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4 Ottobre 2010 09:30 | Ajuntament. Saló de Cent

Barcellona 2010 - Intervento di Jaume CASTRO



Jaume Castro


Comunità di Sant’Egidio, Spagna
Se ci lasciassimo trascinare dalle mode dei nostri giorni e dicessimo che “i poveri sono il tesoro di un gruppo, di un’istituzione o di una comunitá”, non sarebbe la migliore lettera di presentazione per chi volesse convincere con un messaggio. La presenza dei poveri nelle nostre cittá preoccupa ed é un problema per molti. Per motivi di sicurezza, di ordine pubblico e di immagine davanti ai turisti, si tende ad allontanare i poveri, affinché si vedano di meno, come se la loro sola presenza provocasse un contagio. In una societá in cui tutto si compra e si vende sembra che non ci sia posto per loro. Non solo non offrono nulla in cambio, ma creano problemi e infastidiscono.
 
E’ certo che la globalizzazione del mercato accentua ulteriormente l’abisso tra quelli che possono consumare e gli altri. Notiamo che il numero di poveri é cresciuto. Sono di piú le persone che vediamo per la strada. Le ultime catastrofi naturali, come il terremoto ad Haiti o le recenti alluvioni in Pakistan, hanno lasciato milioni di persone senza casa e con minime condizioni di vita.
Sono segni del nostro tempo. E la Chiesa, come ha ricordato il Concilio Vaticano II, “deve scrutarli ed interpretarli alla luce del Vangelo”. Parimenti si mette in rilievo nella stessa costituzione sulla Chiesa nel mondo attuale: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (Gaudium et Spes, 1). I poveri sono nel cuore di ogni discepolo di Gesú perché esprimono una delle dimensioni piú umane. I poveri non sono una categoria sociologica né una classe sociale. Sono uomini e donne concreti, con le loro storie, le loro angosce e tristezze, la loro profonditá e dignitá, che é necessario scoprire sotto i tratti a volte indistinti per la fatica della vita. 
Nella Bibbia non si parla di “povertá”, ma si parla sempre dei poveri. Ne deriva che il rapporto con i poveri é la dimostrazione che la Chiesa é veramente cristiana e rende il mondo veramente piú umano: una Chiesa senza i poveri é poco evangelica e un mondo che li dimentica si disumanizza. Come ricorda Mons. Vincenzo Paglia nel suo libro sulla storia dei poveri in occidente, bisogna restituire ai poveri il loro ruolo inquietante e centrale nella storia del Cristianesimo e dell’occidente stesso e allo stesso tempo é necessario sottolineare il ruolo della Chiesa di stare accanto ad essi. 
 
Fin dalle sue origini, (la Chiesa) ha provato a vivere ció che Giovanni XXIII ha espresso parlando di una “Chiesa di tutti e particolarmente dei poveri”. Paolino di Nola visse tra il III e IV secolo, nella cittá romana di Barcino, sicuramente molto vicino a dove ci troviamo ora, dove fu proclamato sacerdote per acclamazione popolare. Ebbene, Paolino di Nola, rivolgendosi al suo amico Panmachino, elogiava il gesto di portare i poveri in chiesa e mangiare con loro: “Tu hai riunito nella basilica dell’apostolo una moltitudine di poveri, i signori delle nostre anime, che, in tutta la cittá di Roma, chiedono l’elemosina per vivere”.
 
La Comunitá di Sant’Egidio ha ripreso questa tradizione. Il pranzo di Natale con i poveri nella Basilica di Santa Maria in Trastevere é come un’icona del nostro tempo. Oggi é una realtá in piú di 75 paesi del mondo. A Barcellona la Comunitá di Sant’Egidio si riunisce nella Basilica di Sant Just i Pastor. In questa festa i poveri stanno al centro della Chiesa e della comunitá, che é la loro vera famiglia. La famiglia dei senza famiglia, la famiglia di Dio: senzatetto, anziani, stranieri, disabili… ciascuno con il proprio nome, perché il povero deve uscire dall’anonimato, va chiamato col suo nome, un nome che Dio conosce e che noi dobbiamo imparare come primo gesto d’amore. Non é casuale che, nella parabola del povero Lazzaro e del ricco epulone, il Vangelo ci dica il nome del povero, ma taccia quello del ricco che banchettava lautamente mentre Lazzaro giaceva alla porta circondato dai cani.
 
