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12 Settembre 2011 16:00 | Rathaus, Großer Sitzungssaal

EBREI E CRISTIANI: DAL DIALOGO ALL’AMICIZIA di KURT KOCH



Kurt Koch


Cardinale, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, Santa Sede

1. Le relazioni tra ebrei e cristiani sono oggi ampiamente caratterizzate da un irreversibile spirito di dialogo e di amicizia. Riflettendo sul cammino compiuto dal dialogo all’amicizia, è bene riconoscere che l’amicizia in realtà ha le sue radici già nel dialogo. Infatti, da un lato, un dialogo autentico è possibile soltanto nell’ambito vitale della libertà, nel senso del rispetto dell’altro precisamente in quanto altro, e presuppone tra i partners un rapporto simmetrico o, come ha detto il filosofo Otto F. Bollnow, “l’anticipazione che entrambi i partners, sulla base di una fondamentale uguaglianza e libertà, siano disposti a parlare insieme, in maniera completamente aperta” . Dall’altro lato, però, l’indispensabile uguaglianza non significa un livellamento delle convinzioni rispettive, poiché il vero dialogo ha luogo tra convinzioni diverse, là dove entrambi i partners sono alla ricerca della verità e, in tale ricerca, rispettano le differenze esistenti e, proprio prendendone atto, contribuiscono alla pace e all’amicizia. 

Ciò che è vero per ogni dialogo umano, lo è in particolare per il dialogo tra ebrei e cristiani. Poiché abbiamo radici comuni, una storia comune ed un patrimonio spirituale comune, il cristianesimo si riferisce e si riferirà sempre all’ebraismo. Tuttavia, per quanto riguarda gli elementi che costituiscono il fulcro della fede cristiana, ovvero la professione di Gesù come il Cristo e il Figlio di Dio, la sua incarnazione, la sua croce e la sua risurrezione, ebrei e cristiani sono diversi e sempre lo saranno. Eppure la relazione tra ebrei e cristiani, dal punto di vista della storia delle religioni, è unica: l’ebraismo per noi cristiani non è semplicemente una religione tra le tante e ancora meno una religione estranea, ma costituisce il fondamento della nostra fede. L’ebraismo non è per il cristianesimo una religione che rimane esterna e separata, ma una religione che è a lui intimamente legata e che fa parte della sua permanente identità.

2. In tal modo, il dialogo tra ebrei e cristiani non soltanto presuppone l’amicizia, ma la nutre anche e ciò avviene soprattutto tramite l’amicizia con una persona, condivisa da entrambi. Come accade in una buona amicizia in cui gli amici dell’uno diventano amici dell’altro, così ebrei e cristiani s’incontrano nella comune amicizia con Abramo, che non è soltanto il padre del popolo di Israele ma è anche il padre della fede dei cristiani. In questa amicizia comune, deve essere evidente per i cristiani che l’alleanza stretta da Dio con Israele, in base all’immutabile fedeltà di Dio nei confronti del suo popolo, non è mai stata revocata, ma è sempre valida e che, di conseguenza, la nuova alleanza in cui credono i cristiani non può essere intesa come annullamento o sostituzione dell’antica alleanza, ma come la sua conferma che si spinge oltre e come il suo compimento.

Noi cristiani siamo convinti che, mediante la nuova alleanza, l’alleanza con Abramo ha acquisito quell’universalità verso tutti i popoli che era già, in essa, originariamente intesa. Nel senso di un reciproco arricchimento nell’amicizia, possiamo dunque dire: la Chiesa cristiana senza Israele corre il rischio di non sapersi più situare giustamente all’interno della storia della salvezza e di approdare in ultima analisi ad una gnosi astorica. Dal canto suo, Israele senza la Chiesa rischia di rimanere troppo particolaristico e di non assumere l’universalità della propria esperienza di Dio, che è stata aperta dal cristianesimo. In questo senso, la Chiesa e Israele continueranno a dipendere amichevolmente l’una dall’altro e a rimanere legati l’una all’altro.

3. Alla luce della comune paternità di Abramo e della nostra comune figliolanza, è chiaro però che la categoria dell’amicizia non basta per definire le relazioni tra ebrei e cristiani e che essa andrebbe piuttosto sostituita con categorie analoghe a quelle della famiglia. Poiché noi cristiani crediamo di essere rami dell’oleastro che sono stati innestati sull’olivo buono, diventando così partecipi “della radice e della linfa dell’olivo” (Rom 11,17), per amore dei padri dobbiamo considerare gli ebrei come i fratelli per primi amati e prescelti da Dio e costruire con loro nel mondo la famiglia una e unica di Dio. Se prendiamo tutto ciò sul serio, non possiamo allora parlare di Israele e della Chiesa come di due popoli dell’alleanza, ma come di un unico popolo dell’alleanza, che, così come afferma il Nuovo Testamento, si è aperto ad ebrei e gentili.

