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24/09/2017
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4 Ottobre 2010 18:30 | Auditori Caixa

Barcellona 2010 - Intervento di Jesús DELGADO


Jesus Delgado


Vicario generale della diocesi di San Salvador, El Salvador
VIVERE INSIEME
UNA NECESSITA’ PER TUTTI 
 
Alle soglie del ventunesimo secolo ci eravamo convinti che l’umanità fosse entrata di fronte ad un crocevia della storia. Non ci siamo sbagliati. Forse non tutti abbiamo visto le novità dirigersi verso la stessa direzione. Non c’è dubbio che la scienza e la tecnica hanno apportato cambiamenti straordinari che hanno cancellato barriere ed hanno avvicinato gli uomini’ come mai prima. Ma le cose straordinarie non rispondono all’aspirazione profonda dell’umanità che sogna di edificare insieme un’umanità più autentica.
Il ˝noi˝ politico del secolo XX, che emblematicamente è rimasto scolpito nelle Nazioni Unite (ONU), deve essere superato. Perché la parola non può essere ridotta all’ambito del mero soffio, ma invece, seguendo la logica del ˝Verbum caro factum est˝, deve divenire ˝Factum˝. Cioè non basta parlare, né è sufficiente parlarci. Si suppone che le nazioni si siano riunite perché le parole che si incrociano nel podium (podio) si concretizzino. La speranza di molti è posta in loro. Sono i nostri fratelli che ˝ci guardano˝ (Atti 3,4-5) e ci chiamano affinché ci sia una coscienza globalizzata di solidarietà con i poveri di questo mondo. Si tratta di costruire su scala planetaria un’umanità più autentica, un mondo più autenticamente umano. 
E’ prodigioso vedere come la tecnica aiuti a sopprimere distanze fisiche o geografiche e la globalizzazione aiuti ad eliminare progressivamente le disuguaglianze economiche e sociali che ci dividono e separano gli uni dagli altri. C’è un qualcosa di più da fare. E’ necessario impregnare l’umanità di quel ˝supplemento d’anima˝ di cui così a ragione parlò Bergson, nel suo tempo. Si tratta di un ordine spirituale, etico e morale che aiuti a dissipare le nubi oscure che ombreggiano con la miseria la geografia degli affamati e dei mal alimentati del nostro mondo, quella cintura che stringe sempre più l’umanità opulenta del mondo.
Non si tratta di un vago sentimento umanitario, ma di un sistema economico sociale, nazionale ed internazionale più giusto, più egualitario, pianificato in modo migliore a favore di una convivenza sociale lontana da ideologie ed incentrata sull’uomo, nella sua speranza di vivere insieme agli altri, lontano dalle esclusioni, più vicini, con più umanità. La speranza capace di capovolgere il mondo del XXI secolo è quella di vederlo popolato di esseri umani:, vedere che la globalizzazione unifichi il pianeta con la formula del dare dignità all’uomo come persona umana.
Come nel I secolo, anche nel secolo XXI la voce del Verbo che si è fatta carne risuona lì dove risiedono i poveri, gli affamati, gli immigrati perseguitati dalla società opulenta. Il mondo di oggi è una Betlemme popolata di esseri umani che sotto il filo della spada erodiana, sanguinano con sete di giustizia. E’ il mondo degli immigrati che, come Gesù che appena nato fuggì in Egitto, cercano la possibilità di una vita migliore in paesi che considerano fratelli. Perché i poveri hanno preso sul serio la voce della globalizzazione che ha detto: ormai non ci sono stranieri! Tutti siamo abitanti di un medesimo piccolo villaggio che si chiama mondo!
 
La sfida del mondo globalizzato è trasformare l’umanità in una famiglia umana. Solo nel seno dell’umanità divenuta famiglia la voce dei poveri potrà essere ascoltata, non più come una voce estranea e che infastidisce ma come la voce del Verbo che si è fatto carne e che aiuta a trarre dal profondo dell’uomo i suoi veri pensieri, come disse l’anziano Simeone a Maria (Lc. 2,35).
 