Due giorni dopo il pranzo di Natale dello scorso anno, il Papa Benedetto XVI ha voluto visitare la mensa per i poveri della Comunitá di Sant’Egidio. Prima di iniziare il pranzo ha detto: “Quale ricchezza offre alla vita l’amore di Dio, che si esprime nel servizio concreto verso i fratelli che sono nella necessità! San Lorenzo, diacono della Chiesa di Roma, quando i Magistrati romani di quel tempo gli intimarono di consegnare i tesori della Chiesa, egli mostrò i poveri di Roma come il vero tesoro della Chiesa. Ricordando il gesto di san Lorenzo possiamo ben dire che voi siete il tesoro prezioso della Chiesa”.
 
I poveri sono il tesoro della Chiesa. “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me” (Mt 25, 40), dice Gesú. E’ l’unica volta che nel Vangelo si utilizza il termine “fratello” non per parlare dei discepoli ma per qualcun altro: i poveri. I poveri sono parte integrante della comunitá cristiana. Non si tratta di persone esterne a cui dedicare attenzione o da assistere, o di persone a cui destinare le nostre opere buone. I poveri stanno dentro la comunitá come fratelli, sono persone di famiglia, “ci precederanno nel Regno di Dio”, come i pubblicani e le prostitute.
 
In tal modo si crea una famiglia tra chi aiuta e chi é aiutato, allo stesso tempo che si riduce quell’abisso che separa il povero. I poveri non sono casi sociali, ma uomini: hanno bisogno di amore, hanno bisogno di parlare, hanno bisogno di speranza, di fiducia... Aiutarli significa essere loro amici e familiari, non solo dare qualcosa. Le parole del Papa Benedetto XVI hanno aiutato a comprendere che a Sant’Egidio consideriamo i poveri come nostri familiari: “Qui oggi – ha detto Benedetto XVI dopo aver mangiato con i poveri alla mensa della Comunitá di Sant’Egidio di Roma – si realizza quanto avviene a casa: chi serve e aiuta si confonde con chi è aiutato e servito, e al primo posto si trova chi è maggiormente nel bisogno”. 
Pertanto chi vive il carisma della Comunitá di Sant’Egidio non é soltanto una persona impegnata nel sociale e per i diritti umani, il che é molto importante, ma é soprattutto un amico dei poveri.
 
Ma perché sono un tesoro?
Tale rapporto personale con i poveri ci avvicina a Gesú, ci permette di toccare concretamente le sue ferite. Per questo i poveri ci evangelizzano, per questo sono un tesoro. Nel Vangelo vediamo che i segni della presenza divina fanno riferimento solo al rapporto con i poveri: “i ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la Buona Novella...” (Mt 11, 5). Questo sono i segni con cui Gesú indica la presenza di Dio nella storia, e la fede comincia proprio incontrando questi segni…
 
Proprio oggi, il 4 ottobre, ricordiamo San Francesco d’Assisi e la vita di quel giovane che, trovandosi con i poveri, superó con l’amore la paura e la ripugnanza che essi gli provocavano. “Ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo”. André Vauchez, in una recente biografia di San Francesco, sottolinea: “Il suo comportamento generoso con i miseri non fu il frutto della sua evoluzione religiosa: esso piuttosto precedette la sua scoperta del Vangelo e ne fu causa”. L’amicizia con i poveri é nel cuore della fede, ci trasfigura. Per questo non possiamo ridurre tale rapporto con i poveri ad un’attivitá o ad un incarico. Per il cristiano é indispensabile il rapporto diretto con un anziano, un malato, uno straniero, un carcerato… Alla fine della vita – cosí ci dice il Vangelo di Matteo – si chiederá conto di questo rapporto diretto e personale con i poveri a tutti gli uomini, anche a chi non crede.
 