4. La consapevolezza di appartenere ad una famiglia di Dio non ha tuttavia impedito che, nel corso della storia, il rapporto tra ebrei e cristiani venisse gravato da tensioni e inimicizie. Esso è stato fin dall’inizio segnato da conflitti simili a litigi familiari, come ha osservato Papa Benedetto XVI in un suo precedente saggio: “la Chiesa è stata considerata da sua madre come una figlia snaturata, mentre i cristiani hanno considerato la propria madre come cieca e ostinata”.  Mentre man mano si affievoliva la consapevolezza di appartenere alla stessa famiglia di Dio, le relazioni tra ebrei e cristiani, difficili sin dall’inizio, sono andate nel tempo peggiorando, sfociando malauguratamente, in troppi casi, in aberranti forme di antigiudaismo, legate a episodi di violenza nei confronti degli ebrei.

Anche se è innegabile che la spietata perfezione della Shoa sia stata ispirata e perpetrata da un’ideologia atea, anticristiana e neopagana e seppure dai diari di Goebbels sia emerso che Hitler odiava il cristianesimo quanto l’ebraismo e che considerava soprattutto il cattolicesimo come il cavallo di Troia dell’ebraismo nel cristianesimo, noi cristiani abbiamo buoni motivi per riconoscere la nostra parte di responsabilità in questi tragici sviluppi, poiché la resistenza cristiana alla sconfinata brutalità disumana del nazionalsocialismo, con il suo fondamento ideologico e razzista, non è stata forte e chiara tanto quanto ci si sarebbe giustamente dovuti aspettare. La resistenza dei cristiani è stata troppo debole anche perché il retaggio storico antigiudaico si è infiltrato nei solchi dell’anima di non pochi cristiani e perché non pochi cristiani si sono scordati dei profondi legami familiari che uniscono inscindibilmente cristiani ed ebrei.

5. È dunque con sincero rammarico che noi cristiani dobbiamo prendere atto del fatto che soltanto come conseguenza delle criminali atrocità della Shoa si sia giunti ad un reale cambiamento di pensiero e di atteggiamento. A tal proposito, il quarto capitolo della Dichiarazione “Nostra aetate” del Concilio Vaticano Secondo ha segnato un nuovo inizio nelle relazioni tra ebrei e cristiani. In questo documento, il Concilio non soltanto deplora gli odi e le persecuzioni, le umiliazioni e le manifestazioni di antigiudaismo e di antisemitismo che sono state compiute da parte per così dire cristiana contro il popolo ebraico. Il Concilio, in maniera più positiva, ricorda soprattutto il patrimonio comune di ebrei e cristiani, riconferma lo stretto legame spirituale con la stirpe di Abramo e fa chiaramente presente ai cristiani la validità permanente dell’alleanza stretta da Dio con Israele. Infine, il Concilio esprime il forte desiderio che vengano promosse tra ebrei e cristiani la conoscenza reciproca e la stima che ne consegue.

Questo nuovo corso introdotto dal Concilio è stato nel frattempo confermato e approfondito dalle visite rese alla Grande Sinagoga di Roma da Papa Giovanni Paolo II il 13 aprile 1986 e da Papa Benedetto XVI il 17 gennaio 2010. Tuttavia, la svolta storica apportata dal Concilio nelle relazioni tra ebrei e cristiani è sottoposta a sfide e prove continue. Da un lato, il flagello dell’antisemitismo sembra ancora oggi inestirpabile e le vecchie tendenze marcioniste e antigiudaiche continuano con tenacia a rialzare il capo anche nella teologia cristiana. Di fronte a ciò, la Chiesa ha il dovere di denunciare l’antisemitismo ed il marcionismo teologico come un tradimento della propria fede cristiana, richiamando alla memoria il fatto che la fratellanza spirituale tra ebrei e cristiani trova il suo solido ed eterno fondamento nella Sacra Scrittura. Dall’altro lato, l’esortazione del Concilio Vaticano Secondo di promuovere la conoscenza e la stima reciproche tra ebrei e cristiani deve essere seguita con rinnovato impegno. Essa è la condizione indispensabile che impedisce a cristiani ed ebrei di allontanarsi nuovamente gli uni dagli altri e che, mentre mantiene viva la consapevolezza dei loro profondi legami spirituali in quanto unica famiglia di Dio, permette loro di testimoniare la pace e la riconciliazione nel mondo odierno così poco riconciliato, vivendo essi stessi in quella pace familiare che corrisponde al volere di Dio, così come Egli ha rivelato nella storia della salvezza, comune ad ebrei e cristiani.





 

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