II Globalizzazione in America Latina: un qualcosa in più.
Qualcosa si muove nell’America Latina immersa nel processo della globalizzazione. Molto si attende da questo continente giovane per rafforzare, arricchire e depurare il processo globalizzatore. A ciò contribuiste lo sviluppo e l’integrazione dei loro Paesi, ma anche le immense risorse naturali di questo giovane continente e le moderne proiezioni di un’economia competitiva. Gli alti e bassi economici sperimentati nel trascorso di questi ultimi decenni dimostrano chiaramente che i paesi dell’America Latina stanno trovando il loro posto nel processo che genera la globalizzazione per il mondo intero. Come scrive Andrea Riccardi “La globalizzazione è una grande occasione, non solo una necessità imposta dai tempi per riformulare la propria identità nel contesto di un orizzonte più largo: far sapere chi siamo ai vicini ed al mondo intero. E’ un’occasione che non è solo contrapposizione ma anche spiegazione di un soggetto che si ricolloca. E’ un’occasione politica e culturale del nostro tempo e non la si deve considerare unicamente una minaccia ma come una possibilità. E’ una richiesta di cultura politica e di interlocutori” (A. Riccardi, Convivere, p.57).
 
In realtà la globalizzazione è ancora un processo, e non sappiamo esattamente dove ci porti. Sarebbe più facile definire il suo obbiettivo se dipendesse da un solo elemento, ma è un fenomeno che dipende da vari fattori. Ne nominiamo tre: uno che ha a che fare con la progressiva soppressione delle distanze fisiche, geografiche ed una crescente vicinanza delle persone attraverso la tecnica e specialmente internet. Queste barriere geografiche e il superamento delle distanze interpersonali non sono il solo fattore. Vi è anche la progressiva soppressione delle distanze economiche e sociali per la quale l’umanità si sforza di sopprimere le distanze tra gli uomini divisi per lungo tempo tra padroni e schiavi. 
 
Desidero insistere su un terzo fattore che è per me di estrema importanza. Mi riferisco all’incontro tra gli uomini e le culture. Il modo in cui si svolgerà questo incontro definirà il contenuto spirituale della globalizzazione. In questo caso si tratta di definire non le condizioni in cui vive l’umanità globalizzata bensì la stessa esistenza come umanità globalizzata. 
 
Sopprimere le barriere sociali significa inventare un sistema economico, sociale e politico più favorevole all’esercizio concreto delle libertà. Ma, seppure è certo che ottenendo migliori condizioni di vita si crea un’esistenza migliore è pur vero che essa non si avrà facilmente. Vi sono fattori economici e sociali che sono soggetti ad essere classificati come buoni o cattivi.
 
Fin tanto che la globalizzazione venga incentrata solo sul fattore economico sarà una realtà ambigua e di conseguenza una realtà a doppio taglio. Il fatto che gli uomini si avvicinino esclusivamente a causa di interessi economici può essere allo stesso tempo un’arma di separazione e opposizione mortale. L’uguaglianza solo economica non può far nascere necessariamente il mutuo rispetto e la vera comunicazione fra gli uomini. Ed anche se è vero che la comunicazione costituisce un arricchimento, grazie anche al vantaggio dato dalle tecniche moderne, può anche significare un impoverimento.
 
E’ bene che l'uomo cerchi di vivere in scala mondiale, unificando e universalizzando tutti, ma, ciò potrebbe significare un impoverimento e semplificazione della globalizzazione. Quando l'universalità si globalizza, si corre il rischio di danneggiare la diversità e unicità delle culture. Quindi è necessario mantenere con fermezza uno spirito critico per saper distinguere una vera globalizzazione da una falsa. Unità e universalità sono concetti che sono alla base della globalizzazione, ma rimangono termini abbastanza ambigui. L'idea di ciò che é disperso ricondotto alla sua unità è di per sé intesa come una forza reale che porta all'unità. Il problema è sapere come far funzionare questa unità. Se fatto attraverso mezzi riduttivi, si potrebbe portare l'umanità ad un impoverimento della cultura, della vita e dell'uomo stesso. Se lo facciamo per sintesi totalizzante, potrebbe portare ad un maggiore arricchimento della cultura e dell'uomo stesso anche nel suo vivere materiale. Perché la globalizzazione richiede di porre in risalto l'unicità degli esseri umani. Non c'è garanzia migliore per la globalizzazione che un processo di umanizzazione. 
 
