa – l’elemosina è un atto di giustizia perché restituisce al povero, seppure in modo infinitesimale, quello di cui è stato privato da una società a volte spietata e ricorda ad ognuno di noi che quello che possediamo non è nostro ma è dono di Dio.

Ma la vera giustizia è l’amore. Fare la carità infatti costringe a muovere il cuore ad un sentimento, la pietas, che trova sempre meno spazio nella nostra società. Non c’è niente di più grave e di più dannoso per l’uomo che soffocare questo sentimento così profondo che l’incontro con i poveri sempre suscita. Questo purtroppo è il frutto amaro delle tante obiezioni che vengono fatte all’elemosina. 

Questo atto di misericordia allora ha un grande valore prima di tutto per il povero perché lo aiuta a sopravvivere, rompe l’isolamento in cui tante volte è caduto e inizia a far giustizia della sua condizione, ma ha un grande valore anche per chi la elargisce perché, dice la Scrittura, “libera da ogni disgrazia” (Sir. 29, 12), “salva dalla morte e purifica ogni peccato” (Tb. 12,8), “impedisce di entrare nelle tenebre” (Tb. 4,8). Cosa sono del resto le tenebre se non l’incapacità di commuoversi di fronte alla sofferenza umana e di vedere nel povero il volto vero dell’uomo che è il volto di Dio?

Allora questo piccolissimo gesto, veramente alla portata di tutti, perché non c’è nessuno così povero che non possa farlo – pensiamo all’obolo della povera vedova di cui parla il Vangelo di Luca (cap. 21) - ha una portata dirompente nella nostra società: è un gesto rivoluzionario che contesta l’imbarbarimento dei rapporti umani improntati solo alla logica dell’interesse. E’ un atteggiamento del corpo e del cuore, pur nella sua parzialità e a volte – come dovrebbe essere -  nel suo nascondimento, capace di scardinare quel muro di separazione sempre più alto che si è andato costruendo tra i poveri e il resto delle città e soprattutto i muri di durezza che si vanno alzando nel cuore dell’uomo contemporaneo. 

Dice sempre Giovanni Crisostomo “Grande cosa è l’uomo e cosa preziosa è l’uomo misericordioso, sicché se non ha questa qualità perde anche il suo essere uomo. Ciò rende sapienti. Perché ti meravigli, se questo significa essere uomo? Questo è Dio. <Siate misericordiosi>, sta scritto infatti, <come il Padre vostro>.” 

 

 

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Barcellona 2010

Messaggio
di Papa
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