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12 Settembre 2011 16:00 | Rathaus, Großer Sitzungssaal

EBREI E CRISTIANI: DAL DIALOGO ALL’AMICIZIA DI AMBROGIO SPREAFICO



Ambrogio Spreafico


Vescovo, presidente Commissione Ecumenismo e Dialogo CEI, Italia

Il titolo di questo panel potrebbe suonare strano. Qualcuno potrebbe pensare che il dialogo tra ebrei e cristiani non sia più necessario, dopo gli evidenti progressi avvenuti dalla Nostra Aetate in poi. Ad esempio si potrebbero citare documenti della Chiesa che hanno cambiato profondamente l’attitudine dei cattolici verso l’ebraismo. In realtà non è questo che si vuole significare, altrimenti non saremmo qui insieme a parlarci. Tuttavia esiste un limite del dialogo, quando esso avviene solo nel confronto delle rispettive teologie o dottrine. Si istituiscono allora commissioni di dialogo, si organizzano convegni importanti, ma talvolta si ha l’impressione che non si procede nella reciproca comprensione oppure, particolarmente nel caso del rapporto ebraico-cristiano, si assiste al riemergere di antichi pregiudizi mai del tutto superati. Ciò mostra che quanto la Chiesa cattolica ha fatto soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, non solo contro l’antisemitismo, ma anche per far conoscere le radici ebraiche del cristianesimo, non è ancora penetrato nella mentalità comune della cattolicità, che spesso rimane ancorata a vecchi pregiudizi, che impediscono una corretta visione dell’ebraismo.
Qui si inserisce il discorso dell’amicizia, che è il risultato di una relazione costruita nel tempo. Il pregiudizio è conseguenza innanzitutto dell’ignoranza dell’altro, ma spesso persino dell’assoluta mancanza di rapporto con l’altro. Basta pensare alla vita quotidiana, a quante volte si ragiona e si parla per pregiudizi, giudicando gli altri per cose che si sono sentite sul loro conto senza talvolta averli mai incontrati e quindi senza conoscerli. Ricordo quando insegnavo all’Università Urbaniana e avevo di fronte studenti provenienti da molti paesi, la maggior parte, nonostante studiasse la teologia e avesse tutti i giorni la Bibbia fra le mani, non aveva mai incontrato un ebreo. L’ebraismo per loro era qualcosa di arcaico, quasi inesistente nell’oggi. Certo, avevano sentito parlare di Israele e dei palestinesi, ma molti non avevano coscienza che l’ebraismo fosse una realtà viva anche oggi. Così decisi di portali ogni anno a far visita al museo ebraico di Roma e al Tempio Maggiore. Era sempre una sorpresa, perché entravano in un mondo a loro del tutto sconosciuto. Tra storia e attualità era possibile scoprire una comunità viva, conoscere la loro sofferenza durante la seconda guerra mondiale, la tragedia della shoà, ma anche il senso e il valore della sua presenza nella città del Papa, il cuore del cattolicesimo. L’incontro personale ha la capacità di abbattere barriere e pregiudizi più di tanti discorsi o spiegazioni. Basterebbe pensare al valore che la visita di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI al Tempio Maggiore di Roma ha avuto per la Chiesa cattolica oppure al pellegrinaggio in Terra Santa con la visita al muro del pianto. Esiste infatti un antisemitismo senza ebrei che percorre popoli e paesi, di cui purtroppo bisogna continuare ad essere consapevoli e che occorre contrastare. Vedere e incontrare suscita sempre almeno una domanda, una riflessione che  fa uscire dall’ignoranza dell’ignoto che istintivamente si riempie di stereotipi.
Da qui l’amicizia. Vorrei dire che non bastano le commissioni, anche perché si può dialogare solo fino a un certo punto, soprattutto sulle questioni teologiche, anche se non si devono evitare. Amicizia significa conoscenza, interesse, frequentazione, impegno reciproco di fronte alla vita e ai problemi. L’amicizia si nutre di stima reciproca, che permette di guardarsi senza pregiudizi, pur non condividendo lo stesso credo e la stessa forma di vita. Molti malintesi e disattenzioni derivano dal fatto che non ci si frequenta e mancano le occasioni per parlarsi e per conoscere le opinioni dell’altro. Nell’amicizia si sviluppa una comunione spirituale, che va ben oltre le differenze e permette a persone di incontrarsi nella verità della loro vita e delle loro convinzioni, pur essendo diverse o addirittura talvolta contrastanti le loro appartenenze. Dal punto di vista cristiano è significativo innanzitutto che Gesù chiama i suoi discepoli