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4 Ottobre 2010 16:30 | Ajuntament. Saló de Cròniques

Barcellona 2010 - Intervento di Datò' Seri ANWAR IBRAHIM



Anwar Ibrahim


Membro del Parlamento, Malesia

 Il conflitto tra israeliani e palestinesi e la questione di Gerusalemme

Nel prologo dell’opera La Guerra giudaica, conosciuto anche con il nome di Storia della distruzione di Gerusalemme, Giuseppe Flavio sostiene che le opere scritte precedentemente da altri “erano viziate da inaccuratezza e pregiudizio”, e che egli spera di “consolare i vinti e scoraggiare gli altri dal tentare di introdurre innovazioni”.

Nel libro II, al capitolo XIV, incontriamo una descrizione di uno dei massacri che ebbero luogo a Gerusalemme. Mi prendo la libertà di parafrasare:

Non essendo riuscito a convincere i sommi sacerdoti ed i notabili ebrei della città a consegnargli coloro che lo avevano offeso, il procuratore romano Florus si accese d’ira e ed ordinò ai suoi soldati di saccheggiare la piazza del mercato superiore. I soldati, nell’eseguire quest’ordine perquisirono ogni casa e ne uccisero gli abitanti; la gente scappava per le strade strette, ma molti venivano raggiunti e parimenti massacrati; molti venivano portati da Florus, che prima li faceva frustare e poi crocifiggere. Complessivamente vennero assassinati tremila e seicento persone, incluse donne e bambini.

Scorrendo il testo, troviamo molti resoconti di episodi simili di eccidi e distruzioni. Quando tuttavia si raggiunge il libro VI, gli eventi prendono una piega diversa, man mano che ci si avvicina alla distruzione del Tempio. Nel libro VI, al Capitolo I, apprendiamo che i ribelli giudei, con la loro indisponibilità a scendere a patti con i romani, sono causa delle calamità sofferte dal resto della comunità dei giudei. Leggiamo che la miseria di Gerusalemme diventa sempre peggiore dal giorno in cui il popolo cade in preda alla fame. Giuseppe racconta che “la moltitudine di cadaveri che erano ammucchiati uno sull’altro erano orribili da vedere”. Per avventurarsi fuori dalla città per combattere il nemico, i ribelli giudei dovevano passare sopra tali resti umani, e, andando avanti per la loro strada, non avevano né pietà di loro, né consideravano ciò un affronto ai defunti. Giuseppe continua: siccome le loro mani erano già intrise del sangue dei propri compatrioti, “sembrava avessero lanciato un rimprovero su Dio stesso”.

Descrivendo il paesaggio di Gerusalemme, trasformata da città dai sobborghi bellissimi a deserto inabitato, Giuseppe prepara il lettore alla distruzione finale del Tempio per mezzo dei romani. Tuttavia, egli non ne dà la colpa ai romani, ma ai ribelli giudei, a causa dei loro gesti sacrileghi, in quanto scorazzavano per il tempio con “le mani ancora calde del sangue dei loro confratelli giudei.”

E’ stato detto che Giuseppe utilizza l’artificio letterario chiamato “spettacolo e tragedia” (“spectacle and tragedy”), per convincere i suoi lettori dell’estraneità alla ribellione della maggioranza dei giudei e per evidenziare la tragedia della caduta di Gerusalemme e della distruzione del Tempio.

Ho ripreso questa storia senza l’intenzione di formulare dei giudizi, ma per inquadrare storicamente il conflitto tra palestinesi ed israeliani. Nel resoconto storico di Giuseppe possiamo vedere come i potenti possano dominare i deboli e perpetuare la crudeltà e l’ingiustizia. Qualunque siano stati gli scopi dei romani, nessuno può mettere sinceramente in dubbio da quale parte stia la nostra simpatia.

Da allora, per secoli Gerusalemme è stata considerata un casus belli, origine di un infinità di guerre che hanno coinvolto non solo culture ma civilizzazioni intere. Ma, come la storia può essere una schiavitù, come può anche essere libertà, possiamo guardare oggi alla questione di Gerusalemme come la roccia (e qui non intendo fare un gioco di parole), su cui è fondata la pace.

