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12 Settembre 2011 19:00 | Hochschule für Philosophie

Europa dei popoli: il caso del popolo Rom di Paolo Ciani


Paolo Ciani


Comunità di Sant’Egidio, Italia

Il 26 aprile 2009 il New York Times dedica un lungo articolo alla pesante situazione che stanno vivendo i rom in Ungheria, colpiti da diversi attacchi di natura apertamente razzista. Il 18 agosto dello stesso anno il Frankfurter Allgemeine Zeitung si interroga: «Come arginare la violenza contro i rom?» .
Nel frattempo l’associazione ERRC (European Roma Right Center) documenta 18 episodi gravi di razzismo contro i rom occorsi in Ungheria in poco più di un anno. Poco prima Amnesty International aveva pubblicato un rapporto sulla segregazione abitativa e scolastica dei Rom in Slovacchia. Frattanto in tutta l’Europa dell’Est erano nati o si rafforzavano partiti e movimenti politici apertamente razzisti, antisemiti e antigitani: il Natsionalen Săyuz Ataka in Bulgaria, il Noua Dreapta in Romania, il Jobbik in Ungheria, il Workers' Party (DS) in Repubblica Ceca, o lo Slovenská národná strana in Slovacchia che alle elezioni del 2010 ha utilizzato manifesti elettorali che raffiguravano un uomo di etnia rom mezzo nudo, sovrappeso, tatuato e con una catena d'oro al collo e uno slogan eloquente: "per non dare da mangiare ai parassiti". In Ungheria, il 2 agosto 2009, a Kisléta, veniva uccisa nella notte con un colpo di fucile da caccia una donna di 45 anni, Maria e ferita gravemente sua figlia di 13 anni. Un omicidio compiuto da gente che non la conosceva, dovuto al solo fatto che si trattava di zingari. Un anno dopo, il 30 agosto 2010 a Bratislava, in Slovacchia un uomo ha ucciso 7 persone rom, i suoi vicini di casa.
Nel 2008 si erano scatenate a livello europeo polemiche sulla politica del governo italiano nei confronti dei Rom che prevedeva – tra le altre cose – il prelevamento delle impronte digitali dei bambini e una schedatura su base etnica; a fine estate 2010 polemiche e proteste avevano riguardato i provvedimenti di espulsione coatta adottati dalla Francia nei confronti di rom romeni; nello stesso periodo la Germania si preparava a rimandare in Kossovo circa 10.000 rom che vivono sul suo territorio da oltre 10 anni.
Cosa succede? Qual è il problema che la più grande minoranza europea – quella dei Rom appunto – si trova ad affrontare con la società maggioritaria?
I Rom appaiono all’opinione pubblica come un unico popolo monolitico. Ma così non è. Questa considerazione è frutto di una mancata conoscenza del variegato mondo Rom e della sua storia. Spesso è frutto di pregiudizio.
Il Rom che sia bambino o adulto, ricco o povero, autoctono o immigrato, cristiano o musulmano è – per gli altri – zingaro e basta. In realtà ciò che accomuna i tanti e diversi gruppi sono le origini, la lingua (ma alcuni gruppi nei secoli l’hanno persa) e il disprezzo che tutti colpisce.
Giunto in Europa nel XIV secolo, il popolo Rom è l'unico popolo europeo notoriamente senza terra, e in alcuni casi senza nazionalità. L'unico popolo che non ha mai dichiarato guerra a nessuno, ma ha subito e subisce persecuzioni e pregiudizi. E’ un popolo disprezzato e vessato per secoli ed ha subito la persecuzione nazista durante la Seconda Guerra Mondiale. Circa 500.000 Rom furono sterminati nei campi di concentramento e nelle fosse comuni nei Paesi occupati dai nazisti e dai loro alleati. Purtroppo la cultura europea non ha ancora fatto i conti con secoli di antigitanismo. Ha scritto al riguardo Marco Impagliazzo, che all’antigitanismo ha dedicato un libro edito con il titolo significativo de “Il caso zingari”: “una storia dei Rom europei può essere fatta largamente coincidere con la storia delle persecuzioni subite”.
Nemmeno l’immane tragedia, tutta europea, dello sterminio ha creato anticorpi sufficienti contro il pregiudizio verso i Rom. Così, anche nella seconda metà del ‘900, in epoca di sviluppo economico e trasformazioni politiche i Rom sono rimasti ai margini. E’ utile soffermarsi - seppur brevemente – sulle politiche europee del 900 per comprendere meglio la situazione odierna.