Senza i poveri la nostra vita personale e quella della Chiesa corrono il rischio di perdere orientamento e sapore. Amando i poveri riceviamo il centuplo. Anche se siamo persone semplici, senza una formazione specifica, scopriamo che possiamo essere decisivi per favorire vere e proprie resurrezioni. In questo modo scopriamo l΄efficacia dell΄amore. Possiamo curare le ferite del corpo di Gesú. Vediamo i miracoli dell΄amore di Dio che si realizza attraverso di noi. Amando i poveri assistiamo a veri miracoli di guarigione e resurrezione alla vita. Il povero amato resuscita, sperimenta una vita nuova, desidera amare gli altri, dá prova della presenza di Dio nella sua vita. Si rende visibile la presenza di Dio che vede tutti uguali e che fa sí che non ci sia nessuno tanto povero che non possa aiutare chi sia piú povero di lui. E questo rappresenta un tesoro per tutti. 
I poveri sono il tesoro della Chiesa per molte ragioni, ma soprattutto perché ci permettono di incontrare Gesú e restare accanto a lui. Come Tommaso comprendiamo il valore della Resurrezione solo quando mettiamo il dito nel costato, quando tocchiamo le ferite della passione. É un legame che ci apre alla fede, che ci dona un cuore nuovo e occhi nuovi, occhi intelligenti e buoni. Ci apre ad un amore che non conosce frontiere: poveri vicini e lontani, popoli differenti. Ogni ferita umana, vicina o lontana, di qualsiasi religione, di qualsiasi religione mi riguarda e aumenta il mio interesse.
 
 Questo spirito ha fatto sí che la Comunitá di Sant′Egidio si fermi davanti a molte situazioni. Oggi ricordiamo in particolare i 18 anni della firma di pace in Mozambico, dopo due anni di mediazione. La Comunitá si é resa conto, per prima, di un problema che in Africa é sconosciuto: quello degli anziani e la crescita di un risentimento nei loro confronti. Oggi, grazie alla Comunitá di Sant′Egidio, molti giovani africani si avvicinano alla vita degli anziani. Il programma DREAM di cura ai malati nell΄Africa subsahariana ha ridato speranza a migliaia e migliaia di malati, mentre la comunitá internazionale sosteneva che era impossibile fare qualcosa.
 
In un tempo di poche visioni, questo tesoro puó essere una risorsa ed un aiuto per la Chiesa e per il nostro mondo, per affrontare questo tempo di crisi e non smettere di sognare e lavorare ambiziosamente per un mondo piú umano. Di recente é stato celebrato un congresso dal titolo ˝I poveri sono il tesoro della Chiesa: ortodosssi e cattolici verso il cammino della caritá˝. Durante questo congresso Andrea Riccardi ha affermato che ˝partendo dai poveri, partendo dall΄amore e dal legame con i poveri, che passa attraverso la Bibbia e la Liturgia,  si sviluppa un umanesimo cristiano, in questo mondo utilitarista, economico e mediatico˝.
L΄amore verso i poveri costituisce un grande tesoro: propone la gratuitá, il non vivere per sé stessi.  Questo é un grande valore non solo per noi, credenti, ma per tutti gli uomini. Solo partendo dai poveri una societá puó definirsi umana e vivibile per tutti. É un tesoro per il mondo, una visione di speranza in un tempo di crisi, per convivere in un mondo che si sente assediato dall΄altro: il diverso, i poveri, gli stranieri... Allo stesso modo in cui una famiglia si riunisce sempre attorno al piú debole (l’anziano, un figlio che ha avuto un problema), anche noi cristiani ci riuniamo attorno ai piú poveri, nostro tesoro. In un tempo di globalizzazione dell΄economia, noi cristiani abbiamo una visione di un nuovo umanesimo, nella globalizzazione dell′amore, vissuto e praticato senza frontiere, che sorge dall΄amore per i poveri. Dice Gesú: "Là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore". Il nostro cuore sta con coloro che soffrono, con i piccoli: con i poveri, il nostro tesoro.
 
 

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Barcellona 2010

Messaggio
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