Sfortunatamente tuttavia, sarebbe giusto dire che la questione non ha sbocchi se ambedue le parti rimangono testardamente sulle proprie posizioni, considerandola ambedue come loro capitale eterna.

Ma dal 1967, i palestinesi sono disposti ad accettare un accordo che preveda una Gerusalemme divisa, con la parte ovest ebraica e la parte est araba. Dagli accordi di Camp David del 1978 anche gli israeliani hanno cominciato ad accettare un accordo che preveda la cessione di territorio, dovunque eccetto che a Gerusalemme Est. I palestinesi sostengono che non ci possa essere pace senza Gerusalemme Est. E’ un cane che si morde la coda.

Fu la Questione di Gerusalemme a quasi far deragliare il Trattato di Pace tra Egitto ed Israele del 1979, ma le parti giunsero al compromesso di tener fuori Gerusalemme fuori dalla trattativa – più tardi alcuni lo hanno considerato come spazzare la questione sotto il tappeto.  Successivamente, l’Intifada si estese a Gerusalemme Est, e nel 1988 l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) proclamò Gerusalemme capitale del nuovo Stato della Palestina, appena dichiarato, dando tuttavia segnali di voler riconoscere lo Stato di Israele. Sotto il tappeto Gerusalemme era divenuta troppo ingombrante. A partire dall’ottobre 1991, hanno avuto luogo varie fasi dei negoziati di pace, tra i quali alcuni incontri bilaterali, alcuni di essi pubblici, altri segreti; ci fu anche la fondamentale Dichiarazione dei Principi di Washington nel settembre 1993. La Dichiarazione è a tutt’oggi significativa perché evidenzia un chiaro impegno per la pace da entrambe le parti coinvolte, pronte a fare concessioni reciproche. Vi compare anche la promessa di dedicarsi alla Questione di Gerusalemme a partire dal 1996, ovvero al momento dell’inizio dei negoziati permanenti. Nello stesso momento, l’accordo Beilin-Abu Mazen dell’ottobre 1995 propose, tra l’altro, che popoli di ogni religione continuassero ad avere libero accesso ai luoghi sacri di Gerusalemme. La zona Ovest fu quindi chiamata Yerushalayim, mentre la parte est Al-Quds, ognuna delle quali riconosceva l’altra come parte della capitale.   Alla fine, quando una prospettiva di risoluzione completa alla questione di Gerusalemme iniziava a stagliarsi all’orizzonte, appena dopo l’accordo fu finalizzato,  Yitzhak Rabin fu drammaticamente assassinato. Come si suol dire, il resto è storia. Se ci concentriamo sull’attuale stato delle cose, i negoziati di pace rilanciati un mese fa sono ad un passo dal fallimento. Di nuovo. Abu Mazen ha minacciato di abbandonarli se non viene accettata la richiesta di fermare l’espansione delle colonie nella Cisgiordania occupata. C’e’ da dire che mentre i negoziati di pace sono ancora in corso, Israele continua a costruire gli insediamenti. I palestinesi, di contro, affermano che la continua crescita degli insediamenti impedirà lo stabilirsi dello stato palestinese nei territori di loro preferenza. E’ inutile commentare che i palestinesi potrebbero stabilirsi in territori diversi dalla Cisgiordania o dalla striscia di Gaza. Continuiamo quindi a domandarci: le parti coinvolte stanno facendo tutto quanto in loro potere per raggiungere la pace? Se i negoziati diretti non sono più in corso, esiste anche solo una possibilità che si possa intravedere la luce alla fine del tunnel?