Nell’Europa Orientale comunista quasi tutti i Paesi hanno imposto la sedentarizzazione definitiva ai Rom con l’idea di inserirli in un programma generale di “proletarizzazione omogenea”. D’altra parte si è spinto sull’assimilazione, concedendo ai Rom abitazioni di edilizia popolare e inserendoli nelle fabbriche di Stato. Purtroppo, nonostante i proclami ufficiali, il socialismo di Stato non è riuscito a sradicare il razzismo nei confronti dei Rom: alcuni Stati hanno intrapreso politiche di sterilizzazione forzata nei confronti di donne rom e la scolarizzazione è divenuta settaria in numerosi Paesi.
Anche in Europa Occidentale, nonostante il numero esiguo di Rom presenti, non vi sono stati sforzi sufficienti per superare il dramma di secoli di esclusione. Talvolta -al contrario- alcuni Paesi – è il caso della Svizzera, della Svezia della Norvegia – hanno intrapreso politiche che prevedevano la sterilizzazione di uomini e donne Rom, e l’affido sistematico dei bambini Rom allo Stato. E’ una questione su cui gli Stati interessati hanno effettuato studi e assunto responsabilità solo in tempi molto recenti.
Gli anni successivi alla caduta del muro di Berlino sono stati caratterizzati da un aumento dell’antigitanismo sia in Oriente che in Occidente. Nell’Europa dell’Est la fine delle economie socialiste e l’avvento dell’economia di mercato ha spinto molti rom nella miseria, ma anche altri a tentare di fare soldi “ad ogni costo”. In molti Paesi si sono accusati i Rom di attentare all’ordine pubblico.
In Europa Occidentale è cresciuta un’avversione ai Rom dapprima con l’arrivo dei profughi provenienti dalla guerra che ha portato al dissolvimento della Jugoslavia e successivamente - ancor più - con l’arrivo dei Rom dai Paesi dell’Est: a ondate successive quasi tutti i Paesi dell’Europa Occidentale hanno ceduto alla logica dell’invasione zingara, alimentata ad arte da analisi allarmiste dei media o da episodi di cronaca amplificati in chiave anti-zingara.
Andrea Riccardi ha significativamente scritto al riguardo: “Il pregiudizio antigitano, come tutti i pregiudizi, si serve di elementi tratti dalla realtà, ma costruisce modelli e pensieri che incanalano quel senso di paura e insicurezza che percorre le nostre società. L’antigitanismo ci rassicura che il nemico della nostra sicurezza è lì, davanti a noi (…) Che lo Stato ci difenda! Altrimenti si pensa a difendersi da soli… L’antigitanismo è prodotto della paura delle nostre società e si alimenta di stereotipi antichi oltre che dell’esperienza di un contatto, non sempre facile, molto particolare, con i Rom.”
Quest’avversione è stata spesso alimentata da partiti politici e talvolta ha portato a decisioni del potere pubblico contrarie alle norme europee sui diritti, quali sgomberi senza alternative o espulsioni collettive.
In realtà da molti anni l’Europa (attraverso il Consiglio d’Europa, e le istituzioni del parlamento Europeo) ha iniziato a riflettere sulla realtà dei Rom e Sinti: già tra il 1969 ed il 1975, l’Europa ha preso in esame la specifica condizione delle popolazioni rom e sinte con due risoluzioni:.
I documenti hanno il merito di denunciare la discriminazione diffusa nei confronti dei rom e sinti, dovuta alla loro appartenenza ad un gruppo etnico particolare, ma introducono una contraddizione di fondo: il nomadismo è visto come tratto culturale da preservare ed allo stesso tempo ostacolo all’integrazione, in quanto in palese contrasto rispetto al modello socio-economico europeo moderno.
Nel corso dei decenni successivi le istituzioni europee correggeranno il tiro, ma l’impronta normativa e culturale rimane nelle leggi e nella mentalità dei Paesi Europei: il campo sosta come modello abitativo con una provvisorietà protratta all’infinito e l’idea di un popolo in perenne movimento che fuori da ogni idea romantica ha portato tanti politici e gente comune a dire “se sono nomadi, se ne vadano da qui!”