amici, mettendo in contrasto questo appellativo con quello di servo, che comporta una subalternità e una dipendenza, che non coinvolge l’uno nella vita dell’altro. Inoltre Gesù, e in seguito anche la comunità primitiva, invia i suoi discepoli due a due, quasi ad indicare la necessità di vivere e operare insieme. Il potere che egli conferisce ai discepoli viene conferito a loro insieme, a due a due….. Se dovessimo stare a queste pagine dei Vangeli o degli Atti degli Apostoli, dove ugualmente tutto si sviluppa su coppie di discepoli, si dovrebbe dedurre che l’amicizia è indispensabile al discepolo per realizzare il mandato del Signore. Lo spiega molto bene Pavel Florensskij nel suo “saggio di teodicea ortodossa in dodici lettere”, tra cui una proprio sull’amicizia. Egli ovviamente riflette a partire dalla comunità cristiana, ma il valore dell’amicizia nella sua spiegazione si estende anche al di fuori come tratto essenziale dell’umano, e direi particolarmente tra credenti, forse ancor più all’interno del rapporto ebraico cristiano,  poiché siamo  davanti a due comunità legate tra loro dall’alleanza dell’unico Dio.
“Alleanza mai revocata”, ebbe infatti a dire Giovanni Paolo II. E’ a partire da questa affermazione che forse si dovrebbe rileggere anche il rapporto ebraico cristiano. Al di là delle discussioni degli esperti se siamo di fronte a una, due o più alleanze, oppure se ebrei e cristiani si devono considerare due popoli o un solo popolo con due itinerari diversi, ma non slegati, senza dubbio l’idea dell’alleanza non implica solo il rapporto con Dio, ma anche quello tra coloro che sono inseriti in questa relazione particolare. Mi chiedo se la categoria dell’alleanza non potrebbe aiutarci a comprendere meglio il rapporto ebraico cristiano e a farlo crescere proprio evidenziano la prospettiva dell’amicizia. Essa infatti, discendendo da una libera scelta di Dio da cui viene sancita,  si dispiega tra gli uomini e diventa impegno di risposta a Dio e insieme relazione tra di loro, tanto da rendere degli individui una comunità di fratelli. Credo che l’affermazione di “fratelli maggiori”, con cui Giovanni Paolo II si rivolse agli ebrei nel Tempio Maggiore di Roma, al di là degli aspetti problematici che potrebbe suscitare, si dovrebbe leggere proprio nella logica dell’alleanza, questo rapporto singolare di un popolo con l’unico Dio.
In questa prospettiva il discorso dell’amicizia è più di una semplice idea nella quale si sottolinea la necessità di una relazione di stima e di rispetto e anche di maggiore frequentazione. L’amicizia si inserisce nel flusso dell’alleanza come una realtà da vivere e come una visione che guarda a un futuro escatologico, nel quale davvero alla fine dei tempi si manifesterà il valore dell’alleanza che Dio ha stabilito con Israele e con i discepoli di Gesù. Tocca a noi, ebrei e cristiani, vivere questa alleanza costruendo amicizia e relazione tra noi. Per anni ci siamo ignorati, talvolta i cristiani vi hanno eliminato dal loro orizzonte. Questo è il tempo di scoprire che proveniamo tutti da una scelta di amore di Dio, che non può venire meno. Per questo ritengo che da ambedue le parti sia necessario uno sforzo per crescere nella conoscenza reciproca e nell’amicizia, perché il mondo ha bisogno di testimoni dell’amore di Dio e della sua presenza misericordiosa, soprattutto nella società materialista e mercantilista in cui ci troviamo a vivere. Noi, che lo abbiamo conosciuto attraverso la sua Parola, e noi cristiani per mezzo di Gesù Cristo, abbiamo una responsabilità universale di fronte al mondo, la responsabilità di essere entrati una volta per sempre in alleanza con Lui e di avere il comando di testimoniare la sua presenza anche attraverso il rapporto del tutto particolare che ci lega. Abraham Joshua Heschel scriveva: “Se c’è un pathos, una realtà divina interessata al destino dell’uomo, la questione suprema (per ebrei e cristiani) è se siamo vivi o morti alla sfida e alle aspettative del Dio vivente… La crisi ci investe tutti. La paura dell’alienazione di Dio fa piangere ebreo e cristiano insieme. Nessuna religione è un ‘isola. Siamo coinvolti l’uno con l’altro. Il tradimento da parte di uno di noi si ripercuote sulla fede di noi tutti. Non dovremmo pregare ognuno per la salute dell’altro e aiutarci reciprocamente a preservare la rispettiva eredità, preservando un’eredità comune?”

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