Senza neanche bisogno di sottolinearlo, entrambe le parti devono garantire un impegno deciso nel dimostrare di non voler calpestare le rispettive posizioni. Fin quando ognuna delle parti coinvolte penserà di poter contravvenire alla legge internazionale risultando tuttavia in una piena impunità, ogni tentativo di raggiungere la stabilità sarà completamente inutile. Benché entrambi gli attori coinvolti nella contrattazione si trovino d’accordo nel continuare il dialogo attraverso intermediari, ci auguriamo che questa sia solo una risoluzione temporanea. La mutua recriminazione non potrà neanche avvicinarci alla pace. Ad esempio, abbiamo notizia del rifiuto degli Arabi Musulmani nel riconoscere il diritto agli ebrei di vedersi riconoscere una loro nazione, come la causa del problema palestinese. Questo antisemitismo Islamico ha reso impossibile la risoluzione del conflitto arabo-israeliano. Possiamo considerare legittime queste lamentele? Abbiamo già appurato dalle precedenti considerazioni che il riconoscimento dello stato di Israele non è più una questione all’attenzione palestinese. E’ pur vero che esplosioni d’ira come “cancelliamo Israele dalla mappa” non hanno altro effetto che buttare benzina sul fuoco, coloro che sono coinvolti nei negoziati di pace sono perfettamente consapevoli che esse non rispecchiano in alcun modo le posizioni palestinesi (ufficiali). E’ certo, tuttavia, che ogni colonia che non garantisce la sovranità del popolo palestinese nello stato è destinato a fallire. Siamo anche perfettamente consapevoli che l’esistenza di uno stato, cui non sia accompagnata la risoluzione della questione di Gerusalemme, rimarrà un’illusione. In questo passaggio, vorrei sottolineare un aspetto, una percezione errata del conflitto in medio oriente. Molti al di fuori dell’area geografica in oggetto, ma anche molti all’interno di essa, considerano il conflitto tra palestinesi e israeliani solo come parte di una più grande frattura che vede, da un lato, i musulmani, cristiani ed ebrei dall’altro. Sappiamo bene che questa affermazione è errata in quanto tra i palestinesi sono compresi anche molti cristiani.

Quindi, ciò lo renderebbe un conflitto tra mussulmani e cristiani da una parte ed ebrei dall’altra? Di nuovo, possiamo semplicemente dire che ciò è falso, in quanto gran parte del conflitto nasce dalla questione dell’espropriazione della terra natia dei palestinesi che hanno anch’essi una lunga storia su questa terra. In questo conflitto, la religione ha un ruolo minimo, ammesso che lo abbia. Tuttavia, ciò non ha impedito a certi gruppi di strumentalizzare la situazione e farne una questione di jihad. Questi gruppi invocano la jihad per legittimare atti di violenza in varie forme e modalità.

Ma vi è una strumentalizzazione simile anche dall’altra parte. Per esempio, l’opposizione alle politiche di Israele viene associato alla questione dell’antisemitismo. Questo è un controsenso. Ma, tristemente, campagne vendicative, tese a stigmatizzare coloro che hanno deciso di criticare le politiche di Israele verso i palestinesi sono una realtà. Questa mentalità ha fatto sì che i critici debbano essere ridotti al silenzio e demonizzati. Anche coloro che esprimono simpatia per la situazione dei palestinesi corrono il rischio di essere etichettati come nemici dello Stato di Israele.

Si impone una domanda: Perché bisogna essere riluttanti riguardo alla situazione dei rifugiati israeliani? E perché non bisogna essere sdegnati per l’uccisione di donne e bambini? Parafrasando Edward Said, pochi gruppi nazionali sono stati spogliati della loro umanità agli occhi del mondo in modo più palese degli uomini o delle donne comuni palestinesi. In tali circostanze, può sorprendere che i palestinesi reagiscano, come fanno? Tuttavia, non vogliamo essere indulgenti verso la violenza, in ogni forma essa si manifesti. Proprio perché il conflitto si è trascinato per tanto tempo a spese della stabilità della regione e persino del mondo, riteniamo sia urgente che ambedue le parti in causa continuino ad essere impegnate con il processo di pace.

Grazie.

 

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Barcellona 2010

Messaggio
di Papa
Benedetto XVI


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