. In realtà oggi la gran parte dei Rom in Europa è stanziale (anche se rimangono piccole minoranze di itineranti) e le istituzioni Europee ne hanno preso atto da tempo, con molti documenti, risoluzioni e finanziamenti volti a sostenere gli Stati in una corretta integrazione di questa minoranza. E’ significativa al riguardo la recentissima Risoluzione del Parlamento europeo del 9 marzo 2011 sulla strategia dell'UE per l'inclusione dei rom, e la successiva comunicazione del commissario Europeo Viviane Reding sul “Quadro della UE per le strategie nazionali d’integrazione dei Rom nel periodo fino al 2020” del 5 aprile 2011. Nei due documenti, molto articolati e largamente condivisibili, le istituzioni europee delineano le politiche utili al fine di una corretta integrazione, domandando agli Stati di provvedere a strategie e di fissare obiettivi in 4 settori chiave dai cui i Rom risultano a diversi livelli esclusi: istruzione, occupazione, sanità, alloggio. Significativo anche che in tempo di crisi economica, si pongano importanti risorse per realizzare questi obiettivi: alcuni  miliardi di euro. Cosa faranno gli Stati? Spesso finora i governi nazionali non hanno richiesto all’Europa i soldi per l’integrazione dei Rom, per non realizzare politiche ritenute impopolari. In questi anni infatti abbiamo più volte assistito ad un approccio irresponsabile sulle questioni Rom e ad una sorta di piramide rovesciata per ciò che riguarda le istituzioni: più sono vicine (livello locale), più affrontano la questione in maniera demagogica e/o ideologica esaltando le paure, i problemi e soffiando sulle divisioni; più sono lontane (livello europeo), più ragionano sui diritti delle minoranze, le buone prassi e le corrette politiche di inclusione.
Pensando al futuro, ma anche conoscendo il passato, forse è arrivato il tempo di pensare alle politiche che riguardano i Rom in maniera non ideologica ma che tenga conto del fatto che parliamo di esseri umani e non di “un mondo a parte” come spesso si è pensato all’universo rom. E’ quello che da circa 30 anni prova a fare la Comunità di Sant’Egidio: incontrare i Rom li dove e come sono, donne, uomini, molti bambini, pochi anziani. Farsi vicini alla loro vita, conoscere e capire prima di giudicare, sostenere, tutelarne i diritti, investire sui bambini e i giovani, informare, responsabilizzare. C’è un modo cristiano di stare accanto agli altri che diviene una dimensione del vivere quotidiano, il riconoscimento che c'è un destino comune tra tutti: l'affermazione nella nostra esistenza di una fraternità che “naturalmente” non vivremmo e che i circuiti e le convenzioni sociali vengono spesso a negare.
Grazie a questa sensibilità abbiamo imparato a incontrare rom e sinti superando pregiudizi, paure o visioni stereotipate. Ma anche senza romantiche mitizzazioni o giustificazioni: nessuno è buono per natura o status, ma allo stesso modo nessuno è cattivo per nascita. Sant’Egidio vede nei rom le persone, e nelle persone (almeno in quelle che lo hanno voluto) gli amici. Solo così si esce dalla logica del pregiudizio, della condanna o della giustificazione a tutti i costi.
Bisogna evitare di pensare che esista un “modello giusto” di persona: noi, il gagé (quale, poi?). E bisogna smettere di trattare rom e sinti come fossero gente di un altro pianeta. Vivono nei nostri paesi da secoli, trattiamoli come cittadini. Diamo ai minori gli strumenti per crescere liberi e decidere il loro futuro: diritto all’istruzione, condizioni di vita dignitose, accesso al lavoro. Avremo dei cittadini nuovi. Papa Benedetto XVI ha recentemente incontrato i Rom d’Europa in una storica udienza a San Pietro e così si è rivolto loro: “Anche l’Europa, che riduce le frontiere e considera ricchezza la diversità dei popoli e delle culture, vi offre nuove possibilità. Vi invito, cari amici, a scrivere insieme una nuova pagina di storia per il vostro popolo e per l’Europa! La ricerca di alloggi e lavoro dignitosi e di istruzione per i figli sono le basi su cui costruire quell’integrazione da cui trarrete beneficio voi e l’intera società”.
Credo che la sfida oggi per ciascuno di noi sia quella di scrivere insieme questa nuova pagina di storia. Vivere bene è possibile, com’è possibile vivere insieme tra diversi. Non è il processo di un giorno o di un anno. Lo sappiamo bene guardando alla storia anche dei nostri Paesi, guardando ad altre convivenze e a quando i “fantasmi cattivi”, altrove, eravamo noi europei “normali”. E’ possibile vivere insieme con rom e sinti a beneficio di tutti. Lo dimostra l’esperienza di chi, credendoci, ha iniziato a farlo già da molti anni.

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