Concretamente, si tratta di promuovere l’incontro ed il dialogo tra gli esseri umani, con il reciproco rispetto di quello che di originale e singolare c’è in ciascuno di essi. Questa è la dimensione spirituale della globalizzazione, è ciò che è stato sempre all’origine delle grandi culture e delle sue espressioni più genuine. Sarebbe un’irrimediabile perdita per l’umanità se la globalizzazione del nostro pianeta arrivasse ad omologare o collettivizzare il pensiero e la libertà che hanno creato.
E’ così che la globalizzazione intesa come unità universale dell’umanità trova la sua vera strada. In tal senso, il contributo della cultura latinoamericana ha una parola insostituibile. Vorrei citare nuovamente Andrea Riccardi. Egli scrive che “la civiltà del convivere non è solo una pacifica giustapposizione di comunità, come se fosse una federazione comunitarista… E’ affermazione di ciò che c’è in comune. Giovanni XXIII insegnava che si deve cercare ciò che unisce e lasciare da parte ciò che divide: era il suo metodo pastorale e diplomatico. Mettere in comune crea un certo meticciato negli ambiti più diversi della vita. E’ quanto fece la globalizzazione del XVI secolo con la conquista delle Americhe, alla quale si fa risalire il termine ‘meticcio’, dal latino mixticius, che significa nato da razza mista”. Andrea Riccardi nota opportunamente che la parola, il concetto e la realtà del “meticcio” nascono in America Latina.
“Anche l’attuale globalizzazione ha creato un meticciato” afferma giustamente Andrea Riccardi, che “non è solo etnico, ma soprattutto culturale “ (id. pag. 151). In America Latina è essenzialmente etnico, ma si verifica che l’aggiunta dell’elemento culturale ha complicato quello etnico. In tal caso, come sostiene Andrea Riccardi, “si deve negoziare ed ampliare un patto per vivere insieme… Il meticciato, che unisce, suggerisce l’esigenza, a tutte le latitudini, di negoziare un patto per vivere insieme con altri che non sono totalmente estranei” (id. pag. 153). L’obiettivo, come sottolinea Andrea Riccardi, è che, attraverso la globalizzazione, si giunga a creare spazi per la pace.
 
Conclusione
 
Incontro di individui e popoli, imparare a vivere insieme, reciproco rispetto, solidarietà: sono gli elementi essenziali del programma di questo XXI secolo. E’ necessario inventare il modo di essere presenti dei cristiani in questo mondo, che porta già in grembo il desiderio di unità. Deve essere una presenza vera e ciò richiede un lavoro comune, vedersi faccia a faccia, un meticciato e dialogare. Dialogare, cioè imparare dapprima ad ascoltare e poi a scambiare idee, pensieri, testimonianze e realizzazioni che aiutino ad accentuare i legami fraterni di cooperazione e reciproca edificazione di un mondo più umano.
In passato i cristiani si identificavano con una Chiesa che ascoltava poco, perché aveva molto da insegnare. L’insistenza sulla moralità, indubbiamente necessaria, fece sì che alcuni cristiani cadessero in un moralismo che li chiuse alle grandezze morali del nostro tempo. Di conseguenza, il dialogo tra il messaggio cristiano e il mondo non è iniziato, e con esso il messaggio di Cristo non ha avuto dove posare le sue fondamenta, lasciando in sospeso la risposta della Chiesa alle aspirazioni umane dei nostri contemporanei alla verità ed alla fraternità universale. 
Gli ultimi cinque decenni del XX secolo ci hanno obbligato ad epurare un’idea ed un sentimento per giungere alla conclusione che il Cristianesimo non è un’ideologia ma una Buona Notizia che nasce da Gesù ed è assunta dallo spirito di pentecoste e per questo, come ha detto San Paolo venti secoli fa, è un messaggio d’amore, di gioia e pace (Gal. 5, 23). Quando si perde il carattere evangelico del Cristianesimo, gli facciamo perdere il suo potere liberatore. 
 
Dobbiamo sforzarci seguendo la Chiesa dopo il Concilio Vaticano II di rendere reale le parole di Bergson, cioè che il Cristianesimo sia per il nostro tempo “un supplemento dell’anima”, per favorire l’incontro tra fede cristiana e cultura, tra Chiesa e civilizzazione. 
 
 

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Barcellona 2010

Messaggio
di Papa
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